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Signorina Nero e la lasagna a modo mio

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E’ molto che non scrivo. Le ragioni sono molteplici e non è il caso di elencarle tutte. Una di esse riguarda il fatto che mi sembrava di aver concluso un ciclo e la cosa mi aveva rattristato. Un anno era passato ed in quell’anno molte cose erano successe, belle e brutte. Qualcosa era irrimediabilmente cambiato intorno a me e l’aver rievocato i tempi passati con nostalgia e rimpianto, la constatazione che molte delle persone che avevano fatto parte di quel passato se n’erano andate per sempre, mi aveva gettato addosso una malinconia strana. Come se con l’ aver rievocato quei tempi, non più solo nella mia mente ma nero su bianco, io li avessi in qualche modo sepolti. Era una sensazione strana che mi faceva sentire svuotata di energia. Come se l’aver collocato quei ricordi altrove avesse lasciato in me un vuoto incolmabile che mi lasciava triste come dopo l’abbandono di una persona amata. Mi guardavo intorno e mi dicevo: “Cosa farò adesso?”Ero piena di progetti per la verità, ma allo stesso tempo non avevo la forza di attuarli. La situazione intorno a me non mi aiutava. Dovunque io guardassi non c’erano motivi per gioire. Crisi, politica, lavoro, non c’era una cosa che andasse bene. Poi, malgrado tutto, ho capito che ciò che provavo andava in qualche modo deprivato dal suo effetto distruttivo, ho capito che avrei dovuto reagire e riprendere ciò che avevo interrotto e che in qualche modo mi aiutava a vivere.

Ho in mente di raccontare storie legate alle famiglie di Santa Anatolia, andrò da chi vorrà collaborare e mi farò raccontare la Santa Anatolia vista nell’ottica delle loro famiglie. Ho idea che scoprirò cose interessanti, tragiche, divertenti, comiche. Vorrei riportare alla luce personaggi dimenticati che hanno fatto la storia di questo paese, prima che il tempo ci metta una pietra sopra e tutto cada nel dimenticatoio. Nel contempo vorrei che queste persone mi regalassero una ricetta legata alla loro famiglia con annesso aneddoto relativo alla preparazione o al consumo di essa.

Ci riuscirò? Spero di si con la collaborazione di chi vorrà!

Orai naturalmente inizierò con una storia che riguarda la mia famiglia e che mia madre mi ha raccontato alla sua maniera da affabulatrice innumerevoli volte.    

                                                      

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Oggi fredda giornata di un maggio insolito, ma poi perché tanto insolito non si sa. Ricordo altri mesi di maggio come questo. Ricordo quei mesi di maggio a Senigallia, al sesto piano dell’hotel Diana. Quelle piogge sferzanti, battenti contro i vetri delle finestre e i rondoni impazziti che venivano a schiantarsi contro di essi. Il mare in burrasca, latteo e verdastro all’orizzonte, le onde che si abbattevano sul bagnasciuga lasciando quintali di detriti. La musica di De Andre’ in sottofondo ed io che, sebbene assunta con mansioni di segretaria, pulivo le stanze non avendo altro da fare. Ero triste e nostalgica del mio paese lontano, il mio paese sui monti, mia madre, mio padre i miei fratelli. Tutto mi mancava! Pioveva sempre di maggio a Senigallia e la pioggia si accordava perfettamente al mio stato d’animo. L’hotel vuoto, grigio e polveroso, i miei passi rimbombanti sul linoleum  giallastro dei corridoi vuoti,   la solitudine. Sembrava che giugno con i primi clienti e l’allegria, non dovessero arrivare mai. Per questo, questo maggio così piovoso non lo sento estraneo, quasi lo riconosco nei suoi scrosci di pioggia gelida e nelle folate di vento  improvvise, sebbene il paesaggio sia diverso e, al posto del mare burrascoso, si scorgano montagne coperte da nubi minacciose e persino neve. Oggi, dicevo, per colpa della pioggia battente che non invogliava alla passeggiate, ho iniziato l’operazione nostalgia, spulciando nei cassetti alla ricerca di vecchie foto ed, ecco, dimenticata in fondo a uno di essi, la foto di mio zio Pasquale. Una foto datata inizio anni 40 del secolo scorso.

Povero sfortunato zio, morto solo un mese dopo la sua partenza per la guerra, morto di malattia perché partito già ammalato di broncopolmonite. Questa foto lo ritrae sorridente su di un aereo con tanto di casco. Naturalmente si tratta di un aereo finto, un fondale di quelli che usavano i fotografi all’epoca. Sorride mio zio nella foto, sorride ed è uguale a mio cugino, Pasquale, anche lui morto troppo giovane.

Mi sono seduta sul letto con la foto in mano e i ricordi hanno iniziato ad affollarsi nella mia mente. Mia madre, sua sorella, raccontava con dovizia di particolari aneddoti  di quel periodo, commoventi, tragici, comici anche. Ce n’è uno che io ricordo con commozione, non riguarda proprio mio zio direttamente,  ma è, in qualche modo, legato alla sua morte. 

Si era in tempo di guerra, mio zio era morto da poco e naturalmente, come si usava a quel tempo mia madre vestiva di nero in segno di lutto. Mia madre aveva una grande amica del cuore con la quale condivideva ogni più singolo e segreto pensiero, Maria (Maria Felicita, è per questo che io  mi chiamo così, ma questa è un’altra storia!), che abitava in una delle case post terremoto del 1915, da poco consegnate alla popolazione di Santa Anatolia. La casa era disposta su due piani, per salire al piano superiore c’era una scala esterna con un ballatoio in cima.

