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La luna, il tiglio e la pizza di Lena

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Il tiglio mormora, il tiglio sussurra, suggerisce, racconta, muove leggero le foglie e lascia intravedere la luna piena alta nel cielo. Il tiglio mormora, sussurra, racconta, porta voci lontane, perdute, bisbigli appena percettibili, brezze che sfiorano il viso, sospiri, echi di risate e pianti, nenie cantate a bimbi insonni, bastocchie raccontate a bimbi attenti. Sussurra il tiglio, porta la voce di mia madre, la sua voce da affabulatrice “ c’era una luna chiara!” C’era quasi sempre una luna chiara nei racconti di mia madre, sia che parlasse di briganti o che raccontasse di vicine di casa che scambiavano la luce della luna per la luce dell’alba e si mettevano in cammino a notte fonda. Ugenia, credo si chiamasse. Si vestì e si mise in cammino verso Magliano, convinta che fosse quasi mattino. Prese per Macchialonga, la luna rischiarava il suo cammino nella salita impervia e lei camminava spedita, recitando il rosario per scacciare la paura, ma arrivata a Rosciolo, presa da dubbi, bussò alla prima casa che le capitò davanti e scoprì che erano solo le undici di sera.
C’era la luna nei racconti di mio padre, nelle sue ascese e discese dalla montagna della Duchessa. Aveva 11 anni, quella volta che salì con l’asino per fare la legna, non aspettò suo cugino Federico, pensando che fosse andato via senza di lui. Prese l’asino e salì sulla montagna. Mentre riscendeva, “dentre Fiuj”, incontrò suo cugino che invece saliva, il quale, essendo leggermente balbuziente, gli disse: “Cuggì, che che che che te ne si itu a jacè?” (jacè, giacere, si usava per dire “hai dormito all’addiaccio”) anche mio padre aveva scambiato la luce della luna piena per la luce del mattino!
C’era la luna nelle notti di mio padre, quando salendo ancora sulla Duchessa, i galli cedroni, ora scomparsi, facevano echeggiare i loro acuti versi tra le pareti scoscese della Val di Fua e della Val di Teve. Era tutto un eco di gutturali chicchirichì che si rincorrevano e si moltiplicavano sotto la luce chiara della luna, cozzando sulle rocce e tornando indietro ingigantiti, facendo rabbrividire chi si avventurava in quei paraggi.
Quelle notti di luna piena, con i campi di grano appena mietuto, le lunghe file delle manoppiare, le ombre nere, il canto dei grilli e le lucciole, quante lucciole a fare a gara con la luce della luna! E noi, bimbi crudeli, che le prendevamo e le strusciavamo sui vestiti per un breve, fugace, lampo fosforescente, condannandole a morte per un gioco che non sapevamo orribile.
E l’Ara de’ Placidi, con i mucchi di grano pronti per essere trebbiati. Nitide, enormi case di covoni, i manoppi, di grano e la trebbia (Trebbiatrice) silenziosa ancora, grande, enorme, minacciosa. Ogni cosa in attesa del mattino, quando un’intensa attività, fatta di asini carichi, di carretti, di uomini coi forconi, avrebbe riempito l’aria con rumori tanto assordanti, per via soprattutto del rumore della trebbia, da farti turare le orecchie.
La via dell’Ara! Quante corse, quanti giochi! Conduceva “abballe all’ara” l’ultima vera aia dove la vita lavorativa dei contadini santanatoliesi culminava con la trebbiatura o con la spannocchiamento del granturco. Bella, bianca di ciottoli lucidati dal grande uso, splendente sotto la luce della luna! Quanti amori, quanti matrimoni, quanti figli di Santanatoliesi devono la vita “all’Ara de Pracidi”!
Come tutto è nitido nella memoria! La rossa trebbia con il rumore incessante e assordante,
la moltitudine delle persone indaffarate a caricare i covoni nella trebbia , la pula che usciva riempiendo il cielo di un pulviscolo denso e secco, depositandosi poi in mucchi dorati nei quali noi bambini ci tuffavamo felici, le mamme e gli adulti in genere, che dicevano “Attenti agli alestri che te se ficcanu dentre agli occhi!” Ricordi portati dalla brezza che le foglie raccolgono: il pianto di una bimba, la sorella di mio padre, piccola, ancora non compiva l’anno, curiosa del fischio acuto della sirena della trebbia e che portata da mio nonno sull’aia morì per lo spavento provocato proprio da quel suono acuto e prolungato. Tragedie accolte come fatalità, pianti silenziosi ed accorati, rassegnazione.
Io e mia sorella Patrizia che scendiamo mano nella mano lungo la strada, vicino al’Ara, mia sorella, treenne, che piange disperata e che di botto si ferma sgranando gli occhi e dice guardando il prato pieno di crochi lilla “ Fé, guarda quanti giglitti!” e poi riprende a piangere apparentemente inconsolabile, con grandi singhiozzi!
I ragli degli asini, l’imprecare degli uomini, le donne con i canestri in testa che portano il pranzo ai lavoratori, mia nonna Cleonice, che forno dopo forno, incessantemente sforna pagnotte di pane per i mietitori della famiglia Placidi, che erano tanti e ricevevano insieme al salario pattuito anche una pagnotta di pane al giorno. Povera nonna quanto sudore! Tutto nitido, tutto finito, perduto. Ma il tiglio parla, racconta a chi sa ascoltare, muove leggero le foglie e sussurra, lieve, devi tendere l’orecchio in questa notte di luna piena, piena anche di ricordi di lupi mannari, streghe che andavano nelle stalle e intrecciavano le code ei cavalli lasciandoli sudati e stremati, frati maledetti, gatti mammoni, e vecchiarelle che si facevano togliere la pelle per ringiovanire “te fa male vecchierella?” “ Si pe parì bella!” come sembrava terribile in quelle sere estive piene di suggestioni che facevano rabbrividire. Ti guardavi le spalle, sgranavi gli occhi in attesa di veder comparire il frate barbone, la strega scarmigliata e ghignante o l’uomo diventato lupo che ti avrebbe azzannato.
“Vai a dormire, vai a dormire!” dicono le foglie leggere muovendosi al soffio tiepido di questo venticello di fine luglio. “Vai a dormire, vai a dormire!” sembra dire la luna che mi guarda beffarda ed immobile nel cielo, dove le stelle lottano per avere la loro parte di splendore! Si, andrò a dormire, tra un po’, ma prima raccontatemi di quei pomeriggi estivi, lunghi, caldi e infiniti, di quella musica ascoltata da mia madre mentre era intenta a rammendare sul nostro grande tavolo di legno scuro, riportatemi la sua voce che cantava insieme alla radio, raccontatemi di me bambina e di come ero felice guardandola e di come spezzando il filo con i denti e lasciando il lavoro sul tavolo, si alzasse per preparami quelle merende a base di pane, olio e pomodoro, così succulente, così squisite, raccontatemi di quella vita che mi appariva serena, appagante e luminosa e poi ditemi che non tutto è perduto!
Una finestra si apre cigolando, sobbalzo! Una lama di luce taglia il buio dietro di me, una figura bianca dice con voce umana, nitida “che fai non vai a dormire?” è Lena, la mia vicina
Ora vado, ma prima vi dico la ricetta semplice semplice della pizza bianca di Lena, tipica della sua famiglia i Tupone, che facevano sempre quando facevano anche il pane.

Ingredienti:
Mezzo chilo di farina
1 oppure 2 patate
Acqua
Sale q.b.
3 cucchiai di strutto
Rosmarino
Lievito 25 gr se di birra, 200 gr se lievito madre (in quest’ultimo caso i tempi saranno più lunghi)

Far bollire le patate e schiacciarle con lo schiacciapatate
Fare la fontana con la farina, mettere nella fontana le patate schiacciate, il sale, il lievito ed impastare con acqua tiepida fino a formare un panetto non troppo sodo.
Lasciare lievitare per il tempo che occore
Prendere la pasta lievitata stenderla sulla spianatoia ed incorporare lentamente i tre cucchiai di strutto.
Lasciare lievitare di nuovo per il tempo necessario.
Stendere la pasta lievitata sulla teglia, non deve essere sottile, bucherellare la superficie con le dita, versare un filo d’olio sulla pizza e cospargere di rosmarino.
Infornare il tempo necessario a fuoco piuttosto alto.
Verrà una pizza leggera, sfogliata, saporita
Mangiare la pizza di Lena, ancora tiepida con accompagnamento di salumi vari