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Novembre, la malinconia e i carciofi

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Ecco che il ciclo si chiude. Era novembre quando iniziai questo viaggio nei ricordi, è di nuovo novembre, e sono qui, ancora sotto al tiglio, solo che adesso il tiglio, non mormora parole leggere con leggero stormire di foglie. Il tiglio geme, è scosso, frustato da un vento freddo e le foglie dorate di ottobre sono diventate brune e giacciono sul terreno, fradice di pioggia, sporche, scivolose. I suoi rami, grigiastri, striati di muschio, protendono le loro braccia al cielo grigio, uniforme.
Un sentore forte, dolciastro, di decomposizione mi arriva alla narici. Lo aspiro sebbene tutto dica: morte! Rabbrividisco di freddo e di tristezza.
Morte, vita, resurrezione! Smuovo piano, con la punta delle scarpe, lo strato di foglie marcescenti e, sotto, mi appare ancora l’erba verde e rigogliosa. La vita vegetale, sotto le foglie morte, resiste, non si arrende alle gelate, dovrà farlo prima o poi ma la sua non sarà che una morte apparente.
Al primo raggio di sole primaverile risorgerà più verde e rigogliosa di prima, sconfiggerà la morte con la forza della vita.
Mi guardo in giro, i gatti mi osservano da lontano, guardano questa figura avvolta in strati di calda lana e sono immobili. Ci fissiamo, mi scrutano, qualcuno di loro muove passi esitanti verso di me, aspettano. Ma io non ho nulla da dare loro, niente, sono solo di passaggio. E’ la nostalgia che mi ha spinto a tornare a casa.
Questa è la mia casa mi dico. La guardo, vuota, silenziosa, le imposte chiuse, muta.
Adesso entro ed accenderò il camino, farò un gran fuoco, la tristezza sparirà e i ricordi mi terranno compagnia.
Non so spiegarlo, ma, quando torno in questa, che è stata la mia casa per un lunghissimo arco di tempo, mi piace aprire tutti i cassetti, frugare negli armadi, sfogliare vecchi libri e album di fotografie alla ricerca del tempo perduto.
Apro, chiudo, sfoglio, ricordo.
Mia madre sorridente tra i suoi fiori, mio padre intento a spaccare legna con l’accetta, i miei nipoti piccoli, Matteo col braccio rotto, Marco vestito da piccolo marinaio per un carnevale, Paolo e Stefano tra i pomodori dell’orto, Luca, ad un anno, in braccio a mia madre, Federico a due anni, nella neve, che addenta una pizza bianca più alta di lui, Gianmarco, paffuto e roseo con una testa di ricci biondi, Alessia tra le ortensie piccola e bionda che mi guarda senza sorridere ed Eleonora, sul mio letto, che sgrana gli occhi mentre gioca con la mia bigiotteria e ancora feste di Natale e Pasque, di chissà quale anno e i miei fratelli, le mie sorelle tutti giovani, magri e belli. Dove sono andati quegli anni?
Il fuoco che arde allegro nel camino mitiga la mia tristezza, lascio che il calore mi bruci le ginocchia, mi arrossi la faccia e mi asciughi gli occhi. Guardo le fiamme che guizzano veloci, sono ipnotiche quasi si fa fatica a staccare gli occhi. Scoppiettii, scintille, “monachine” che salgono verso il cielo. Quanti giochi, quante risate, quante lacrime! Quanta gente è passata in questa stanza! Sono tutti qui, vivono nelle vibrazioni dei mobili nello scricchiolio dei tetti, nei pavimenti consumati dai passi, nell’intonaco dei muri che ha assorbito le loro emozioni.
Qui siamo nati tutti noi fratelli, queste mura hanno sentito il nostro primo vagito, qui abbiamo respirato la nostra prima boccata di ossigeno, abbiamo mosso i nostri primi passi e pronunciato le nostre prime parole. Questa è la nostra culla, il nostro nido, l’utero virtuale che ci ha partorito. E’ la mia, la nostra casa. Per quante case noi possiamo avere nel mondo, questa è “casa” e niente potrà mai cambiare questa realtà.

Mi rannicchio nella poltrona e chiudo gli occhi. Sento la voce di mio padre che racconta della guerra, della sua vita da carabiniere, sento mia madre che parla di notti di luna piena e “chiara” sento gli schiamazzi dei miei fratelli, la radio che canta insieme alle mie sorelle. Sento le risate dei miei nipoti e e il cicaleccio di quelle grandi, allegre, tavolate domenicali. E’ così che mi sento a novembre, piena di nostalgia e desiderosa di calore umano.
Per quanto mi sforzi, non riesco a visualizzare immagini allegre legate a novembre. Malinconiche si, ma non allegre.
Novembre iniziava con il giorno dei morti e con la visita al cimitero. Forse già questo predisponeva alla tristezza.
I campi arati erano scuri sotto un cielo di solito grigio, ma il grano seminato nei solchi aveva già iniziato a germogliare ed a me veniva in mente la filastrocca del chiccolino
“Chiccolino dove sei?
Sotto terra non lo sai?
E la sotto non fai nulla?
Dormo dentro la mia culla…………………….