In quel periodo, penso fosse primavera, c’era in paese un contingente slovacco, aggregato alle truppe tedesche. Un giorno, questi slovacchi, avevano festeggiato una loro ricorrenza, durante la quale si erano divertiti a buttare secchiate d’acqua addosso alle ragazze del paese. Anche mia madre si era presa la sua bella secchiata di acqua gelida, con suo grande disappunto e le era rimasta una rabbia dentro difficile da digerire.

Il giorno seguente a tale ricorrenza, mia madre andò  a lavarsi i capelli in casa della sua amica Maria. Avevano tutte e due capelli bellissimi, neri, lunghi folti e ricci come usava in quegli anni. L’operazione era lunga e complicata poiché, dopo il lavaggio, dovevano avvolgere ogni singola ciocca in pezzetti di stoffa in modo che i ricci fossero perfetti, l’operazione  si  svolse sul ballatoio della casa, in cima alle scale. Vi era nei pressi il luogo deputato alla preparazione dei pasti delle truppe, ancora alleate, e tutto intorno alla casa, era un via vai di soldati che si recavano a prendere il rancio con le loro gavette.

Mia madre, vestita di nero e Maria asciugavano i capelli all’aria (non so perché ma ho sempre pensato che non fosse un giorno di sole, forse perché la guerra per me si è svolta in un grigiore triste e persistente, nel quale difficilmente il sole trova posto, per lo meno nel mio immaginario) e osservavano il via vai dall’alto del ballatoio con un catino pieno di acqua appoggiato sul muretto. Il catino era colmo dell’acqua con la quale si erano risciacquate i capelli. Così,  osservavano divertite l’andirivieni, facendo commenti  e ridacchiando tra di loro, come solo due ragazze giovani sanno fare  anche in momenti tragici. Mentre sghignazzavano commentando ora l’uno ora l’altro milite affamato, un giovane soldato ebbe la sfortuna di passare sotto il ballatoio con la gavetta piena di rancio fumante, e mia madre, improvvisamente presa da un impulso irrefrenabile,  afferrò il catino pieno d’acqua e glielo rovesciò addosso. L’acqua sporca finì dentro la gavetta con il rancio.  Il povero soldato alzò gli occhi verso il ballatoio, dove mia madre non fece in tempo a nascondersi, e con una voce triste, indicando mia madre disse sconsolato:

 “Io videre……….tu, signorina nero!” ,alludendo al fatto che mia madre vestiva di nero, poi abbassò la testa  rassegnato.

Bene, potete crederci o no, mia madre, ancora dopo tanti anni, pativa il senso di colpa per aver privato quel povero soldato del suo rancio quotidiano.

Io, da parte mia,  ogni volta che lei raccontava questa storia, piangevo con dei lacrimoni cocenti,  che, durante la fine del racconto, erano andati man mano maturando, gonfiandosi nei miei occhi, finché sgorgavano straripando lungo le guanciotte di bambina  finendo con sapido sapore, nella mia bocca spalancata,  dove i singhiozzi erano pronti, ma non potevano uscire, per via del nodo doloroso che mi stringeva la gola.

Ancora oggi, l’idea del povero soldato slovacco che quel giorno digiunò per colpa di mia madre, mi provoca lo stesso nodo alla gola. Per fortuna, mia nonna, li ripagò generosamente e con gli interessi, tant’è vero che agli inizi  degli anni ’60, uno di loro, Jan Kamenski, ci rintracciò e aprimmo una fitta corrispondenza, con lui ed i suoi figli, scambiandoci notizie e doni reciproci (ho ancora bellissimi bicchieri di cristallo di Boemia,  ambrati e finemente cesellati, sebbene arrivassero sempre in numero dispari poiché strada facendo se ne rompeva sempre qualcuno). Durò fino agli inizi degli anni ’70 quando, come spesso succede nella vita, altre cose ci distrassero e la corrispondenza si interruppe. Ma io ricordo i loro nomi e la loro felicità durante la breve primavera di Praga, interrotta bruscamente dai sovietici con i loro carri armati. Ricordo il nostro sgomento alla vista di quelle immagini in bianco e nero che spazzavano via le speranze di un popolo che aveva creduto nella ritrovata libertà.

Bozena, Dusan, Jan, i figli,  spero siano felici, ovunque essi si trovino in questo momento.

Sto guardando fuori dalla finestra e, tra un vaso di geranei intirizzito e un vaso di rose che si ostinano a credere che sia primavera, scorgo un pezzo di cielo plumbeo, in lontananza odo il rombo del tuono, ed allora penso che non sia il caso di uscire, uscirò insieme al sole come le “ciammaruche”.

Ma giusto perché l’ozio è il padre dei vizi, e voglio fare qualcosa di utile,  vi presenterò una mia ricetta, sperimentata oggi, che credo mi sia riuscita piuttosto bene.

Lasagna quasi vegetariana a modo mio

Le quantità dipendono da quanto grande volete fare la lasagna, dovrete fare ad occhio in modo che la lasagna non risulti troppo secca.

Per questa ricetta occorrono tutte le verdure che avete nel frigorifero o fuori e della pasta per lasagne.

Patate, carote, porri, cipolla, peperoni, zucchine, melanzane, topinambur (facoltativi io ce li avevo!) pomodorini, basilico, insomma qualsiasi cosa vegetale e commestibile che riuscite a trovare. Bisogna tagliare tutto a pezzetti molto piccoli.

