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Agosto, le mazzocche ed il negligé

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Che caldo che fa!
A memoria d’uomo non si ricorda un’estate così calda! Tutto sembra assopito, stanco! La natura boccheggia sotto un cielo azzurro cobalto. Sdraiata sotto al tiglio, seguendo i giochi di luce che le foglie, muovendosi stanche, hanno ingaggiato con i dardi infuocati del sole, sonnecchio nel silenzio profondo del primo pomeriggio. Tutto tace! Anche i pensieri arrivano stanchi, si perdono ancora prima di venire alla luce. Tutto sembra liquefarsi in quest’aria bollente che sfiora o oltrepassa i quaranta gradi.
Formiche, lunghe file di formiche trasportano carichi più grandi di loro, salgono, scendono, incessantemente vanno, dove? Chissà! Poi, improvvisamente, dapprima lontano come un eco, poi sempre più vicino, il rumore cupo di un motore di un aereo rompre il silenzio perfetto. Un canadair va ad approvvigionarsi di acqua nel lago del Salto. Maledizione! Da qualche parte il solito idiota incendiario ha dato fuoco ad un bosco che si rigenererà, se lo farà, solo fra decine di anni! Impreco silenziosamente, stremata dal caldo e dalla stupidità del genere che chiamiamo umano. Per me che faccio fatica ad estirpare anche le erbacce, distruggere ciò che la natura ci ha donato del tutto gratuitamente, è qualcosa che travalica il mio grado di comprensione. Ma tanto sono molte le cose che non capisco ultimamente! Non mi resta che cercare di ignorare il fatto che da qualche parte un bellissimo bosco stia bruciando, non mi resta che sperare che presto il fuoco verrà spento.

Chiudo gli occhi ed immancabilmente altre immagini sostituiscono quelle tremende delle fiamme. Immagini che mi riportano indietro verso quel tempo in cui tutto era più semplice più a dimensione umana. Agosto! Anche allora, naturalmente, questo mese era il più caldo, si era al culmine dell’estate e la terra arida per mancanza di pioggia, mostrava spaccature lunghe e profonde. Era il tempo in cui, all’ombra delle case, tra un caseggiato e l’altro, tutti noi, ma soprattutto le donne, portandosi dietro una seggiola da casa, ci sedevamo a ricamare, sferruzzare o semplicemente a spettegolare. Quante cose della vita ho appreso durante quei pomeriggi all’ombra di una casa! Mentre i bimbi giocavano a “riccia,” le donne raccontavano, litigavano e si riappacificavano, senza soluzione di continuità. C’era quella vestita di nero, con gonne lunghe e pesanti e con un fazzoletto in testa con le cocche ripiegate, che mentre sferruzzava calzini marroni con i quattro ferri appuntiti, chiedeva a me, nera di sole come un’africana e con uno striminzito vestitino bianco, (avrò avuto sei anni) di chinarmi a raccogliere una foglia per poi sbeffeggiarmi e dire che nel chinarmi mostravo il didietro! C’era quell’altra, grassa, avanti con l’età e con due magnifici baffi bianchi, che come nella canzone di De Andre,’ dava consigli perchè non poteva dare più il cattivo esempio! C’era poi chi vantava il suo passato di bella del paese e di quanti l’avessero corteggiata: “ Mi bastava un fischio e li avevo tutti ai miei piedi!” Io, piccola, mi chiedevo come mai a me sembrasse una strega! C’erano le ragazze in età da marito che ricamavano bianchi lenzuoli a punto pieno, punto erba e chissà quali altri punti, sognando vite diverse. Tutte li eravamo, a ridere a litigare a fare pace, tutte tranne mia madre. Mia madre era in casa a leggere e ad ascoltare “Aria di casa mia” alla radio. Assaporava i suoi momenti di libertà con voluttà, come un dolce pieno di crema disperatamente desiderato! Ricordo enormi bruchi, verdi fosforescenti con puntini rossi, abbarbicati sul muro della casa di Pasqualino e del terrore che suscitavano in me e in mia sorella. Non li ho più visti da quando hanno tagliato il noce nell’orto del mio vicino, li ho cercati su internet per essere sicura di non averli sognati e credo si tratti di bruchi Saturnia Pyri, almeno si somigliano.
Lunghe, pigre giornate d’agosto! Ferragosti passati a Colle Pizzuto e mio padre che inventava una storia su un piccolo cinghiale da lui catturato. Racconto lungo, avvincente, pieno di particolari veritieri. L’ansia di noi figli di vedere il piccolo cinghiale nascosto nel cofano della macchina e la delusione nello scoprire che nostro padre ci aveva raccontato solo una storia! Gran burlone mio padre! Poi, verso la fine di agosto, dopo i grandi falò notturni vicino ai campi di granturco, dove enormi quantità di pannocchie rubate venivano arrostite e mangiate con gusto, le “mazzocche” venivano raccolte dai campi riarsi dal sole e portate tutte “ammonte all’ara de Placidi”. L’ara de Placidi! Avreste dovuto vederla allora! La lunga costruzione rosa della rimessa dove le granaglie venivano ammassate dietro la porta di legno grigia. Il largo spiazzo lastricato di bianchi ciottoli, tra i quali spuntavano germogli di grano o granturco, a seconda del periodo e di che cosa era stato là lavorato in precedenza. I due gelsi, uno bianco ed uno nero, sotto i quali orde di bambini si sono radunati negli anni per mangiarne i frutti succosi. Il prato verde che la circondava, con i mandorli che, a seconda della stagione, erano candidi di fiori, carichi di verdi mandorle o pronti per essere battuti per la raccolta. In inverno, ormai spogli, ancora regalavano mandorle nascoste nell’erba bagnata dalla pioggia o imbiancata dalla brina. Inaspettati ritrovamenti che noi bambini celebravamo come scoperte di tesori preziosi. Spesso il nocciolo interno era in via di germogliamento ma noi lo mangiavamo come fosse una leccornia. Quasi ho timore a scrivere di quelle serate. Ho timore di non potervi regalare la giusta atmosfera, di non potervi trasmettere le giuste sensazioni e la spensieratezza di quelle sere passate a “sfroscià le mazzocche”. Tutto il paese partecipava, vecchi, giovani e bambini! Sul dorso di asini, muli o su rimorchi di trattori, le pannocchie tolte dai campi, venivano portate tutte sull’aia. Questo accadeva perchè le terre erano tutte o quasi della famiglia Placidi ed una parte del raccolto apparteneva a loro. Si facevano, dunque, grandi mucchi di “mazzocche” e la sera tutti partecipavano allo spannocchiamento. Alla luce della luna, si cantava, si rideva e si intrecciavano storie che spesso sfociavano nel matrimonio. Era una gran festa! Soprattutto quando dal mucchio delle pannocchie, qualcuno ne beccava una con i chicchi rossi, allora se era una ragazza, doveva baciare un ragazzo e se era un ragazzo una ragazza! Trepidazione ed attesa di tutta l’aia! Il bacio rivelava simpatie magari nascoste fino a quel momento e costituiva una dichiarazione d’amore. Non è detto, però, che il bacio, venisse accolto sempre con favore! Mia madre , durante questo periodo, ci spediva sempre a selezionare le foglie piu bianche e morbide delle pannocchie, perchè era uso, ancora in quel periodo, mettere sotto il materasso di lana, il pagliericcio di stoffa grezza rigata, riempito di foglie di granturco.Aveva, questo pagliericcio, quattro aperture nella parte superiore, dove si infilavano le mani per muovere le foglie,in modo da renderlo soffice e dare al letto una morbidezza che magari mancava al materasso di lana di pecora infeltrito dal tempo. Ricordo i tuffi tra i cartocci delle foglie, che divertimento! Poi, finito “de sfroscià”, arrivava il mitico Milio (Emilio Pozzi) con un trabiccolo scoppiettante, puzzolente di nafta e nel più assordante rumore di mitragliatrice arrugginita che storia ricordi, sgranava le pannocchie espellendo dal di dietro del trabiccolo trucioli bollenti come bossoli di proiettili. Noi bimbi pronti con le “cottorelle” li raccoglievamo ancora caldi e recuperavamo i chicchi rimasti attaccati agli “sturzi”. Dopo aver racimolato qualche chilo di chicchi li barattavamo alla bottega di Domenica con dociumi vari o con il fruttarolo “Gioventù”, che, a bordo della sua Apetta aveva la più bella frutta che io abbia mai visto: pesche gialle enormi, enormi grappoli d’uva, pere, fichi, tutto enorme (mi sorge il dubbio che se la vedessi adesso quella frutta forse non mi sembrerebbe così enorme!) Durante il giorno Il granturco sgranato veniva “spasu” su grandi teloni ad asciugare e la sera si “ammucchiava” e si copriva con il telone stesso, fermandolo con dei sassi. Si vedevano così tanti piccoli monticelli che pian piano durante i giorni seguenti, sparivano, fino a restituirci l’aia vuota e pulita. Era iniziata la fine dell’estate! Tutto questo sparì da un anno all’altro. Agli inizi degli anni ’70 queste belle serate svanirono nel nulla, L’anno prima c’erano l’anno dopo non c’erano più, Non ho mai capito come mai. L’unica cosa che so è che esse sono uno dei miei ricordi più cari e che io ancora le rimpiango. Ma ad agosto si raccoglievano anche le lenticchie. Le lenticchie si seminavano nelle zone più assolate e aride, dove altre colture non avrebbero avuto modo di crescere. Così si ottimizzavano le aree produttive a ciascun terreno il proprio seme. Non si forzava la natura, ma si assecondava. Le lenticchie si “roncavano” alla fine di agosto. Si doveva andare la mattina molto presto, in maniera che la rugiada bagnando il baccello non lo facese sbriciolare spargendo le lenticchie sul terreno dal quale sarebbe stato difficile recuperarle. Racconta Lena, che un giorno “Mariannona”, una vecchia avida e tirchia, la costrinse ad andare a roncare le lenticchie “ammonte alle Sode” con la promessa che le avrebbe regalato un negligé di seta proveniente dall’America, dove Mariannona aveva il marito emigrato. Lena, che era una ragazzina coccolata dal padre che la trattava come una principessina, aveva adocchiato il negligè già da tempo. Era bello, color avorio cangiante e pieno di pizzi e nastri, proprio come quello che aveva visto in un film con una diva di Hollywood. Così andò a roncare le lenticchie con Mariannona. Si alzarono molto presto e raggiunsero le Sode. Dopo aver finito di roncare, Mariannona si inginocchiò e, come era d’uso, recitò una preghiera di ringraziamento per il raccolto abbondante. La preghiera finiva così opera fenita che Dio la benedica, chi ci steva vanne ci sta pure statr’anne. Allora Lena, che fino a quel momento aveva abbozzato in virtù del negligé, saltò su e disse· “ sopra a mi non ci contà che io sono una signora!” Inutile dire che Lena non ebbe mai il negligè di seta Durante questo periodo, ma immagino anche dopo, era usanza a Santa Anatolia preparare una minestra a base di lenticchie che, avendola io provata, devo dire sia semplicemente deliziosa! Le quantità non sono importanti, poiché essendo una minestra molto ricca quello che ci metti ci ritrovi. Dunque gli ingredienti sono : guanciale, cipolla, aglio, patate, bieta e lenticchie e pomodoro. Si fa un battuto (quanti ricordi di mia madre che batteva il lardo sul tagliere di legno con un grosso coltello dalla lama larga che noi chiamavamo “cortella”) con guanciale, aglio e cipolla. Si prende poi una pentola capace e si mette tutto insieme: battuto, bietole tagliate a pezzetti, patate tagliate a pezzetti, lenticchie e pomodoro spellato e tagliato a piccoli pezzi. Si ricopre il tutto con abbondante acqua, si sala e si lascia cuocere finchè il tutto non diventa denso. Quando la minestra è ormai cotta, si abbrustolisce una bella fetta di pane per ciascun commensale, si unge con olio e sale e, per chi lo vuole, con aglio e si posiziona sul fondo di un piatto fondo. Si versa poi la minestra calda in ciascun piatto e si finisce con un filo d’olio extravergine d’oliva. Io ho aggiunto anche del peperoncino e fettine di zenzero, ma solo per vedere che effetto facesse! Vi giuro, io non amo le minestre, ma questa è già la quarta volta che la faccio! Devo dire che è consolatoria! Buon pro vi faccia!
Che caldo che fa!

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