Natale sembrava ancora lontano, e i rintocchi delle campane, che al tramonto suonavano il Vespro, erano cupi e lenti. Se guardavi le montagne, poi, erano quasi sempre nascoste da una coltre grigia di nuvole pesanti e basse. La porzione di esse non nascosta dalle nuvole, era anch’essa grigia. Insomma ovunque si girasse lo sguardo era il grigio a dominare, in tutte le sue sfumature. Il grigio del cielo, delle montagne e dei tronchi degli alberi che sembravano, allo sguardo, soli ed abbandonati. Mandorli spogli, intrisi di pioggia, con solo qualche grigia cornacchia appollaiata sul ramo più alto, a far loro compagnia. Querce non ancora spoglie, grondanti pioggia con un tappeto di ghiande miste a fango alla base. Strade fangose, pozzanghere infide, scarponi che diventavano pesanti per la terra che si attaccava alle suole e infangava i pavimenti. La sera ci si stringeva vicino al camino e quando veniva l’ora di andare a letto c’era la cerimonia del prete.”U prete!” senza il quale il letto sarebbe stato freddo e umido e che spesso era causa di incendi e strinature di lenzuola.Era, il prete (chissà perchè era chiamato così? Ci vedo una certa malizia paesana) una gabbia di legno fatta di doghe convesse, due inferiorie due superiori, che si toccavano alle estremità a formare un’ellisse doppia e parallela con al centro assi di legno quadrate o rettangolari. Il prete veniva messo nel letto e sulla base inferiore veniva poggiato un braciere (u coppe) pieno di braci roventi, serviva a scaldare le lenzuola, ma se ti distraevi un attimo o non posizionavi bene il braciere, potevi fare un bel falò! Ma infilarsi nel letto dopo aver tolto il prete era un piacere al quale pochi rinunciavano. A novembre, poteva succedere, che una mattina, tuo padre, venisse nella tua camera, dove dormivi al calduccio abbracciata a tua sorella e spalancasse le imposte dicendo con tono gioioso:
“Ficcatevi sotto le coperte! Guardate che meraviglia!” e noi, insonnoliti, guardavamo increduli lo spettacolo della prima neve che scendeva copiosa e leggera dal cielo, imbiancando cose e case e coprendo tutto quel grigio con un meraviglioso e brillante manto bianco.
Allora ci stringevamo l’un l’altro sotto le coperte e guardando la neve scendere pregavamo Dio che la lasciasse scendere a lungo.
La neve ci restituiva la gioia, vestiti sommariamente, non vedevamo l’ora di tuffarci nella sua morbidezza, fare pupazzi di neve e a “palloccate”.
Poi i più bravi avrebbero improvvisato gare di sci lungo “ u prate” cioè il prato per antonomasia, il luogo mio dell’anima, quello che va dall’Ara de Placidi fino “agli Quadri”
Un pendio abbastanza lungo che in inverno era un campo da sci, in primavera un mare verde di erba e d’estate il luogo di tutti i nostri divertimenti all’ombra dei mandorli.
Si andava a scuola lo stesso però. Non c’era nevicata che bloccasse lo svolgersi regolare delle lezioni. Poiché in quegli anni le nevicate erano frequenti ed abbondanti, avremmo rischiato di perdere lunghi periodi di scuola altrimenti.
Si andava a scuola, scarponi rotti o no. Una bella passata di sego “siu” sulle scarpe per non farci “umà” l’acqua e via. La scuola era riscaldata da una stufa a legna e spesso portavamo con noi anche pezzi di legna per alimentarla.
Ricordo i miei maestri, qualcuno con affetto, altri no. Ne ricordo uno in particolare, neanche tanto malvagio, ci mandava in punizione nella neve, in ginocchio, con le mani alzate al cielo e senza cappotto. Ricordo mia madre, l’unica volta che è capitato a me, irrompere nella classe e con fare minaccioso dire al maestro ” che sia la prima e l’ultima volta, quando avrai figli tuoi, potrai trattarli così, mia figlia mai più!” Il maestro non aveva figli, rimase senza parole, ma nessuno andò più in punizione in quel modo!
C’era e c’è a Santa Anatolia una maestra, la Signora Ortensia, oggi novantaquattrenne, che per un periodo, appena diplomata, ha insegnato a Cartore. I santanatoliesi sanno dove si trova Cartore e quanto sia difficile ancora oggi raggiungerlo. Ortensia è una donna piccolina, si e no arriva al metro e cinquanta, ebbene questo scricciolo di donna andava ad insegnare a Cartore a dorso di cavallo e con qualsiasi temperatura o tempo atmosferico. Ogni giorno saliva sul suo cavallo e con la pioggia, con il sole o con la neve, andava a Cartore. Attraversava campi, valicava colline e attraversava boschi. Partiva all’alba in sella al suo cavallo, prendeva la strada che dal Pontone costeggia ‘Ncolanesce, sale sulla collina, arriva a Colle Pizzuto e poi va verso Cartore dove l’aspettava una scuola semidiroccata con il tetto sfondato, forse dal terremoto del 1915.
Una mattina doveva ripartire da Santa Anatolia ed essere a scuola in tempo per l’orario di apertura. Aveva nevicato molto, ma lei montò a cavallo con l’aiuto del padre e si avviò verso Cartore. La neve alta rendeva difficoltoso il cammino del cavallo e tutto intorno il silenzio era perfetto. Arrivata nei pressi di Colle Pizzuto il cavallo iniziò ad innervosirsi, divenne inquieto. Erano tempi quelli in cui i lupi erano molto numerosi e con il cattivo tempo scendevano a valle in cerca di cibo. Il cavallo aveva sentito i lupi che si aggiravano nei pressi. All’improvviso si imbizzarrì e disarcionò la povera Ortensia che fu sbattuta a terra dove per sua fortuna atterò sul soffice manto della neve. Il cavallo imbizzarrito, nitrendo di spavento, fuggì verso Santa Anatolia lasciando la poverina semisepolta dalla neve. Alla coraggiosa maestrina non restò che spolverarsi la neve di dosso e riprendere la via di casa nella neve che, quasi, era più alta di lei.
Arrivata a casa trovò il cavallo tranquillo nella stalla ed i suoi parenti che si preparavano ad andare a cercarla spaventati dal ritorno del cavallo “scosso”. Difficile pensare a qualcosa di simile adesso!
Novembre è un mese sospeso, è l’anno ormai incanutito che si avvia verso la fine, Novembre è un mese saggio, è un vecchio che racconta, parla tra sé e ricorda.
A volte Novembre ha guizzi di insospettata giovinezza, come un fiore piccolo e giallo che sbuca dal mucchio delle foglie morte, un raggio di sole, può darti l’illusione della primavera e si torna a sorridere.
Novembre è una calda coperta che ti avvolge, è la pioggia gelida che il vento ti sputa sulla faccia, è il muggire delle mucche nelle stalle è il belare stanco delle greggi nei crepuscoli bui, è il camminare rasente i muri delle case in cerca di riparo.
A novembre, più che mai, con il freddo che penetra nelle ossa, sentiamo il bisogno di qualcosa di gratificante per ritemprare corpo anima, allora potrà essere consolatorio il profumo di un bel pollo arrosto con le patate che ti accoglie quando torni a casa, un piatto di polenta con le salsicce, una densa minestra di fagioli o ceci.
Io ripenso alle polpette di mia madre ed al pane appena sfornato intinto nel loro sugo accompagnati da un bel tegame di carciofi e patate.
Per chi volesse gustarli ecco la ricetta:

