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Luglio e la fiera di Santa Anatolia

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Che silenzio c’è stasera! Questa sera stellata di metà luglio, qui sotto al tiglio che muove leggermente le fronde al ritmo lento della brezza serotina, il silenzio è rotto solo da un lontano abbaiare di cani, un frinire di cicale, monotono e ipnotico, il rombo di un motore che passa per la strada dell’ara. Silenzio! Abbandonarsi ai ricordi è facile.

“non credere mica che un istante di felicità sia poco. La felicità esiste solo sotto forma di attimi” Ignazio Silone.

A volte, può invece capitare, che tu non ti accorga di essere felice in quell’attimo, ti capita poi di ricordarlo e dire “Ecco in quel momento sono stato felice”. E’ così con i ricordi. Sono stata felice in quei lunghi, assolati, aridi e frenetici mesi di luglio della mia infanzia? Ora posso dire di si.

Luglio era il mese della fiera di Santa Anatolia. Si iniziava con le novene il primo di luglio. Quelle funzioni così attese, così straripanti di persone, nel Santuario soffocante e ardente di candele accese.

Che attesa! Ci si vestiva bene per andare alla “novè”. Con il vestitino che sapeva di stiratura appena fatta con il ferro rovente pieno di brace, odore di terital  e di “biacca” per le scarpe. “Sbrigati è sonata la campanella!” e via giù per le Stalli Scure di corsa per non arrivare tardi. L’attesa era tutta per l’inno alla Santa cantata a squarciagola e con le lacrime agli occhi, da tutti gli astanti dove le voci profonde degli uomini facevano la differenza. “Salga l’inno di lode alla Santa……..” e poi “O Anatolia celeste eroinaaaaaaaaa……………” dove quella “celeste eroina” diventava per molti “celeste rovinaaaaaaaaaaa” non per dileggio, che la Santa è sempre stata venerata con devozione profonda, solo perché non si faceva caso alla parole, importava di più l’enfasi.

La fiera di adesso non è che una parodia di quella del passato. Il 9 di luglio a sera, la chiesa rimaneva aperta tutta la notte per accogliere i pellegrini che venivano da ogni dove. C’erano storpi, ciechi, persone mute e con mille altri malanni, che si accampavano sulle scale del sagrato e dentro la Chiesa, in attesa di poter chiedere la grazia alla Santa il giorno dopo. Ricordo quella moltitudine, avvolta in poveri stracci, sdraiata dove capitava, alla luce fioca delle candele che a malapena rischiarava le navate, con la statua della Santa, bianca, enorme, incombente su di loro, impassibile ai miasmi ed al cicaleccio continuo, incessante. Venivano da lontano, a piedi, con le bighe, con mezzi di fortuna i più disparati. Ho incontrato gente a Pescara e a Frosinone  che sapeva della nostra Santa e della nostra fiera il 10 di luglio. Ricordo un cieco, gli occhi bianchi nelle orbite scure, che con la fisarmonica cantava storie di sangue e vendette. Ricordo un altro uomo, senza una gamba, che raccontava come l’avesse persa durante la guerra per via di una bomba. Ricordo le urla di una madre davanti alla cappellina antichissima, dove si dice il corpo di Santa Anatolia sia stato ritrovato, urlare “Miracolo, miracolo!” perché la sua bambina muta, avrebbe improvvisamente riacquistato la parola. Ricordo mia madre che mi raccontava di tanti altri miracoli avvenuti. Noi bimbi, giravamo sempre accompagnati in quei giorni. Il paese brulicava di zingari, i pollai venivano accuratamente controllati, la sparizione di galline era quasi la norma. Ricordo mia madre che litiga con una zingara che le aveva rubato una gallina che aveva nascosto sotto le sue ampie gonne. Alla richiesta di mia madre di alzarle, le sue gonne, per vedere se c’era la gallina,  rispose con una frase facilmente intuibile, talmente scurrile, che mia madre lasciò perdere, ma che ogni anno raccontava tra l’ilarità e la rabbia, finendo con una tipica imprecazione santanatoliese “ che sci scontenta!” La fiera, poi, era una vera fiera. Potevi trovare di tutto, tutto quello che poteva servirti dai tegami di rame e le conche per l’acqua alle ceste di vimini, giocattoli e vestiti. C’era poi Antonio, con il camioncino dei gelati, non facili da trovare a quei tempi. Ricordo mio padre, che faceva la guardia per il comune e che era sempre in servizio in quei giorni, tornare a casa con una grande quantità di gelato. Ricordo soprattutto l’indigestione mia e di mia sorella per aver mangiato troppi ghiaccioli all’arancia, dopo di allora credo di non averne più mangiato. Solo l’odore mi dava la nausea! C’era, molto importante, la fiera del bestiame, di solito, “abballe agli quadri”. Bestie di tutti i tipi passavano sotto casa mia provenienti da Marano, Magliano o Rosciolo chissà! Asini, cavalli, pecore, mucche, un grande via vai per tutto il giorno. Era una grande fiera, la più grande del circondario e noi santanatoliesi ne eravamo “fieri”! Quante, quante cose ci sarebbero da dire! Una cosa curiosa, ad uso e consumo di noi bambini ero lo spauracchio degli “scortecaregli”. “ non ci j da soje abballe, che pe la via ci stanu i scortecaregli!” Cavolo se avevamo paura! Questi tipi, a detta dei nostri genitori, erano dei piccoli omini vestiti di rosso che si nascondevano sotto i cespugli e quando qualche bambino passava, gli saltavano addosso e praticamente lo scorticavano vivo. Chissà perché io li ho sempre immaginati vestiti come piccoli cardinali! Mah! Ogni anno mi davano cento lire da spendere come volevo, praticamente l’equivalente di 5 euro adesso? Boh! So solo che riuscivo, ogni anno, a comperarci una bambola che non muoveva ne le braccia ne le gambe, vogliamo ritornare al concetto di felicità? Ero felice! Con quella bambola giocavo tutto l’anno, non so più quanti vestitini io abbia cucito con tutte le pezze che riuscivo a trovare e con i campioni di stoffa rettangolari con il bordo tagliato a zig zag, che Adolfo Luce, il sarto, mi forniva su mia pressante richiesta.

