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Settembre, i Mandorli e il Serpentone

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Ecco è già settembre!
Ancora il tiglio mi ripara dalla calura che sembra non voler finire mai,
ancora il sole gioca con le foglie screziando il suolo di magici giochi di luce, ancora gli insetti ronzano ubriachi di frutta matura e nettari preziosi. Gatti indolenti passeggiano con sbadigli annoiati e passi felpati. Ogni tanto un “miaooooooooooo” nella mia direzione, mi ricorda che loro mi associano al cibo e che vorrebbero mangiare, ma il loro è un miagolio fiacco, un tentativo debole. Li osservo vagare davanti alla mia casa. Entrano ed escono dall’orto, si acciambellano al sole come anime paghe, soddisfatte.
Eppure, inaspettati ed improvvisi colpi di vento, fanno volare i panni stesi al sole, li fanno sbattere con schiocchi di frusta, fanno cantare le foglie appassite, le scombinano, le fanno volteggiare nell’aria e le fanno ricadere mulinando, a terra.
Un brivido nella schiena ed improvvisamente è settembre!
Settembre, eccitazione.
Settembre, malinconia.
Sebbene l’estate sia stata caldissima, gli ultimi acquazzoni hanno portato refrigerio alla natura assetata, che ne ha subito approfittato per regalarci una seconda primavera rigogliosa. Mi guardo intorno tutto è rinverdito, rinverdito e colorato.
Ogni singolo pezzetto di suolo libero, è invaso da erbe fragranti: cicorie amare, respini, ed erbe bianche, dovunque.
Nell’angolo vicino al cancello dell’orto, sono spuntate delle violette, più in là margherite ed altri fiori non meglio identificati, gialli, fucsia o violetti. Davanti alla porta della mia casa una tardiva rosa, bellissima e profumata, dondola il capo indolente e sfacciata: la rosa di mia madre!
Malinconia!
Settembre è la bellezza di una donna matura che da il meglio di sé prima di cedere all’avanzare del tempo, prima che l’autunno della sua vita la catturi regalandole altri colori, altre bellezze.
Settembre è la pienezza, è la maturità, è la consapevolezza di ciò che è stato e di quello che verrà. Settembre è il tempo dell’ultimo raccolto, almeno dalla nostre parti.
Vigne ubertose, grappoli d’uva ronzanti di vespe ubriache, pronti per la vendemmia, meli carichi di frutti rossi e maturi, noci che precipitano al suolo ad ogni colpo di vento, nocciole minuscole e dorate e mandorle, quelle dolci e quelle amare dal sapore di arsenico.
Era il tempo in cui, mio padre, tornava a casa dai suoi giri di lavoro nelle campagne circostanti o dalla caccia, con il tascapane pieno di meraviglie, noci, mandorle, nocchie e uva spina.
Lo rivedo tornare, preceduto dalla danza sfrenata dei suoi cani ancora eccitati dall’odore di selvaggina, stanco, odoroso di muschio e tabacco, con il cappello da guardia a sghimbescio ed il suo sorriso storto: “Ndonioluce!”
Settembre era il mese in cui la caccia veniva riaperta. Mio padre era un cacciatore appassionato. Ricordo decine di cani, perlopiù segugi, che si sono succeduti nella mia casa, nel corso della mia infanzia. Ricordo i loro nomi, le femmine si chiamavano quasi tutte Laika, i maschi andavano da Bill a Dingo. Solo,una volta abbiamo avuto due spinoni, arruffati e dal colore incerto, che mia sorella Patrizia chiamò Punto e Virgola.
Con loro ho giocato, per loro ho pianto, a loro ho dato di nascosto quasi tutto il mio cibo di bambina schizzinosa e inappetente. Rivedo mio padre, vestito da cacciatore e con il fucile in spalla, tornare stanco ed a carniere vuoto. Ricordo il sarcasmo di mia madre che lo prendeva in giro.
L’ultimo cane, Bill ce lo rubarono. Era un segugio eccezionale! Mio padre non volle venderlo, malgrado glielo avessero chiesto a più riprese aumentando di volta in volta l’offerta. Dopo pochi giorni sparì, semplicemente non tornò più a casa dalla battuta di caccia. Mio padre lo cercò per giorni, noi bimbi morti di tristezza, abbiamo aspettato il suo ritorno per mesi. Non tornò mai più. Pochi giorni prima che Bill sparisse nel nulla, mio padre tornò felice dalla caccia, con tre lepri nel suo carniere. Lui non aveva sparato neanche un colpo, le lepri le aveva prese tutte e tre Bill, il nostro cane mai dimenticato.
Fu per questo che ci fu rubato, credo.
Ma avreste dovuto vederli quei cacciatori di allora! Fernando Panei, Antonio Amanzi, Ciceru, Ottaviu.
Avreste dovuto ascoltare i loro racconti, i racconti dello loro gesta di cacciatori.
Seduti intorno al tavolo, davanti ad un fiasco di vino, ognuno di loro cercava di raccontarla più grossa dell’altro.
Racconti di poste fatte alla lepre, di inseguimenti, di schioppettate dalla cima di un colle all’altro. Chissà perché nei loro racconti, le schioppettate non suonavano mai come “Pam..pam…! Ma sempre Pin… pin… mimando contemporaneamente il gesto dello sparare a qualcosa chiudendo un occhio! Vanterie di cacciatori che tornavano quasi sempre senza preda. Ricordo lo scuotere della testa di mia madre, intenta a fare i suoi lavori, che con un sorrisetto ironico, diceva senza parlare, che cosa pensasse di tali vanterie. E noi piccoli ad ascoltare a bocca aperta, sperando che nostro padre, avesse compiuto l’impresa più ardita della storia della caccia.
Quanti racconti ho ascoltato mentre loro mangiavano l’ultima lepre ammazzata e cucinata da mia madre in salmì! Quante “balle” esagerate!
Ho un ricordo vivido di mio padre intento a fabbricarsi le cartucce da solo. Dosava con cura la polvere da sparo ed i pallini di piombo di varie dimensioni a seconda del tipo di animale da cacciare. Aveva un bilancino di precisione e pesava tutto alla perfezione. Ricordo l’odore acre della polvere da sparo e la consistenza scivolosa dei pallini di piombo che io cercavo di trattenere nel pugno e che fuggivano, invece, da tutte le parti.
Già allora, la caccia non era più una necessità per la sopravvivenza della famiglia, ma agli uomini veniva riconosciuta la possibilità di praticarla quasi fosse un diritto inalienabile. Mia madre metteva in discussione molte attività velleitarie di mio padre ma mai una volta l’ho sentita recriminare circa questa attività.
Ricordo una filastrocca che mio padre ha insegnato a noi figli e a tutti i suoi nipoti, l’aveva composta la madre di Domenica de “Fiore” e diceva così:

Tenghe nu figliu cacciatore
Che va a caccia a tutte l’ore
Scarpi sfonna e panni straccia
Revè sempre senza caccia
Che la caccia che ci piglia?
Se freca issu e la famiglia!

Poi continuava, ma io ricordo solo questo incipit, purtroppo!
Mio padre smise di fare il cacciatore quando si accorse che ormai c’erano più i cacciatori che prede e che i nuovi arrivati sparavano a qualsiasi cosa si muovesse, non importava cosa fosse.
Settembre, odore di legna bruciata nei camini, rumore allegro di frasche scoppiettanti e sprigionanti scintille nelle sere luminose e fresche.
Settembre, mattinate avvolte in un candido manto fluttuante di nebbia impalpabile.
Le cime dei mandorli ne escono come leggiadre figure femminili avvolte da candidi teli di garza sottile. Al di sopra, il cielo azzurro risplende di luce dorata e l’erba novella gronda rugiada come dopo una pioggia.
Che meraviglia camminarci attraverso! Fermarsi ed appoggiarsi al tronco rugoso e contorto di un vecchio mandorlo. Può assalirti uno struggimento profondo in tali momenti.
Provate a toccare il tronco di un mandorlo, passate la vostra mano aperta sulle asperità della corteccia, sentitene la consistenza, odoratene l’umore resinoso, assorbitene il calore. Appoggiate al tronco ruvido la vostra guancia e chiudete gli occhi per un momento. Sentirete le vostre paure, le vostre ansie sparire, dissolversi attraverso il tronco e le radici.
La comunione con la natura è ciò che abbiamo perso ed è ciò a cui aneliamo tornare.
Mi tornano in mente quelle luminose giornate settembrine del passato con in mano “cottorelle” di latta con manici improvvisati con fili di ferro arrugginiti, alla ricerca di mandorle e noci rimaste a terra dopo che erano state “vattute”.
Allora, quando le stagioni esistevano ancora , le mandorle erano una risorsa per gli abitanti di Santa Anatolia. Gli alberi venivano curati e ripiantati all’occorrenza, poi, a settembre, “se vattevanu”, si raccoglievano e la sera nelle case si “rescrucchievanu”.
La maggior parte dei mandorli appartenevano ai Placidi o ai Panei, per cui, si andava spesso presso le loro abitazioni a fare opera di “rescrucchiamento” (si toglieva la buccia esterna ormai secca rimasta attaccata al frutto) Poi si lasciavano asciugare al sole e, successivamente, il raccolto veniva venduto a Sulmona per la fabbricazione dei confetti.
Ma una considerevole quantità di mandorle rimaneva non raccolta sotto gli alberi battuti, Era per questo, che, armate di cottorelle, battevamo il circondario alla ricerca delle mandorle dimenticate.
Ne facevamo sempre una bella raccolta e tornavamo a casa con le cottorelle stracolme!
Stessa cosa succedeva con le noci.
Tutto ciò che raccoglievamo sarebbe servito poi per preparare i numerosi dolci a base di mandorle che sono tipici del nostro circondario.
Santa Anatolia, le mandorle ed il serpentone inseparabili!
L’aspetto classico dei dolci santanatoliesi è sempre stata fortemente rappresentato dalla forma acciambellata di un serpente. Dalla “pizzella colle nuci” alla “pizza sfogliata”, dalle “ciammelle summe” al “serpentone”.
Le serpi, i serpenti, fanno parte di numerose storie che ho sentito raccontare dai vecchi intorno al camino d’inverno e all’ombra delle case d’estate!
C’è, nell’immaginario collettivo dei santanatoliesi, la convinzione dell’esistenza di un mitico serpente dalle dimensioni enormi, che si sposterebbe, a seconda delle stagioni, dalla montagna della Duchessa alla montagna di Torano.
Quante volte ho sentito mio padre raccontare di gente che lo aveva visto!
Sembra che una volta, durante i lavori di consolidamento della strada che va da Colle Pizzuto a Cartore, vicino alla “Rotte de Santa Natolia”, un camion carico di sassi, non abbia fatto in tempo a fermarsi e sia passato sopra questo serpente che, non solo non morì, ma sbilanciò talmente il camion, che quest’ultimo, rischiò di capovolgersi!
Mia madre, invece, raccontava di quella volta che suo padre, Ventura, pascolando le pecore all’imbrunire, le vide improvvisamente correre impazzite come se fossero state spaventate da qualcosa di tremendo e, contemporaneamente, da una “macerina” di sassi poco distante, vide rotolare numerose, grosse, pietre. Mio nonno corse verso la macerina ma, quando arrivò, non c’era più traccia del serpente, solo le pietre smosse testimoniavano il passaggio di un qualcosa di grosso e strisciante.
Altre storie narrano di tracce sinuose lasciate nei campi di grano e di giganteschi “cori” di serpente trovati nella campagna.
Chissà se è veramente esistito e se esiste ancora! Comunque, se esiste, è un serpente “migrante”. D’estate lo potete trovare sulla Duchessa d’inverno sul Monte di Torano!
Quante volte l’ho immaginato solitario, possente, le spire luccicanti e smeraldine, attraversare i campi giù a Colanesce, passare davanti al Cimitero, attraversare la strada e sparire verso i campi di Torano!
Ma tornando alla forma a serpente del tipico dolce santanatoliese, il serpentone, la sua forma classica potrebbe essere legata alla storia della nostra Santa: Santa Anatolia.
Santa Anatolia fu rinchiusa, a causa della sua conversione al Cristianesimo, in una stanza insieme ad un serpente velenoso, il quale, durante la notte, avrebbe dovuto ucciderla
La Santa, invece, addomesticò il serpente che la mattina dopo cercò di mordere proprio colui che l’aveva condannata a simile fine.
Si narra di come Santa Anatolia, alzando una mano bloccasse il serpente salvando il suo carnefice e, di come, quest’ultimo, un marso di nome Audace, si convertisse al Cristianesimo subendo, per questo motivo, il martirio insieme alla nostra Santa.

Se ricevete un serpentone in regalo da un abitante di Santa Anatolia, sappiate che la persona che ve lo dona vi sta facendo un grande onore. Ricevetelo perciò con la giusta considerazione se non volete destare lo sdegno o la riprovazione di chi ve lo regala!
In passato si regalavano serpentoni solo nelle occasioni più importanti e solo alle persone a cui tenevi veramente oppure dalle quali volevi ottenere favori.

Il serpentone era il dolce per antonomasia dei matrimoni. Ricoperto di “ghiaccio” glassa bianca con profusione di confettini argentati, faceva bella mostra di sé a tutti i matrimoni.
Per gli occhi due chicchi di caffè e la lingua biforcuta fatta con carta rigorosamente rossa.
Ora sto per darvi la ricetta, so già che i puristi che leggeranno, se leggeranno, storceranno la bocca per alcune pratiche non proprio ortodosse da me usate, ma questa è la mia versione e vi assicuro che mi è venuto, ciccione sì, ma buonissimo!
Ecco qui la ricetta:

500 grammi di mandorle dolci
100 grammi di mandorle amare
4 albumi d’uovo
350 grammi di zucchero
Buccia grattugiata di un limone

Fate bollire una pentola di acqua. A fuoco spento buttate dentro l’acqua sia le mandorle dolci che le mandorle amare. Con una schiumarola tiratele man mano fuori dall’acqua e togliete la pellicina che le ricopre.
Fatele asciugare per bene.
Frullatele (Oppure passatele nell’apposita macchinetta che le trita o per i puristi schiacciatele con una bottiglia )
Mettete le mandorle tritate in un contenitore capace, unite i 4 albumi d’uovo, lo zucchero e la buccia grattugiata del limone(l’impasto deve risultare abbastanza solido)
Lasciate riposare una notte.
Prendete poi una teglia larga, ricopritela con della carta forno leggermente unta, e formate
con l’impasto un serpente acciambellato .
Sagomate la testa e fate due fossette al posto degli occhi.
Mettete in forno, non troppo caldo, finchè non sarà dorato ( non fatelo cuocere troppo)
Toglietelo dal forno, lasciatelo raffreddare e a piacere ricoprite con glassa di zucchero e confettini colorati o argentati (anche senza glassa va bene!)
Nelle fossette degli occhi mettete due chicchi di caffè, formate una lingua biforcuta con un pezzettino di carta rossa e mettetela dove si suppone il serpente abbia la bocca.

Per l’eventuale glassa (ghiaccio a Santa Anatolia)
2 albumi – mezzo etto di zucchero – qualche goccia di succo di limone – un pizzico di sale
Sbattere tutto con il frullatore (oppure con due forchette come in passato) finché gli albumi e lo zucchero non diventano bianchi come la neve e ben corposi.
Stendere poi sulla superficie del serpentone e decorare a piacere, lasciare asciugare bene prima di toccare o mangiare.