Ingredienti:
Carciofi romaneschi, patate, olio, mentuccia, sale, mollica di pane, acqua.

Pulire bene i carciofi, togliere le foglie più dure, tagliare la punta di due o tre cm.
Allentare la consistenza delle foglie senza romperle, metterli per una decina di minuti in acqua dove avrete spremuto mezzo limone.
In una ciotola preparare una panure con mollica di pane sbriciolata, sale, olio e mentuccia
oppure prezzemolo.
Preparare un tegame dove verserete dell’olio, non molto.
Riempire i carciofi con la farcia cercando di farla penetrare bene tra un giro di foglie e l’altro. Posizionare i carciofi nel tegame con l’olio facendoli rimanere ben dritti.
Perché non si adagino su un fianco, tagliare una patata o due a pezzi e metterla nel tegame a sostegno dei carciofi.
Riempire il tegame di acqua fino a circa ¾ dell’altezza dei carciofi e salarla.
I carciofi non devono mai essere sommersi dall’acqua altrimenti la mollica diventa una pappa.
Far cuocere per circa una ora aggiungendo acqua ogni volta che occorre perché i carciofi non brucino (fare attenzione che l’acqua non vada sulla sommità dei carciofi mentre bolle).
Non coprire il tegame mai. Quando l’ultima acqua sarà evaporata, le patate e i carciofi saranno cotti a puntino ed alla base rimarrà solo l’olio insaporito dai carciofi e dalle patate.
Ricetta semplice ma gustosa, non proprio santanatoliese ma io l’ho sempre mangiata fin da piccola e devo dire la verità, avendola mangiata molte volte da altre parti, “quela de mamma era più bona!” ed a me ricorda molto mia madre.

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