Prendete una padella capiente, versateci dell’olio extra vergine ed il porro tagliato a rondelle (potete sostituire il porro con dello scalogno se volete) ed uno spicchio d’aglio, fate soffriggere per un po’ stando attenti che non brucino. Eliminate l’aglio e  versate tutte le verdure nella padella e fate stufare per una decina di minuti insieme al basilico (aggiungere poca acqua se le verdure tendono a bruciare, il fuoco comunque deve essere basso) Quando le verdure saranno diventate morbide, ne frullerete una parte insieme a poco latte (anche di soia). Mescolare poi le verdure frullate e quelle stufate, oppure potrete frullarle tutte grossolanamente. Aggiustate di sale e poco pepe. Prendere poi una pirofila rivestitela con la pasta per le lasagne (se si tratta di pasta fresca bisogna sbollentarla in acqua bollente per qualche minuto e poi raffreddarla in acqua fredda come per le altre lasagne canoniche). Versare una quantità sufficiente di ripieno di verdure e spolverizzare con parmigiano abbondate (oppure pecorino per chi ama sapori più forti). Procedere poi con altri strati fino ad esaurimento ingredienti. L’ultimo strato dovrà essere senza condimento. Prendete 2 uova sbattetele in un piatto con un po’ di sale e versatele, uniformemente, sulla superficie della lasagna. Come ultima cosa spolverizzate ancora con abbondante parmigiano ed infornate a 180° finché la superficie della lasagna non avrà preso un bel colore dorato. L’importante è che la farcia di verdure sia morbida (potete aggiungere del latte o della panna,  se è troppo secca) ma non liquida. Volendo potete unire al composto una mozzarella tagliata a dadini. Questo è un ottimo sistema per riciclare avanzi di verdure e formaggi che  a volte rimangono nel frigo in attesa di una qualche utilizzazione e che se non usati tempestivamente finiscono nel bidone dell’umido.

Visto i tempi meglio la mia lasagna!

 

 

 

 

 

 

 

 

Novembre, la malinconia e i carciofi

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Ecco che il ciclo si chiude. Era novembre quando iniziai questo viaggio nei ricordi, è di nuovo novembre, e sono qui, ancora sotto al tiglio, solo che adesso il tiglio, non mormora parole leggere con leggero stormire di foglie. Il tiglio geme, è scosso, frustato da un vento freddo e le foglie dorate di ottobre sono diventate brune e giacciono sul terreno, fradice di pioggia, sporche, scivolose. I suoi rami, grigiastri, striati di muschio, protendono le loro braccia al cielo grigio, uniforme.
Un sentore forte, dolciastro, di decomposizione mi arriva alla narici. Lo aspiro sebbene tutto dica: morte! Rabbrividisco di freddo e di tristezza.
Morte, vita, resurrezione! Smuovo piano, con la punta delle scarpe, lo strato di foglie marcescenti e, sotto, mi appare ancora l’erba verde e rigogliosa. La vita vegetale, sotto le foglie morte, resiste, non si arrende alle gelate, dovrà farlo prima o poi ma la sua non sarà che una morte apparente.
Al primo raggio di sole primaverile risorgerà più verde e rigogliosa di prima, sconfiggerà la morte con la forza della vita.
Mi guardo in giro, i gatti mi osservano da lontano, guardano questa figura avvolta in strati di calda lana e sono immobili. Ci fissiamo, mi scrutano, qualcuno di loro muove passi esitanti verso di me, aspettano. Ma io non ho nulla da dare loro, niente, sono solo di passaggio. E’ la nostalgia che mi ha spinto a tornare a casa.
Questa è la mia casa mi dico. La guardo, vuota, silenziosa, le imposte chiuse, muta.
Adesso entro ed accenderò il camino, farò un gran fuoco, la tristezza sparirà e i ricordi mi terranno compagnia.
Non so spiegarlo, ma, quando torno in questa, che è stata la mia casa per un lunghissimo arco di tempo, mi piace aprire tutti i cassetti, frugare negli armadi, sfogliare vecchi libri e album di fotografie alla ricerca del tempo perduto.
Apro, chiudo, sfoglio, ricordo.
Mia madre sorridente tra i suoi fiori, mio padre intento a spaccare legna con l’accetta, i miei nipoti piccoli, Matteo col braccio rotto, Marco vestito da piccolo marinaio per un carnevale, Paolo e Stefano tra i pomodori dell’orto, Luca, ad un anno, in braccio a mia madre, Federico a due anni, nella neve, che addenta una pizza bianca più alta di lui, Gianmarco, paffuto e roseo con una testa di ricci biondi, Alessia tra le ortensie piccola e bionda che mi guarda senza sorridere ed Eleonora, sul mio letto, che sgrana gli occhi mentre gioca con la mia bigiotteria e ancora feste di Natale e Pasque, di chissà quale anno e i miei fratelli, le mie sorelle tutti giovani, magri e belli. Dove sono andati quegli anni?
Il fuoco che arde allegro nel camino mitiga la mia tristezza, lascio che il calore mi bruci le ginocchia, mi arrossi la faccia e mi asciughi gli occhi. Guardo le fiamme che guizzano veloci, sono ipnotiche quasi si fa fatica a staccare gli occhi. Scoppiettii, scintille, “monachine” che salgono verso il cielo. Quanti giochi, quante risate, quante lacrime! Quanta gente è passata in questa stanza! Sono tutti qui, vivono nelle vibrazioni dei mobili nello scricchiolio dei tetti, nei pavimenti consumati dai passi, nell’intonaco dei muri che ha assorbito le loro emozioni.
Qui siamo nati tutti noi fratelli, queste mura hanno sentito il nostro primo vagito, qui abbiamo respirato la nostra prima boccata di ossigeno, abbiamo mosso i nostri primi passi e pronunciato le nostre prime parole. Questa è la nostra culla, il nostro nido, l’utero virtuale che ci ha partorito. E’ la mia, la nostra casa. Per quante case noi possiamo avere nel mondo, questa è “casa” e niente potrà mai cambiare questa realtà.

Mi rannicchio nella poltrona e chiudo gli occhi. Sento la voce di mio padre che racconta della guerra, della sua vita da carabiniere, sento mia madre che parla di notti di luna piena e “chiara” sento gli schiamazzi dei miei fratelli, la radio che canta insieme alle mie sorelle. Sento le risate dei miei nipoti e e il cicaleccio di quelle grandi, allegre, tavolate domenicali. E’ così che mi sento a novembre, piena di nostalgia e desiderosa di calore umano.
Per quanto mi sforzi, non riesco a visualizzare immagini allegre legate a novembre. Malinconiche si, ma non allegre.
Novembre iniziava con il giorno dei morti e con la visita al cimitero. Forse già questo predisponeva alla tristezza.
I campi arati erano scuri sotto un cielo di solito grigio, ma il grano seminato nei solchi aveva già iniziato a germogliare ed a me veniva in mente la filastrocca del chiccolino
“Chiccolino dove sei?
Sotto terra non lo sai?
E la sotto non fai nulla?
Dormo dentro la mia culla…………………….

Natale sembrava ancora lontano, e i rintocchi delle campane, che al tramonto suonavano il Vespro, erano cupi e lenti. Se guardavi le montagne, poi, erano quasi sempre nascoste da una coltre grigia di nuvole pesanti e basse. La porzione di esse non nascosta dalle nuvole, era anch’essa grigia. Insomma ovunque si girasse lo sguardo era il grigio a dominare, in tutte le sue sfumature. Il grigio del cielo, delle montagne e dei tronchi degli alberi che sembravano, allo sguardo, soli ed abbandonati. Mandorli spogli, intrisi di pioggia, con solo qualche grigia cornacchia appollaiata sul ramo più alto, a far loro compagnia. Querce non ancora spoglie, grondanti pioggia con un tappeto di ghiande miste a fango alla base. Strade fangose, pozzanghere infide, scarponi che diventavano pesanti per la terra che si attaccava alle suole e infangava i pavimenti. La sera ci si stringeva vicino al camino e quando veniva l’ora di andare a letto c’era la cerimonia del prete.”U prete!” senza il quale il letto sarebbe stato freddo e umido e che spesso era causa di incendi e strinature di lenzuola.Era, il prete (chissà perchè era chiamato così? Ci vedo una certa malizia paesana) una gabbia di legno fatta di doghe convesse, due inferiorie due superiori, che si toccavano alle estremità a formare un’ellisse doppia e parallela con al centro assi di legno quadrate o rettangolari. Il prete veniva messo nel letto e sulla base inferiore veniva poggiato un braciere (u coppe) pieno di braci roventi, serviva a scaldare le lenzuola, ma se ti distraevi un attimo o non posizionavi bene il braciere, potevi fare un bel falò! Ma infilarsi nel letto dopo aver tolto il prete era un piacere al quale pochi rinunciavano. A novembre, poteva succedere, che una mattina, tuo padre, venisse nella tua camera, dove dormivi al calduccio abbracciata a tua sorella e spalancasse le imposte dicendo con tono gioioso:
“Ficcatevi sotto le coperte! Guardate che meraviglia!” e noi, insonnoliti, guardavamo increduli lo spettacolo della prima neve che scendeva copiosa e leggera dal cielo, imbiancando cose e case e coprendo tutto quel grigio con un meraviglioso e brillante manto bianco.
Allora ci stringevamo l’un l’altro sotto le coperte e guardando la neve scendere pregavamo Dio che la lasciasse scendere a lungo.
La neve ci restituiva la gioia, vestiti sommariamente, non vedevamo l’ora di tuffarci nella sua morbidezza, fare pupazzi di neve e a “palloccate”.
Poi i più bravi avrebbero improvvisato gare di sci lungo “ u prate” cioè il prato per antonomasia, il luogo mio dell’anima, quello che va dall’Ara de Placidi fino “agli Quadri”
Un pendio abbastanza lungo che in inverno era un campo da sci, in primavera un mare verde di erba e d’estate il luogo di tutti i nostri divertimenti all’ombra dei mandorli.
Si andava a scuola lo stesso però. Non c’era nevicata che bloccasse lo svolgersi regolare delle lezioni. Poiché in quegli anni le nevicate erano frequenti ed abbondanti, avremmo rischiato di perdere lunghi periodi di scuola altrimenti.
Si andava a scuola, scarponi rotti o no. Una bella passata di sego “siu” sulle scarpe per non farci “umà” l’acqua e via. La scuola era riscaldata da una stufa a legna e spesso portavamo con noi anche pezzi di legna per alimentarla.
Ricordo i miei maestri, qualcuno con affetto, altri no. Ne ricordo uno in particolare, neanche tanto malvagio, ci mandava in punizione nella neve, in ginocchio, con le mani alzate al cielo e senza cappotto. Ricordo mia madre, l’unica volta che è capitato a me, irrompere nella classe e con fare minaccioso dire al maestro ” che sia la prima e l’ultima volta, quando avrai figli tuoi, potrai trattarli così, mia figlia mai più!” Il maestro non aveva figli, rimase senza parole, ma nessuno andò più in punizione in quel modo!
C’era e c’è a Santa Anatolia una maestra, la Signora Ortensia, oggi novantaquattrenne, che per un periodo, appena diplomata, ha insegnato a Cartore. I santanatoliesi sanno dove si trova Cartore e quanto sia difficile ancora oggi raggiungerlo. Ortensia è una donna piccolina, si e no arriva al metro e cinquanta, ebbene questo scricciolo di donna andava ad insegnare a Cartore a dorso di cavallo e con qualsiasi temperatura o tempo atmosferico. Ogni giorno saliva sul suo cavallo e con la pioggia, con il sole o con la neve, andava a Cartore. Attraversava campi, valicava colline e attraversava boschi. Partiva all’alba in sella al suo cavallo, prendeva la strada che dal Pontone costeggia ‘Ncolanesce, sale sulla collina, arriva a Colle Pizzuto e poi va verso Cartore dove l’aspettava una scuola semidiroccata con il tetto sfondato, forse dal terremoto del 1915.
Una mattina doveva ripartire da Santa Anatolia ed essere a scuola in tempo per l’orario di apertura. Aveva nevicato molto, ma lei montò a cavallo con l’aiuto del padre e si avviò verso Cartore. La neve alta rendeva difficoltoso il cammino del cavallo e tutto intorno il silenzio era perfetto. Arrivata nei pressi di Colle Pizzuto il cavallo iniziò ad innervosirsi, divenne inquieto. Erano tempi quelli in cui i lupi erano molto numerosi e con il cattivo tempo scendevano a valle in cerca di cibo. Il cavallo aveva sentito i lupi che si aggiravano nei pressi. All’improvviso si imbizzarrì e disarcionò la povera Ortensia che fu sbattuta a terra dove per sua fortuna atterò sul soffice manto della neve. Il cavallo imbizzarrito, nitrendo di spavento, fuggì verso Santa Anatolia lasciando la poverina semisepolta dalla neve. Alla coraggiosa maestrina non restò che spolverarsi la neve di dosso e riprendere la via di casa nella neve che, quasi, era più alta di lei.
Arrivata a casa trovò il cavallo tranquillo nella stalla ed i suoi parenti che si preparavano ad andare a cercarla spaventati dal ritorno del cavallo “scosso”. Difficile pensare a qualcosa di simile adesso!
Novembre è un mese sospeso, è l’anno ormai incanutito che si avvia verso la fine, Novembre è un mese saggio, è un vecchio che racconta, parla tra sé e ricorda.
A volte Novembre ha guizzi di insospettata giovinezza, come un fiore piccolo e giallo che sbuca dal mucchio delle foglie morte, un raggio di sole, può darti l’illusione della primavera e si torna a sorridere.
Novembre è una calda coperta che ti avvolge, è la pioggia gelida che il vento ti sputa sulla faccia, è il muggire delle mucche nelle stalle è il belare stanco delle greggi nei crepuscoli bui, è il camminare rasente i muri delle case in cerca di riparo.
A novembre, più che mai, con il freddo che penetra nelle ossa, sentiamo il bisogno di qualcosa di gratificante per ritemprare corpo anima, allora potrà essere consolatorio il profumo di un bel pollo arrosto con le patate che ti accoglie quando torni a casa, un piatto di polenta con le salsicce, una densa minestra di fagioli o ceci.
Io ripenso alle polpette di mia madre ed al pane appena sfornato intinto nel loro sugo accompagnati da un bel tegame di carciofi e patate.
Per chi volesse gustarli ecco la ricetta:

Ingredienti:
Carciofi romaneschi, patate, olio, mentuccia, sale, mollica di pane, acqua.

Pulire bene i carciofi, togliere le foglie più dure, tagliare la punta di due o tre cm.
Allentare la consistenza delle foglie senza romperle, metterli per una decina di minuti in acqua dove avrete spremuto mezzo limone.
In una ciotola preparare una panure con mollica di pane sbriciolata, sale, olio e mentuccia
oppure prezzemolo.
Preparare un tegame dove verserete dell’olio, non molto.
Riempire i carciofi con la farcia cercando di farla penetrare bene tra un giro di foglie e l’altro. Posizionare i carciofi nel tegame con l’olio facendoli rimanere ben dritti.
Perché non si adagino su un fianco, tagliare una patata o due a pezzi e metterla nel tegame a sostegno dei carciofi.
Riempire il tegame di acqua fino a circa ¾ dell’altezza dei carciofi e salarla.
I carciofi non devono mai essere sommersi dall’acqua altrimenti la mollica diventa una pappa.
Far cuocere per circa una ora aggiungendo acqua ogni volta che occorre perché i carciofi non brucino (fare attenzione che l’acqua non vada sulla sommità dei carciofi mentre bolle).
Non coprire il tegame mai. Quando l’ultima acqua sarà evaporata, le patate e i carciofi saranno cotti a puntino ed alla base rimarrà solo l’olio insaporito dai carciofi e dalle patate.
Ricetta semplice ma gustosa, non proprio santanatoliese ma io l’ho sempre mangiata fin da piccola e devo dire la verità, avendola mangiata molte volte da altre parti, “quela de mamma era più bona!” ed a me ricorda molto mia madre.

Luglio e la fiera di Santa Anatolia

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Che silenzio c’è stasera! Questa sera stellata di metà luglio, qui sotto al tiglio che muove leggermente le fronde al ritmo lento della brezza serotina, il silenzio è rotto solo da un lontano abbaiare di cani, un frinire di cicale, monotono e ipnotico, il rombo di un motore che passa per la strada dell’ara. Silenzio! Abbandonarsi ai ricordi è facile.

“non credere mica che un istante di felicità sia poco. La felicità esiste solo sotto forma di attimi” Ignazio Silone.

A volte, può invece capitare, che tu non ti accorga di essere felice in quell’attimo, ti capita poi di ricordarlo e dire “Ecco in quel momento sono stato felice”. E’ così con i ricordi. Sono stata felice in quei lunghi, assolati, aridi e frenetici mesi di luglio della mia infanzia? Ora posso dire di si.

Luglio era il mese della fiera di Santa Anatolia. Si iniziava con le novene il primo di luglio. Quelle funzioni così attese, così straripanti di persone, nel Santuario soffocante e ardente di candele accese.

Che attesa! Ci si vestiva bene per andare alla “novè”. Con il vestitino che sapeva di stiratura appena fatta con il ferro rovente pieno di brace, odore di terital  e di “biacca” per le scarpe. “Sbrigati è sonata la campanella!” e via giù per le Stalli Scure di corsa per non arrivare tardi. L’attesa era tutta per l’inno alla Santa cantata a squarciagola e con le lacrime agli occhi, da tutti gli astanti dove le voci profonde degli uomini facevano la differenza. “Salga l’inno di lode alla Santa……..” e poi “O Anatolia celeste eroinaaaaaaaaa……………” dove quella “celeste eroina” diventava per molti “celeste rovinaaaaaaaaaaa” non per dileggio, che la Santa è sempre stata venerata con devozione profonda, solo perché non si faceva caso alla parole, importava di più l’enfasi.

La fiera di adesso non è che una parodia di quella del passato. Il 9 di luglio a sera, la chiesa rimaneva aperta tutta la notte per accogliere i pellegrini che venivano da ogni dove. C’erano storpi, ciechi, persone mute e con mille altri malanni, che si accampavano sulle scale del sagrato e dentro la Chiesa, in attesa di poter chiedere la grazia alla Santa il giorno dopo. Ricordo quella moltitudine, avvolta in poveri stracci, sdraiata dove capitava, alla luce fioca delle candele che a malapena rischiarava le navate, con la statua della Santa, bianca, enorme, incombente su di loro, impassibile ai miasmi ed al cicaleccio continuo, incessante. Venivano da lontano, a piedi, con le bighe, con mezzi di fortuna i più disparati. Ho incontrato gente a Pescara e a Frosinone  che sapeva della nostra Santa e della nostra fiera il 10 di luglio. Ricordo un cieco, gli occhi bianchi nelle orbite scure, che con la fisarmonica cantava storie di sangue e vendette. Ricordo un altro uomo, senza una gamba, che raccontava come l’avesse persa durante la guerra per via di una bomba. Ricordo le urla di una madre davanti alla cappellina antichissima, dove si dice il corpo di Santa Anatolia sia stato ritrovato, urlare “Miracolo, miracolo!” perché la sua bambina muta, avrebbe improvvisamente riacquistato la parola. Ricordo mia madre che mi raccontava di tanti altri miracoli avvenuti. Noi bimbi, giravamo sempre accompagnati in quei giorni. Il paese brulicava di zingari, i pollai venivano accuratamente controllati, la sparizione di galline era quasi la norma. Ricordo mia madre che litiga con una zingara che le aveva rubato una gallina che aveva nascosto sotto le sue ampie gonne. Alla richiesta di mia madre di alzarle, le sue gonne, per vedere se c’era la gallina,  rispose con una frase facilmente intuibile, talmente scurrile, che mia madre lasciò perdere, ma che ogni anno raccontava tra l’ilarità e la rabbia, finendo con una tipica imprecazione santanatoliese “ che sci scontenta!” La fiera, poi, era una vera fiera. Potevi trovare di tutto, tutto quello che poteva servirti dai tegami di rame e le conche per l’acqua alle ceste di vimini, giocattoli e vestiti. C’era poi Antonio, con il camioncino dei gelati, non facili da trovare a quei tempi. Ricordo mio padre, che faceva la guardia per il comune e che era sempre in servizio in quei giorni, tornare a casa con una grande quantità di gelato. Ricordo soprattutto l’indigestione mia e di mia sorella per aver mangiato troppi ghiaccioli all’arancia, dopo di allora credo di non averne più mangiato. Solo l’odore mi dava la nausea! C’era, molto importante, la fiera del bestiame, di solito, “abballe agli quadri”. Bestie di tutti i tipi passavano sotto casa mia provenienti da Marano, Magliano o Rosciolo chissà! Asini, cavalli, pecore, mucche, un grande via vai per tutto il giorno. Era una grande fiera, la più grande del circondario e noi santanatoliesi ne eravamo “fieri”! Quante, quante cose ci sarebbero da dire! Una cosa curiosa, ad uso e consumo di noi bambini ero lo spauracchio degli “scortecaregli”. “ non ci j da soje abballe, che pe la via ci stanu i scortecaregli!” Cavolo se avevamo paura! Questi tipi, a detta dei nostri genitori, erano dei piccoli omini vestiti di rosso che si nascondevano sotto i cespugli e quando qualche bambino passava, gli saltavano addosso e praticamente lo scorticavano vivo. Chissà perché io li ho sempre immaginati vestiti come piccoli cardinali! Mah! Ogni anno mi davano cento lire da spendere come volevo, praticamente l’equivalente di 5 euro adesso? Boh! So solo che riuscivo, ogni anno, a comperarci una bambola che non muoveva ne le braccia ne le gambe, vogliamo ritornare al concetto di felicità? Ero felice! Con quella bambola giocavo tutto l’anno, non so più quanti vestitini io abbia cucito con tutte le pezze che riuscivo a trovare e con i campioni di stoffa rettangolari con il bordo tagliato a zig zag, che Adolfo Luce, il sarto, mi forniva su mia pressante richiesta.

Poi, dopo la processione solenne, con la statuetta d’argento coperta di gioielli ex voto, che si trasferiva in casa del festaiolo di turno, dopo gli spari che duravano un’eternità, dopo un lauto pranzo, dopo che il paese veniva abbandonato, dai bancarellari, dalle bestie  e dai pellegrini, lasciando per terra quintali di rifiuti, non restava che godersi il concerto serale ad opera della banda chiamata per l’occasione. La Gazza Ladra, il Guglielmo Tell, la banda ci deliziava per tutta la serata, mentre giovani bandisti transfughi si appartavano con giovani donzelle disponibili a flirtare, innocentemente, negli angoli più bui del paese.

Alla fine del concerto c’era il ballo della “Pantasima” un fantoccio di carta con sembianze femminili, ricoperto di petardi, nel quale si infilava colui che pagava di più, il più temerario ed al suono di una tarantella ballava, mentre i petardi scoppiavano rumorosamente tra il battimani, le risate e gli incitamenti delle persone tutte intorno.

Dopo l’estrazione dei numeri della lotteria dove si solito si vinceva un agnello, c’erano gli spari e la festa finiva.

Quante, quante cose avrei ancora da dire! Ma è notte fonda, le foglie del tiglio continuano a stormire leggere sulla mia testa, riportando alla memoria sussurri di voci lontane, perdute, che premono per essere ascoltate. La voce di mia madre che racconta di Baldasarre, il brigante nostalgico, che pur datosi alla macchia, non rinuncia a godere di un pezzetto di questa festa tanto sentita e che attraversa campi di grano maturo, per assistere dalla cima della collina, al concerto serale della banda, lasciando a testimonianza della sua presenza, una lunga scia di spighe calpestate, come prova per la sua mamma. La voce di mia zia Rosa, che racconta della commozione dei santanatoliesi emigrati in Argentina, che il 10 di luglio, riproducevano un clone della festa di Santa Anatolia alla Plata, esattamente come quella che ricordavano del loro paese perduto, lontano ma mai dimenticato. Ma il sonno incombe e questo silenzio e queste presenze invisibili mi mettono addosso una strana inquietudine, devo lasciare ma tornerò a dare voce a coloro i quali hanno vissuto, amato e lasciato questo angolo di mondo che piano piano sta cambiando, si sta modificando e non sempre come loro avrebbero voluto.

Buonanotte Santanatoliesi, ovunque voi siate, buonanotte e che Santa Anatolia ci protegga!

 

 

Marzo, i ravioloni e la Quaresima

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Verso la fine di febbraio, inizio marzo, anche il carnevale passava. Finivano tutti  i suoi riti pagani, le frappe, la pizza sfogliata, gli scherzi e i giochi. Un gioco, mio padre amava fare ogni anno, in attesa che la pizza sfogliata cuocesse sotto la brace, un gioco che noi chiamavamo “ncarnaove”. Un gioco, a mio avviso, abbastanza pericoloso, perché, ciascuno di noi, bendato e con un grosso coltello in mano (quello del pane che in dialetto chiamavamo “ la cortella”), doveva colpire un uovo sodo, sbucciato e posto sul tavolo e dopo che nostro padre ci aveva fatto fare tre o quattro giri su noi stessi, facendoci perdere il senso dell’orientamento. Per fortuna, ogni volta, per evitare guai, papà ci metteva nella direzione giusta e poi, quasi guidava la nostra mano fino all’uovo. La ricompensa consisteva nel fatto che, chi colpiva l’uovo nel centro spaccandolo in due, vinceva il gioco e mangiava l’uovo! Ricordo anche una zucca intagliata come un teschio, posta all’angolo del nostro orto all’imbrunire, con una candela accesa all’interno, esattamente come quelle di Halloween, ma molto prima che sentissimo parlare di questa festa anglosassone. Erano giorni allegri, poi, dopo che il prete, la mattina del mercoledì delle ceneri, ci aveva impolverato la testa con un po’ di cenere e ci aveva ricordato  che polvere eravamo e che polvere saremmo ridiventati, al monito di: “ Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris”, dopo che contriti e con l’anima mondata da ogni peccato, avevamo ricevuto debitamente l’Eucarestia, liberi e leggeri come uccellini, svolazzavamo fuori dalla Chiesa ed iniziavala Quaresima! La Quaresima, quaranta giorni prima della morte di Cristo, era ed è, il periodo che ricorda i quaranta giorni di Gesù nel deserto, durante i quali aveva digiunato in solitudine, era, perciò un periodo in cui tutte la manifestazioni gioiose erano sospese, dovendo ricordare tale avvenimento. Non ci si sposava per esempio, erano proibite feste di ogni tipo (almeno ufficialmente, perché noi bambini già al secondo giorno non ci pensavamo più) . Più che mai era proibito mangiare la carne il venerdì, ed altre cose di questo genere, legate al fatto di come  tale periodo, fosse un periodo in cui bisognasse essere probi e connessi col divino. Ricordo una cosa legata a tale ricorrenza, una cosa che ho avuto modo di osservare anche qualche tempo fa  e che credo si usi ancora da qualche parte. All’inizio della Quaresima, quasi in ogni famiglia, si preparavano dei vasi seminati con grano e si mettevano, poi, in un luogo buio a germinare. Alla fine dei quaranta giorni, infine, questi vasi con i germogli ormai cresciuti dritti come fusi, bianchissimi per mancanza di luce, si ponevano davanti al sepolcro di Cristo, durante i tre giorni fatidici, dal Giovedì Santo pomeriggio, giorno in cui Gesù moriva, fino  alla notte del Sabato Santo, quando resuscitava. I germogli rappresentavano appunto la Resurrezione.

Ma questo periodo, sebbene legato a queste serie ricorrenze, era il periodo in cui la natura si risvegliava. La neve si era finalmente sciolta ed il sole era tornato splendere su una natura ancora addormentata, ma che qua e là  già mostrava segni di una rinascita imminente. Gli alberi di mandorlo avevano gemme gonfie e turgide, i campi arati, emanavano sottili volute di vapore e il grano germogliato in autunno e che aveva lungamente dormito sotto la neve, si rinverdiva di nuova linfa. Un venticello leggero e profumato spingeva soffici nubi nel cielo terso e  le greggi, finalmente, non più costrette nelle stalle, belavano di nuovo al tramonto tornando verso gli ovili. Se adesso ci metto anche qualche garrulo volo di rondine il tutto apparirà troppo lirico ed edulcorato, ma non è proprio così l’inizio della primavera? Almeno per gli animi romantici!

Noi bambini correvamo nei prati dove l’erba iniziava a spuntare sotto quella secca e bruciata dal gelo. Cercavamo, invano, le prime timide violette sotto i cespugli che conservavano ancora rimasugli di neve cristallizzata, ma, ancora troppo presto! E poi, un giorno, ci accorgevamo che nei campi sodi, non ancora seminati, erano nati una profusione di fiori gialli e timidi: i bottoni d’oro! Erano i primi a spuntare! Migliaia di fiori gialli nella terra ancora brulla. Ne facevamo dei gran mazzi che portavamo a casa e che morivano subito. Ma che gioia, che meraviglia! La primavera era proprio arrivata!Ma quello che aspettavamo era veder spuntare le prime viole. Era quasi una gara a chi le trovava prima! Il nostro campo di ricerca era “abballe agli Quadri”, era il posto più assolato. Lasciavamo la via della Madonna Addolorata per ultima poiché era “all’appacina”  i Quadri invece, con la via fiancheggiata da siepi di biancospino, che conduceva verso “ U Coremanu”, era il posto dove spuntavano per prime. Ce n’erano di due colori, quelle esposte al sole erano di un violetto chiaro, quelle più nascoste e più difficili da raggiungere, di un violette scuro, naturalmente le più ambite! Era il periodo in cui, dopo la scuola, ebbri di sole, scorazzavamo finalmente nelle campagne liberi senza che nessuno ci limitasse o ci obbligasse a rimanere in casa. Erano i pomeriggi in cui, nel sole che ci abbronzava il viso, disegnavamo dei gran cerchi nella terra ancora bagnata per giocare a “Mondo” o alle “Città” a “Campana” oppure a “Palline” .

Ricordo che un giorno il nostro maestro di quarta elementare, Maestro Candido, ci aveva dato da studiare una poesia che iniziava così: “nei boschi da sera a mattina….”. La mia amica Paola era una campionessa del gioco delle biglie, palline in dialetto. Paola fu interrogata sulla poesia, della quale, non avendola studiata, ricordava solo le prime parole che ripeteva incerta, in continuazione ,bloccandosi ogni volta e guardandosi intorno in cerca d’aiuto: “nei boschi da sera a mattina………..” e non andava avanti. Così il maestro, perfido, finì per lei : “ nei boschi da sera a mattina, Paola Spera gioca a pallina!” non vi dico le sghignazzate!! Beh, comunque tutti giochi perduti! Come perduto sembra essere il gioco della “Tizza”, detto in italiano “Lippa”. Gioco che i bambini di oggi non conoscono e che era il terrore delle mamme. Questo gioco, si giocava, scavando due piccole buche distanziate di qualche metro l’una dall’altra, si usavano  due mazze, una per ogni squadra, con queste mazze si doveva colpire  un bastoncino al volo, e, se questo bastoncino ti colpiva in viso, come qualche volta accadeva,  poteva farti molto male. Capitava che in tutta questa rinascita, col sole che metteva allegria, con le giornate più lunghe e con la speranza di chissà che cosa dovesse accadere di bello di li a poco, chiedessimo a nostra madre qualcosa di speciale:

“ Ma’ facci i ravioi!” E mamma ce li faceva!

Eh, mamma, oggi l’ho fatti anch’io! Ma per dirla con papà “quij de mamma eranu più boni!”

Ecco qua, fateli anche voi e buon appetito!

Ingredienti x 4 persone (visto che sono grandi 2 ravioli a testa bastano)

Per la pasta: 300 grammi di farina e 3 uova

Per il ripieno :500 grammi di ricotta di pecora – 1 uovo – poco zucchero – cannella pestata nel mortaio 1 cucchiaino- poco sale – poco parmigiano (2 cucchiai) oppure anche senza – prezzemolo un ciuffetto.Unire tutti gli ingrediente del ripieno in una ciotola lasciare riposare per qualche minuto Nel frattempo fare una sfoglia sottile con la farina e le tre uova. Procedere poi come per i ravioli normali solo facendoli molto grandi “giganti” Condire poi con un sugo leggero di pomodoro fresco appena scottato, o, come più vi piace. