Archivi tag: pizza

Ottobre, la luna e la pizza gialla

Standard

10 novembre 201 021020001004

Cos’è questo brivido freddo, questa voglia di avvolgersi in un caldo scialle e salire sulla collina a farsi sferzare il viso dal vento e da gelide gocce di pioggia.
Cos’è questa voglia di andare, guardare tra le pietre, sbirciare tra i cespugli, frugare tra l’erba, alzare gli occhi verso questo cielo plumbeo e sfidare le raffiche di tramontana che strappano i vestiti di dosso e le foglie dagli alberi.
Cos’è quest’ansia che mi afferra, questa urgenza di vedere, controllare, imprimere nella mente ogni cosa, prima che tutto cambi, prima che tutto muti e piombi nel silenzio ovattato della stagione malinconica, della stagione struggente, della stagione degli addii, l’autunno. Devo controllare tutto, imprimermi nella mente tutto ciò che tra qualche tempo muterà.
I cespugli di more con ancora frutti semisecchi attaccati, i mandorli con le foglie sottili e giallastre che cadendo formano tappeti marcescenti e dall’odore pungente sull’erba bagnata, le querce con ancora le foglie verdi e vitali, tra le quali si intravedono piccole ghiande perfette, lucide e dal cappuccio rugoso.
Controllare i cespugli di rosa canina con le rosse bacche mature e dall’interno peloso, il muschio odoroso, i licheni abbarbicati alle pietre, le felci ingiallite, i piccoli fiori rosa e gialli che sfidano il vento indomiti.
Tutto, tutto devo incamerare nella mia mente. Tra breve le piogge ed il gelo cambieranno il paesaggio ed io voglio ricordare.
Lo so, tornerà la primavera, ma se c’è una cosa che ho imparato nella mia vita è che niente ritorna davvero. Ogni cosa sarà nuova, come l’acqua del fiume che sebbene sembri immutabile, non è mai la stessa a scorrere davanti ai nostri occhi.
Tornerà la primavera, ma per il momento è l’acqua gelida delle prime vere piogge ottobrine che ci fa già piombare in quell’atmosfera uggiosa, che solo un bel fuoco scoppiettante, dalle lunghe fiamme saettanti, può fugare .
Guardando ad est verso il Monte Velino, nulla si scorge se non nuvole minacciose che nascondono le montagne ed ad ovest, il monte dietro a Torano è scuro e misterioso, solo un chiarore aranciato appena visibile,dietro la coltre di nuvole, lascia intuire a tratti, che il sole, sebbene nascosto, non è scomparso del tutto e che forse domani ci scalderà di nuovo.
“ Rosso di sera o piscia o soffia!” dicevano i nostri padri.

Una volta, ai miei tempi, ad ottobre si tornava a scuola. Non vedevo l’ora di tornare. Non vedevo l’ora di avere i nuovi libri. Mi piaceva il loro odore di stampa fresca, li annusavo, li toccavo, li sfogliavo con ansia e poi nel giro di una settimana, soprattutto il libro di lettura era bello che finito. Che meraviglia! Le illustrazioni, i racconti, mi proiettavano in mondi per me fantastici. Mi immergevo completamente nella lettura, talmente profondamente che i richiami di mia madre non riuscivano a penetrare quel mondo fantastico e, spesso, venivo svegliata da quel sogno, con uno strattone energico.
Era il tempo in cui, mia madre mi mandava a prendere il latte da Fernando Panei. Fernando aveva solo una mucca, la ricordo nella sua stalla, agliu Travineglie, la testa sporgente dalla porta chiusa da un mezzo cancello di legno e rete metallica, era marroncina e mansueta, e ci scrutava tranquilla con i suoi occhi bovini, mentre tornavamo da scuola, allegri e vocianti.
Non so quanto latte producesse, ma di quel latte, un litro veniva messo da parte per noi bambini.
Io ero felice di andare a prenderlo. Adoravo quella casa così diversa dalla mia. Era una casa che la Signora Cristina rendeva calda ed accogliente. Il fuoco era sempre acceso nel loro soggiorno e dalla cucina provenivano sempre degli odorini allettanti!
Ma cosa per me fiabesca, vicino al camino c’era una scaffale pieno di libri. Libri per ragazzi poiché il loro figlio aveva solo un anno più di me.
Ho letto tutti quei libri. Credo io li divorassi letteralmente.
Ricordo quei crepuscoli freddi, tra il lusco ed il brusco, io che camminavo spedita verso la loro casa con la bottiglia del latte vuota, il vento che soffiava o a volte, la neve che mulinava e rendeva il mio viso rosso e bruciante. Salivo le scale di corsa e tutto ciò che aspettavo era il momento in cui avrei scelto il libro da leggere.
Poi, con la bottiglia del latte piena ed il libro, stretti bene bene al mio petto, correvo verso casa per immergermi nella lettura, sorda a tutti gli schiamazzi e le urla dei miei fratelli.
Ottobre, le prime nevicate sui monti:

“Quanne Veglinu se mette u cappeglie, vinnite le capri e fatte u manteglie, quanne Veglinu se scopre le braghe, vinnite u manteglie e fatte le capre!”

Mio padre diceva questa filastrocca tutte le volte che il Velino si imbiancava per la prima volta.
Da tempo armai i pastori avevano lasciato la montagna per far ritorno al paese e all’imbrunire, il monotono belare delle pecore che tornavano all’ovile, era ridiventato consuetudine.
Li vedevi passare con l’ombrello a tracolla, un grande ombrello robusto, di solito di un verde scuro sbiadito dalle piogge, con righe orizzontali di vari colori.
Avevano, poi, un bastone al quale appoggiarsi e con il quale rimettevano in riga le pecore indisciplinate. Li seguivano i cani, i bianchi pastori abruzzesi, sporchi di fango, inzaccherati e dalle lingue penzoloni.
Cani intelligenti che a seconda dei fischi del padrone, eseguivano mansioni diverse, governando il gregge in maniera perfetta.
Ma ad ottobre, all’improvviso, dopo giorni di pioggia durante i quali l’autunno sembrava dominare, capitava che uscisse il sole e per vari giorni l’estate sembrava tornata.
Allora era tutto un correre e rincorrersi nei prati, tutto un tracciare disegni sul terreno a seconda del gioco che volevamo giocare: Il mondo, le città, la campana, la tizza. Fino a tarda sera si giocava fino allo sfinimento, poi erano le urla delle madri che ci chiamavano per la cena, che mettevano fine agli schiamazzi.
A casa ci aspettava il camino acceso, la cena in tavola, i rimproveri delle mamme e se non li avevi fatti prima, i compiti.
Dopo cena, almeno quando ero piccola io, si diceva il Santo Rosario, con devozione mia madre, celando le risate noi bambini. Ricordo la lunga sfilza di litanie in latino, con noi che ripetevamo ad ogni litania “ora pro nobis” e le risate inevitabili se guardavi l’uno o l’altro dei tuoi fratelli. Alle litanie seguiva tutta una sfilza di preghiere antiche per i morti e poi, finalmente, ci potevamo sedere comodi e dare inizio ai racconti. La televisione non c’era ancora!
Si raccontavano storie antiche, bastocchie e filastrocche.
Peccato che io ne ricordi poche.
Ne ricordo una in particolare perchè mia madre, negli anni, ha continuato a ripeterne una rima, per ricordare al prossimo quanto lei soffrisse e quanto invece gli altri si lamentassero a sproposito.
“Pe le coste e pe le pianu josse ruttu reporta u sanu!”
Si narrava di un lupo e di una volpe che andarono a rubare delle galline in un pollaio, di notte.
La volpe entrò per prima nel pollaio e riuscì a mangiare una gallina, ma fece tanto fracasso che il padrone della galline si insospettì ed accorse nel pollaio con un grande bastone. La volpe fece in tempo a scappare e al buio disse al lupo “Compà entra tu mo!”
Il lupo non se lo fece ripetere due volte ed entrò spedito ma, ad accoglierlo, trovò il padrone delle galline che lo riempì di legnate.
Quando riuscì a scappare, pesto e dolorante, trovò fuori la volpe tutta sporca del sangue della gallina che aveva mangiato. La furbastra sazia e soddisfatta disse al lupo “ Compà, famme sallì ‘ngroppa che non ce la facce a camminà, guarda so tutta sporca de sangu!

Così il lupo mosso a pietà se lo caricò in groppa e sofferente com’era si incamminò verso il bosco. La volpe durante il tragitto, facendo finta di lamentarsi cantava un ritornello che era appunto questo : “ Pe le coste e pe le pianu josse ruttu reporta u sanu!”

Dopo le chiacchiere ed i racconti, poteva succedere che la legna per il camino non fosse sufficiente e bisognava uscire per prenderne dell’altra. Nessuno di noi figli aveva il coraggio di andare nella legnaia da solo, così nostro padre ci accompagnava fuori e se c’era la luna piena ci diceva una filastrocca che mi è rimasta nel cuore e che ripeto ai miei nipoti:

Ecche la luna
Ecche la stella
Ecche la figlia e la piccirella
Ecche n’ursu ncatenatu
Porta ngoglie nu castratu
U castratu non è ju mé
È de quiss’e Giammatté
Giammatté è jtu a Roma
E s’è persa la corona
La corona e ju tricche e tracchi
Pe spara ncuju agli jatti!

Poi guardando il perfetto disco giallo luminoso della luna diceva: “ Guarda che pizza gialla!”

E già! La pizza gialla, la pizza di granturco cotta “sotte agliu coppe” dalla crosta croccante che svuotata dalla mollica e riempita con cicoria ripassata in padella con aglio, olio e peperoncino, era una delizia autunnale ed invernale. Un’altra di quelle leccornie contadine, povere e semplici di cui si va perdendo la memoria.

Volete farla?
Ecco qua la ricetta

Mezzo chilo di farina di granturco, sale, un cucchiaino di bicarbonato e acqua tiepida quanto basta per fare un impasto non troppo duro e che non si sfarini.

Si impasta per bene, si da alla focaccia una forma rotonda alta qualche centimetro, tre o quattro centimetri sono sufficienti. Si incide poi la superficie della pizza con righe incrociate a formare delle losanghe poco profonde. Si pulisce la base del camino, nel quale si avrà avuto cura di far bruciare abbastanza legna da fare un bel po’ di brace, si posiziona la pizza sui mattoni ardenti e si copre con “gliu coppe” catino di ferro. Si ricopre poi il catino con la brace e si lascia cuocere finche la crosta non sia diventata bella croccante.
Si svuota poi l’interno (operazione alquanto difficile!) e si riempie con la cicoria di campo, ripassata in padella con aglio, olio e peperoncino ed anche, volendo, parte della mollica.
Io l’ho fatta di recente, ma l’ho dovuta cuocere nel forno ed ho sostituito la cicoria con gli spinaci. Era buona lo stesso, ma “sotte agliu coppe” è tutta un’altra storia!

La luna, il tiglio e la pizza di Lena

Standard

Il tiglio mormora, il tiglio sussurra, suggerisce, racconta, muove leggero le foglie e lascia intravedere la luna piena alta nel cielo. Il tiglio mormora, sussurra, racconta, porta voci lontane, perdute, bisbigli appena percettibili, brezze che sfiorano il viso, sospiri, echi di risate e pianti, nenie cantate a bimbi insonni, bastocchie raccontate a bimbi attenti. Sussurra il tiglio, porta la voce di mia madre, la sua voce da affabulatrice “ c’era una luna chiara!” C’era quasi sempre una luna chiara nei racconti di mia madre, sia che parlasse di briganti o che raccontasse di vicine di casa che scambiavano la luce della luna per la luce dell’alba e si mettevano in cammino a notte fonda. Ugenia, credo si chiamasse. Si vestì e si mise in cammino verso Magliano, convinta che fosse quasi mattino. Prese per Macchialonga, la luna rischiarava il suo cammino nella salita impervia e lei camminava spedita, recitando il rosario per scacciare la paura, ma arrivata a Rosciolo, presa da dubbi, bussò alla prima casa che le capitò davanti e scoprì che erano solo le undici di sera.
C’era la luna nei racconti di mio padre, nelle sue ascese e discese dalla montagna della Duchessa. Aveva 11 anni, quella volta che salì con l’asino per fare la legna, non aspettò suo cugino Federico, pensando che fosse andato via senza di lui. Prese l’asino e salì sulla montagna. Mentre riscendeva, “dentre Fiuj”, incontrò suo cugino che invece saliva, il quale, essendo leggermente balbuziente, gli disse: “Cuggì, che che che che te ne si itu a jacè?” (jacè, giacere, si usava per dire “hai dormito all’addiaccio”) anche mio padre aveva scambiato la luce della luna piena per la luce del mattino!
C’era la luna nelle notti di mio padre, quando salendo ancora sulla Duchessa, i galli cedroni, ora scomparsi, facevano echeggiare i loro acuti versi tra le pareti scoscese della Val di Fua e della Val di Teve. Era tutto un eco di gutturali chicchirichì che si rincorrevano e si moltiplicavano sotto la luce chiara della luna, cozzando sulle rocce e tornando indietro ingigantiti, facendo rabbrividire chi si avventurava in quei paraggi.
Quelle notti di luna piena, con i campi di grano appena mietuto, le lunghe file delle manoppiare, le ombre nere, il canto dei grilli e le lucciole, quante lucciole a fare a gara con la luce della luna! E noi, bimbi crudeli, che le prendevamo e le strusciavamo sui vestiti per un breve, fugace, lampo fosforescente, condannandole a morte per un gioco che non sapevamo orribile.
E l’Ara de’ Placidi, con i mucchi di grano pronti per essere trebbiati. Nitide, enormi case di covoni, i manoppi, di grano e la trebbia (Trebbiatrice) silenziosa ancora, grande, enorme, minacciosa. Ogni cosa in attesa del mattino, quando un’intensa attività, fatta di asini carichi, di carretti, di uomini coi forconi, avrebbe riempito l’aria con rumori tanto assordanti, per via soprattutto del rumore della trebbia, da farti turare le orecchie.
La via dell’Ara! Quante corse, quanti giochi! Conduceva “abballe all’ara” l’ultima vera aia dove la vita lavorativa dei contadini santanatoliesi culminava con la trebbiatura o con la spannocchiamento del granturco. Bella, bianca di ciottoli lucidati dal grande uso, splendente sotto la luce della luna! Quanti amori, quanti matrimoni, quanti figli di Santanatoliesi devono la vita “all’Ara de Pracidi”!
Come tutto è nitido nella memoria! La rossa trebbia con il rumore incessante e assordante,
la moltitudine delle persone indaffarate a caricare i covoni nella trebbia , la pula che usciva riempiendo il cielo di un pulviscolo denso e secco, depositandosi poi in mucchi dorati nei quali noi bambini ci tuffavamo felici, le mamme e gli adulti in genere, che dicevano “Attenti agli alestri che te se ficcanu dentre agli occhi!” Ricordi portati dalla brezza che le foglie raccolgono: il pianto di una bimba, la sorella di mio padre, piccola, ancora non compiva l’anno, curiosa del fischio acuto della sirena della trebbia e che portata da mio nonno sull’aia morì per lo spavento provocato proprio da quel suono acuto e prolungato. Tragedie accolte come fatalità, pianti silenziosi ed accorati, rassegnazione.
Io e mia sorella Patrizia che scendiamo mano nella mano lungo la strada, vicino al’Ara, mia sorella, treenne, che piange disperata e che di botto si ferma sgranando gli occhi e dice guardando il prato pieno di crochi lilla “ Fé, guarda quanti giglitti!” e poi riprende a piangere apparentemente inconsolabile, con grandi singhiozzi!
I ragli degli asini, l’imprecare degli uomini, le donne con i canestri in testa che portano il pranzo ai lavoratori, mia nonna Cleonice, che forno dopo forno, incessantemente sforna pagnotte di pane per i mietitori della famiglia Placidi, che erano tanti e ricevevano insieme al salario pattuito anche una pagnotta di pane al giorno. Povera nonna quanto sudore! Tutto nitido, tutto finito, perduto. Ma il tiglio parla, racconta a chi sa ascoltare, muove leggero le foglie e sussurra, lieve, devi tendere l’orecchio in questa notte di luna piena, piena anche di ricordi di lupi mannari, streghe che andavano nelle stalle e intrecciavano le code ei cavalli lasciandoli sudati e stremati, frati maledetti, gatti mammoni, e vecchiarelle che si facevano togliere la pelle per ringiovanire “te fa male vecchierella?” “ Si pe parì bella!” come sembrava terribile in quelle sere estive piene di suggestioni che facevano rabbrividire. Ti guardavi le spalle, sgranavi gli occhi in attesa di veder comparire il frate barbone, la strega scarmigliata e ghignante o l’uomo diventato lupo che ti avrebbe azzannato.
“Vai a dormire, vai a dormire!” dicono le foglie leggere muovendosi al soffio tiepido di questo venticello di fine luglio. “Vai a dormire, vai a dormire!” sembra dire la luna che mi guarda beffarda ed immobile nel cielo, dove le stelle lottano per avere la loro parte di splendore! Si, andrò a dormire, tra un po’, ma prima raccontatemi di quei pomeriggi estivi, lunghi, caldi e infiniti, di quella musica ascoltata da mia madre mentre era intenta a rammendare sul nostro grande tavolo di legno scuro, riportatemi la sua voce che cantava insieme alla radio, raccontatemi di me bambina e di come ero felice guardandola e di come spezzando il filo con i denti e lasciando il lavoro sul tavolo, si alzasse per preparami quelle merende a base di pane, olio e pomodoro, così succulente, così squisite, raccontatemi di quella vita che mi appariva serena, appagante e luminosa e poi ditemi che non tutto è perduto!
Una finestra si apre cigolando, sobbalzo! Una lama di luce taglia il buio dietro di me, una figura bianca dice con voce umana, nitida “che fai non vai a dormire?” è Lena, la mia vicina
Ora vado, ma prima vi dico la ricetta semplice semplice della pizza bianca di Lena, tipica della sua famiglia i Tupone, che facevano sempre quando facevano anche il pane.

Ingredienti:
Mezzo chilo di farina
1 oppure 2 patate
Acqua
Sale q.b.
3 cucchiai di strutto
Rosmarino
Lievito 25 gr se di birra, 200 gr se lievito madre (in quest’ultimo caso i tempi saranno più lunghi)

Far bollire le patate e schiacciarle con lo schiacciapatate
Fare la fontana con la farina, mettere nella fontana le patate schiacciate, il sale, il lievito ed impastare con acqua tiepida fino a formare un panetto non troppo sodo.
Lasciare lievitare per il tempo che occore
Prendere la pasta lievitata stenderla sulla spianatoia ed incorporare lentamente i tre cucchiai di strutto.
Lasciare lievitare di nuovo per il tempo necessario.
Stendere la pasta lievitata sulla teglia, non deve essere sottile, bucherellare la superficie con le dita, versare un filo d’olio sulla pizza e cospargere di rosmarino.
Infornare il tempo necessario a fuoco piuttosto alto.
Verrà una pizza leggera, sfogliata, saporita
Mangiare la pizza di Lena, ancora tiepida con accompagnamento di salumi vari