Poi, dopo la processione solenne, con la statuetta d’argento coperta di gioielli ex voto, che si trasferiva in casa del festaiolo di turno, dopo gli spari che duravano un’eternità, dopo un lauto pranzo, dopo che il paese veniva abbandonato, dai bancarellari, dalle bestie  e dai pellegrini, lasciando per terra quintali di rifiuti, non restava che godersi il concerto serale ad opera della banda chiamata per l’occasione. La Gazza Ladra, il Guglielmo Tell, la banda ci deliziava per tutta la serata, mentre giovani bandisti transfughi si appartavano con giovani donzelle disponibili a flirtare, innocentemente, negli angoli più bui del paese.

Alla fine del concerto c’era il ballo della “Pantasima” un fantoccio di carta con sembianze femminili, ricoperto di petardi, nel quale si infilava colui che pagava di più, il più temerario ed al suono di una tarantella ballava, mentre i petardi scoppiavano rumorosamente tra il battimani, le risate e gli incitamenti delle persone tutte intorno.

Dopo l’estrazione dei numeri della lotteria dove si solito si vinceva un agnello, c’erano gli spari e la festa finiva.

Quante, quante cose avrei ancora da dire! Ma è notte fonda, le foglie del tiglio continuano a stormire leggere sulla mia testa, riportando alla memoria sussurri di voci lontane, perdute, che premono per essere ascoltate. La voce di mia madre che racconta di Baldasarre, il brigante nostalgico, che pur datosi alla macchia, non rinuncia a godere di un pezzetto di questa festa tanto sentita e che attraversa campi di grano maturo, per assistere dalla cima della collina, al concerto serale della banda, lasciando a testimonianza della sua presenza, una lunga scia di spighe calpestate, come prova per la sua mamma. La voce di mia zia Rosa, che racconta della commozione dei santanatoliesi emigrati in Argentina, che il 10 di luglio, riproducevano un clone della festa di Santa Anatolia alla Plata, esattamente come quella che ricordavano del loro paese perduto, lontano ma mai dimenticato. Ma il sonno incombe e questo silenzio e queste presenze invisibili mi mettono addosso una strana inquietudine, devo lasciare ma tornerò a dare voce a coloro i quali hanno vissuto, amato e lasciato questo angolo di mondo che piano piano sta cambiando, si sta modificando e non sempre come loro avrebbero voluto.

Buonanotte Santanatoliesi, ovunque voi siate, buonanotte e che Santa Anatolia ci protegga!

 

 

I riti di febbraio

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“Agli du la candelora
Agli tre Santu Biasola
Agli quattre la magnarella
Agli cinque Sant’Agata bella!

Ed ecco febbraio con i suoi riti.
Il 2 la Candelora, ci si alzava presto, fuori era ancora buio, i vetri delle finestre delle camere da letto, dove i fiati caldi dei dormienti si condensavano, erano ricamati da trine di ghiaccio geometricamente perfette e complicate.
All’aperto, l’aria gelida, trasformava i respiri in nuvole leggere, ma noi tutti, grandi e piccoli, andavamo in chiesa a prendere le candeline lunghe e sottili, che poi conservavamo nei cassetti religiosamente, per mesi, finche non si spezzettavano a forza di toccarle e, poi, chissà che fine facevano.
Il giorno dopo, il 3, era la ricorrenza di San Biagio e si replicava. Sveglia alle 6, di corsa in chiesa dove ci stringevamo gli uni agli altri ancora assonnati e congelati, le mani infilate nelle tasche dei cappotti e le teste avvolte in strati di lana che scostavamo solo per scoprire la gola che, Don Giovanni, ci ungeva con l’olio Santo, poiché San Biagio, come è noto, è il protettore di tutte le malattie della gola.
Il 4 la “magnarella”. Era un rito, quest’ultimo, che in realtà non ho mai visto fare a casa mia, ma nelle case di qualche mia amichetta. Si prendevano tutti i cereali e tutti i legumi che si avevano in casa e si mettevano a bollire in una pignatta di coccio vicino al fuoco, grano, orzo, granturco,ceci, cicerchie, lenticchie, fagioli, tutti insieme, si condivano e si mangiavano durante tutto il giorno. Una cosa simile si fa ancora oggi nella Marsica, la notte del 17 gennaio, Sant’Antonio, si fanno bollire pentoloni di questo miscuglio e le case rimangono aperte tutta la notte per tutti coloro che vogliono approfittare di tale leccornia.
Il 5 era ed è la ricorrenza di Santa Agata, in questo giorno non si faceva nulla di particolare, la citazione serviva solo per la rima, credo!
Ma febbraio era ancora un mese completamente invernale. Le stagioni, allora, erano per così dire normali. Faceva freddo in inverno e caldo in estate. Le primavere erano bellissime e colorate, gli autunni tristi e malinconici. Queste erano le stagioni.
I contadini potevano fare affidamento su tali certezze: si sarebbe falciato il fieno a maggio, si sarebbe mietuto alla fine di giugno, si sarebbe raccolto il mais ad agosto, le mandorle e le noci a settembre ottobre e cosi via.
Adesso capita che faccia caldo a gennaio e che il 1° di luglio ci siano 4 gradi centigradi, come è successo.
Tutto è sconvolto. La neve di quest’anno, assolutamente incredibile! Soprattutto dopo anni in cui ci eravamo abituati alla sua quasi assenza.
A memoria d’uomo, solo nel 1956 ci fu una nevicata simile, sempre in febbraio. Nella mia famiglia, sono diventati leggendari, i due bellissimi ciliegi che erano nel nostro orto e che dovettero essere abbattuti per ricavarne legna da ardere. La neve, comunque, c’era sempre. Era neve consolidata, neve gelata e poi rigelata, neve che si scioglieva solo a marzo, neve sporca, contaminata da sterco di animali, rifiuti, fango. Le strade allora non erano asfaltate, lo sono a malapena adesso, per cui la neve che si scioglieva, creava pantani di acqua sporca e fango che la notte gelavano, creando lamine di ghiaccio spesse che erano il divertimento dei bambini, i quali con i grossi scarponi, che avevamo tutti in dotazione, ci saltavano sopra finchè non si sfondavano e si sguazzava allegramente nelle pozzanghere.
Dai tetti gocciolava la neve che di giorno si scioglieva e che al mattino, solidificata dalla bassa temperatura della notte, formava ghirlande di ghiaccioli acuminati, che pendevano dalla grondaie come spade pronte a trafiggere lo sventurato che ci capitava sotto.
“ Attente! Non passà sotte alle runziane!” ci dicevano le nostre madri, ma chi le ascoltava! Saltavamo o ci arrampicavamo per raggiungere uno di quei ghiaccioli che poi succhiavamo con gusto!
Ma febbraio era il mese del carnevale ed in quelle sere, che si andavano allungando sempre più, potevi vedere orde di bambini e ragazzi, mascherati con cenci vecchi e con volti anneriti dal carbone, che brandivano un lungo spiedo di legno. Dietro di loro un codazzo di altri bambini li seguivano con campanacci rubati nelle stalle. I”Mascari” bussavano di porta in porta al grido di “Ciccia, ciccia!” mostrando lo spiedo.
Le donne che aprivano la porta, ridevano cercando di riconoscere la persona mascherata e, dopo aver esclamato con buonumore “ u sciccisu! chi si?!” davano ciò che avevano a disposizione: uova, farina, un pezzo di salsiccia, un pezzo di ventresca, che le maschere mettevano nelle bisacce, felici.
Tornati a casa questi “mascari” davano alle loro madri ciò che avevano racimolato e, con quei semplici ingredienti, le brave donne facevano la cosa più buona e lussuriosa che io abbia mai mangiato in vita mia : la pizza sfogliata!
Quella sfoglia sottile, fragrante, croccante, ripiena di salsiccia, ventresca pepe, zucchero e cannella usciva da sotto il coppo ricoperto di brace, sfrigolando nel suo grasso e sprigionando un profumo che si spandeva per tutta la casa, attraversava la porta e profumava il circondario.
Un capolavoro dorato, arrotolato su sé stesso, gonfio e lussurioso. Un piacere completo che soddisfaceva tutti e cinque i sensi e ti lasciava soddisfatto, sazio e felice!
Si può dire che essa sia l’essenza stessa del Carnevale: grassa, sontuosa, ricca ed assolutamente al di fuori di qualsiasi regola di buon senso, vista la notevole quantità di calorie. Ma d’altronde dopo c’era il pentimento con le Sacre Ceneri e la Quaresima con il digiuno, che rimetteva tutto a posto!
Gli ingredienti sono quelli che ho citato:
Per la sfoglia
400 gr di farina – 4 uova
Ripieno
Io faccio ad occhio, non peso le quantità, il ripieno non deve essere misero in ogni caso
Salsiccia, pancetta, mozzarella, olio sale, pepe, zucchero e cannella
Procedimento
Si tira una sfoglia sottilissima, si cosparge la sfoglia con un misto di pepe nero, poco zucchero, cannella macinata finissima (meglio pestata nel mortaio) olio e un po’ di sale, poi si distribuisce la salsiccia (meglio se precedentemente fatta cuocere velocemente in una padella per eliminare il grasso in eccesso) pancetta tagliata finissima a pezzetti e mozzarella sbriciolata.
Si arrotola, poi, la sfoglia su se stessa come un sigaro gigantesco e poi si riarrotola come un serpente dormiente.
Si inforna a 180° finchè non è bella dorata e croccante.
D’obbliogo un buon vino rosso corposo!
Ad onore del vero devo però dire che questa è una versione moderna.
Quella originale prevedeva salsiccia secca e pancetta stagionata (poiché il maiale si ammazzava due mesi prima circa, a febbraio sia le salsicce che la ventresca erano belle asciutte) non c’era la mozzarella perché all’epoca, dalle nostre parti, era sconosciuta.
C’era invece la cannella che è l’ingrediente anche dei ravioli di ricotta giganti di Santa Anatolia, dei quali parlerò prossimamente.
Questo ingrediente, la cannella, così particolare e che io adoro, è presente in molte delle nostre ricette, dà perciò, ragione a chi, chiamandoci “ zingari”, mette l’accento sulla nostra provenienza che si dice sia orientale.
Adesso chiunque può sbizzarrirsi usando gli ingredienti più diversi, io ne faccio una versione con broccoli romani e salsiccia che è una vera bontà! (senza cannella ovvio!)
Devo dire che la pizza sfogliata la fanno anche a Torano dove la chiamano “Pizza abbotata” a Corvaro ed in altri posti del Cicolano, nessuno di loro usa la cannella.
Ma la vera, unica, insostituibile Pizza Sfogliata (oppure abburritata che dir si voglia) senza voler peccare di campanilismo, è la nostra!
Nel corso degli anni, ogni volta che ho voluto risentire il calore di quei momenti, ho fatto una pizza sfogliata, ma non so perché, il gusto, lontano da casa, sebbene uguale, aveva sempre un fondo come d’amaro!

Le ferratelle

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Già, chissà perché alla luce dei ricordi tutto brilla come cosparso di polvere magica.
La magica polverina argentata delle nostra letterina di Natale, che immancabilmente, spargevamo dappertutto a forza di tirarla fuori dalla sua busta e mostrarla, segretamente, a tutti, prima di metterla sotto il piatto di nostro padre che, durante il pranzo della vigilia, avrebbe finto sorpresa ,scoprendo come per caso, quella busta sotto al piatto.
Che trepida attesa!
Le letterine le compravamo sempre alla bottega di Domenica.
A Natale questa bottega assomigliava alla fabbrica di cioccolato del famoso film di Tim Burton, almeno per noi bimbi.
L’atmosfera era la stessa, sebbene, ripensandoci adesso non ci fosse poi questa grande varietà di cose.
Cioccolate, torroncini avvolti nella carta argentata e colorata, grandi vasi di vetro pieni di caramelle, quelli che noi chiamavamo “robbis”, rossi e zuccherosi e che noi bambine usavamo per colorarci le labbra di rosso, qualche torrone, non ricordo panettoni neanche pandori, quelli sono venuti dopo, quando le cose erano già diverse.
Poi c’erano stoccafissi legnosi appesi al soffitto e grandi scatole di latta di pescetti marinati che sarebbero serviti per la cena della vigilia e di cui mio padre era ghiottissimo!
E, in un cassetto, c’erano le letterine, tante letterine, non ricordo quanto costassero se 10 o 15 lire, ricordo solo l’ansia e la gioia di correre a comprarle prima che altri scegliessero quella più bella.

Poi a scuola tra “ quela mè è più bella de quela tè” e “ ma che sta a dì questa è bellissima”
scrivevamo le solite sdolcinatezze ad uso e consumo dei nostri genitori, coprendo ciò che scrivevamo con una mano per non far copiare gli altri: “prometto, prometto, prometto………………..”
Innocenti promesse mai mantenute, soprattutto là dove promettevamo di essere più buoni!
Domenica, che grande donna! A volte, mentre noi eravamo nella sua bottega, scompariva, magari per girare il sugo che nel frattempo sobbolliva sulle braci del fornello, e, c’era sempre qualcuno che sgraffignava qualcosa, di solito i maschietti.
I più colpiti erano i torroncini che poi però venivano distribuiti equamente e mangiati con grande gusto durante la novena in chiesa.
Alla novena si andava per molti motivi, l’ultimo era quello per rendere grazie a Dio, almeno per noi bambini.
All’epoca non si metteva in discussione, almeno a Santa Anatolia, il fatto di essere cattolici o meno.
Eravamo tutti cattolici, oddio c’era un comunista “senza Dio”, Pippo Falcioni, che per ironia della sorte aveva sposato una donna che era stata suora e veniva chiamata ancora “la monica”. Ma questo comunista, secondo fonti attendibili (mio padre) nei momenti di pericolo invocava Dio!
Per dire come fosse radicato in noi il sentimento di appartenenza a questa religione, anche se poi, alla luce di nuove conoscenze, avresti voluto in parte distaccartene.
Così andavamo in chiesa con aspettative diverse, per dovere gli adulti, per divertimento i bambini.
La chiesa era tutto uno scintillare di luci e candele. Piano piano si riempiva di gente.
C’era sempre un gran cicaleccio, con gente che parlava a voce alta e che salutava quelli che erano tornati per le feste e che non si vedevano magari dall’anno prima, un gran sbirciare con:“chi è quela? Chi è quju?” “ Ma va? Ammazza e chi u reconosce più!”
Baci, abbracci e: ”chiudete la porta che fa friddu!” e “non se po’ chiude sta a entrà la gente!”……….. poi, “zitti è entratu u prete!”
Don Giovanni, sguardo truce, circolare su tutta la navata, silenzio… Poi, dopo che lo sguardo di rimprovero preventivo era stato accuratamente recepito, dava il via alla novena.
Raccontare l’atmosfera di questo rito natalizio intriso di sacro e profano, nello stesso tempo così innocentemente semplice, collocarlo in quell’arco di tempo del secolo scorso, in cui grandi cambiamenti premevano per venire alla luce, situarlo in un posto geograficamente così lontano dai grandi centri, con la televisione ancora relegata ad una condizione di solo sporadico divertimento, è compito quasi doveroso.
Soprattutto ora, alla luce dei nuovi accadimenti in campo nazionale ed internazionale, a conseguenza dei quali, una nuova semplicità viene auspicata ed incoraggiata e, nella quale condizione, è arduo, se non quasi impossibile, tornare.
Allora la semplicità era la norma. Non si faceva nessuno sforzo ad entrarci, già c’eri e non lo sapevi!
Se posso dire di essere stata felice nella mia vita, posso dire di essere stata felice in queste occasioni dove avevo poco o nulla ma dove una scintillante letterina di Natale faceva la differenza, faceva la felicità!
Certo se dopo la letterina arrivava anche qualche soldino eri doppiamente felice.
Quei pezzi argentati da 500 lire, pesanti, con sopra incisa una caravella chi se li scorda? (oggi sarebbe poco meno della terza parte di un Euro)
Erano il massimo a cui potevamo aspirare!
Ricordo la poesia di Natale di mio fratello Michele, il quale essendo sempre stato un furbetto, un anno la cambiò a suo proprio tornaconto.

Così, avrà avuto circa 6 anni, assistito da mia sorella Agnese, che è furbetta anche lei, salendo su di una sedia, ci stupì con questa poesia
“Buon Natale
È nato Gesù Bambino
Con il capo ricciolino
Date i soldi a Michelino!”
Non l’abbiamo mai più dimenticata!

Mia madre ci premiava invece con i dolci, tra i quali spiccavano le ferratelle che pur non essendo un dolce tipicamente natalizio, venivano fatte in grandi quantità in ogni occasione di festa.
La ricorderò sempre (mi chiedo quale infinita capacità di resistenza avesse) china sulle braci del fornello, a legna prima, e su quello a gas, dopo, munita del ferro che era stato di mia nonna e forse anche della mia bisnonna (del quale io ho perso le tracce), intenta a cuocere le ferratelle, due per volta, le quali uscivano così perfette da stupire noi bambini, che, mentre lei cuoceva, noi mangiavamo, rischiando di prenderle ogni volta!

La sua ricetta, e non solo la sua, è la seguente:
7 uova ( 4 intere e 3 solo tuorli)
7 cucchiai di olio
8 cucchiai di zucchero
1 buccia di limone grattugiata
Farina q.b.
Si impasta tutto secondo la consistenza voluta, si fanno delle palline con le mani unte di olio e si cuociono con l’apposito ferro sul fuoco stando bene attenti a non bruciarle e a non bruciarsi.
Poi si mangiano così o farcite con noci e miele, marmellata e adesso, anche con la nutella, oppure come volete.

Oggi esistono in commercio apparecchi elettrici che facilitano il compito, anche perché devo confessare che trovavo il ferro di mia madre complicatissimo, mi sfuggiva sempre dalle mani!

Quello che voglio ricordare di quei tempi è la sensazione di attesa. Eravamo sempre in attesa di qualcosa, che nevicasse, che venisse il Natale, che venisse la befana, il carnevale.
L’aspettativa di qualcosa di inusuale, meraviglioso: un Avvento perenne!
Ogni cosa a suo tempo ed ogni tempo con le sue cose, semplici succulente e terribilmente appaganti!
Non riuscirò mai a rendere l’idea del gusto e della soddisfazione che si ricavava dal rubare dalla dispensa una ferratella o altro dolce, per poi andarsela a mangiare di nascosto con la paura di essere scoperti e credendo di essere la persona più furba dell’universo!

Tempo di Natale: la pizzella co le nuci

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Piu o meno nello stesso periodo di tempo in cui il maiale veniva sacrificato in nome della sussistenza o sopravvivenza di intere famiglie, l’aria iniziava a riempirsi di quella aspettativa gioiosa che preludeva al periodo più bello dell’anno, il Santo Natale.
No, non c’erano le luminarie che oggi fanno scintillare le strade delle nostre città o dei nostri paesini.
Non c’erano i supermercati affollati e stracolmi di ogni ben di Dio con folle vocianti e carrelli della spesa pieni fino all’orlo, cassiere stressate, avventori terrorizzati ad ogni battuta di cassa con sussulti finali allorché la cifra finale finalmente si palesa.
Conoscete tutti questa degenerazione, questa ansia d’acquisto, come se dovessimo affrontare interi mesi di carestia, questo spreco immane che svuota le tasche e stravolge le giornate.
Confesso che molto spesso dopo un visita al supermercato, in uno di questi giorni, ho anelato con tutta me stessa alla pace monastica ed la silenzio di un convento sulla cima di un monte!
Il Natale della mia infanzia era sempre un Natale bianco, immacolato, ovattato, con solo il suono delle campane che ci chiamavano per le novene nei tramonti belanti di pecore e, se per caso, la neve tardava a venire, noi bimbi la cercavamo nel cielo buio, minaccioso ma anche in quello limpido e stellato.
Con il naso in su cercavamo di capire quando sarebbe arrivata, scambiando per fiocchi di neve qualsiasi piccola cosa volasse nell’aria.
L’annusavamo, la chiamavamo, e, che gioia quando cominciava a scendere leggera leggera, con fiocchi minuscoli e perfetti o a grandi falde bagnate, che si scioglievano sui nostri visini accaldati da corse nel freddo che ci facevano sentire vivi.
Non avevamo niente, neanche i regali a volte. L’unica cosa che forse avremmo avuto era un paio di scarponi nuovi per la neve. Scarponi nei quali non dovesse “umare” l’acqua e che regolarmente nostro padre ci ungeva col sego.
No, non erano belli quegli scarponi, erano utili.

Nevicava molto in quei tempi, anni ’50 e ’60 del secolo scorso, le nevicate erano abbondanti, ma la vita non si fermava, continuava a scorrere intensa, anche se in maniera diversa.
Gli animali rimanevano nelle stalle e bisognava stramarli, accudirli.
Le Stalli Scure erano tutto un belare di pecore e un andirivieni di persone indaffarate che sporcavano la neve, di letame e fango compattandola al terreno e rendendolo liscio come vetro, ma tutto somigliava ad un presepe, molto di più di quelli che oggi si fanno ogni dove.
Un presepe vero, con case, stalle e pagliai illuminati da fioche, calde luci, dove asini e buoi scaldavano ancora le persone con i loro fiati caldi.
Il tempo di Natale a Santa Anatolia iniziava con la presa dei forni da parte delle donne
Ho gia scritto del forno che serviva per tutti, ma per il periodo di natale si faceva “ u furnu e gli furnittu” cioè “u furnu” per il pane e
“gli furnittu”per i dolci.
Il calendario dei forni di Natale si stabiliva mesi prima. Un calendario preciso con scadenze precise dalle quali non si derogava. era a ciclo continuo per giorni e giorni, anche di notte.
Il forno di Natale era un forno speciale si cuoceva il pane per tutte le feste ma, insieme al pane, si cuocevano tutti i dolci natalizi che dovevano essere abbondanti, poiché servivano per fare regali, per eventuali ospiti e anche per la famiglia, ma in maniera molto ridotta,
I dolci venivano custoditi dalle mamme in maniera così stretta che rubarne qualcuno diventava un’impresa!
Il principe dei dolci di Natale era “ La pizzella co le nuci”
Era considerata una cosa così preziosa che nostra madre la nascondeva per non farcela trovare ed ogni tanto, durante il giorno, ce ne dava un pezzettino. Ma era una gratificazione al fatto che eri stata buona o avevi fatto una faccenda per bene, oppure i compiti.
Anni dopo, quando ho provato a farla io, mio padre, dopo averla assaggiata, diceva immancabilmente “ Scine, è bona, ma quela de mammeta era più bona!”.
Purtroppo mia madre ci aveva già lasciato per altre dimensioni.
Per forza di cose, io qui devo essere concisa, ma tornerò a parlare del Natale ancora.
Sono tali e tanti i ricordi che mi affollano la mente e che premono per uscire, che io devo disciplinarli prima di raccontarli, proprio come un gomitolo di lana aggrovigliato che va dipanato prima di essere lavorato.
Una cosa posso descrivere ora ed è proprio la “Pizzella co le nuci

Servono per una pizzella
Farina 200 gr
Uova 2
Con questi due ingredienti si tira una sfoglia sottile, molto sottile che da Santa Anatolia si deve vedere Torano
Nel frattempo si deve già preparare la farcia con:
noci frullate, cioccolata fondente grattugiata, miele quanto basta per amalgamare, fichi secchi tagliati a piccolissimi pezzi e rum.
Si amalgama il tutto e si stende per bene sulla sfoglia, poi si arrotola la sfoglia su se stessa ,come fosse un sigaro gigante e poi si avvolge come fosse un serpente.
Si spennella con un po’ di uovo sbattuto e si inforna per almeno una mezz’oretta a 180°
Ma ognuno puo regolarsi secondo il proprio forno, io faccio ad occhio.

Non scorderò mai mia madre intenta a rompere le noci con il martello, usando come base una forma per scarpe di ferro, con il fuoco scoppiettante alle sue spalle e noi figli che separavamo le bucce dai gherigli. Erano più quelli che finivano nelle nostre bocche che quelli che finivano nel recipiente che doveva raccoglierli, mia madre ci sgridava noi ridevamo!

L’Arrangiata

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Ma perché le cose possano avere un certo ordine temporale bisogna iniziare dal principio o dalla fine, dipende.
Tutte le ricette e le operazioni inerenti il cibo o l’approvvigionamento di esso, erano collocate in un preciso momento dell’anno. Tutto era legato alle stagioni e al tempo.
Non si poteva prescindere da questo, poiché ogni stagione aveva le sue ricette e le sue peculiarità che erano legate al tipo di raccolto o di consumo del raccolto a seconda dei casi.
Neanche l’allevamento degli animali da cortile, delle pecore e dei maiali, sfuggiva a questa regola.
C’era un tempo per seminare ed un tempo per raccogliere, un tempo per immagazzinare ed un tempo per consumare, un tempo per allevare, un tempo per tosare e purtroppo un tempo per uccidere.
Può sembrare crudele ma uccidere gli agnelli e i capretti a Pasqua, tirare il collo a una gallina per fare il brodo per una partoriente e macellare un maiale quando era bello grasso, beh erano cose che, lungi dal rattristare, rallegravano le famiglie, in vista dei lauti pranzi che ne sarebbero derivati.
La vita in campagna era molto cruda. Non ci si rammaricava per una bestia se essa moriva per qualche malattia, ci si rammaricava per tutto il lavoro svolto per farla crescere e per il mancato guadagno.
Ho visto mia madre piangere perchè il maiale aveva la broncopolmonite!!
Serviva un pollo? Gli si tirava il collo senza tanti complimenti!
Tutto ciò sembra crudele adesso, ma magari, in altri modi, oggi siamo ancora più crudeli con tutto il nostro amore verso gli animali. Li teniamo chiusi in gabbie, canili, pigiati, costretti, forzati a mangiare perchè crescano in fretta oppure tenuti a morire di fame.
Quando va bene li nutriamo con mangimi di dubbia provenienza e composizione, con conseguenti malattie che contagiano anche l’uomo.
Qualche decennio fa, a Santa Anatolia, gli animali erano liberi, le galline scorrazzavano dovunque, avevano solo un segno sulle ali per segnalare a chi appartenessero, pecore, mucche, asini, muli tutti liberi, questi ultimi al massimo avevano le pastoie.
Era il tempo in cui le vacche avevano un nome : Bianchina, Rosina ….
Ma di tutte le crudeltà, la peggiore si verificava verso la fine ed inizio anno, quando l’aria era invasa dalle grida disperate dei maiali moribondi che venivano ammazzati in una maniera così crudele che il legislatore ha pensato bene di proibirla in favore di un metodo più rapido e misericordioso.
Il metodo era crudele ma la morte del maiale era una festa, era cibo assicurato sotto forma di prosciutti, guanciali, spallette, lardo, salsicce , fegatelli, sanguinacci, strutto, ventresca, sfrizzoli, per buona parte dell’anno e, allora, non ci possiamo meravigliare se tutti erano felici e contenti!
La parte più gioiosa si verificava la sera, dopo che il maiale era stato diviso a seconda delle varie utilizzazioni.
Quello che restava, con altra carne rubata alle salsicce, andava a riempire una grande padella di ferro che veniva posta sul fuoco scoppiettante dove sfrigolava allegramente finchè non era ben arrostita.
Condita con spezie varie, andava a riempire i capaci stomaci della famiglia, dei parenti e anche dei vicini, che avevano partecipato a tutta l’operazione e che inzuppavano interi filoni di pane nell’unto, il tutto, accompagnato da fiumi di vino che davano la stura a cori improvvisati e risate fino a tarda notte.
“facemece nu bicchiere e facemecegliu mo’
Che mo’ c’iaveme tempe e addimà magari no!” e via a brindare! Si mandava giù anche la “ciarrapicchia” che era un vino tra l’aceto e l’acqua fatto se non ricordo male, con gli scarti dell’uva.
Questa era chiamata “L’arrangiata” presumo dal verbo arrangiarsi, cioè valersi di quello che si poteva racimolare per farsi una gran saporita mangiata! Questa era chiamata anche “Felicità” perché a me viene difficile immaginare un altro momento di condivisione, di unione, più felice di questo!
Mai sentito uno dire “ No grazie ho il colesterolo alto!”

Segue……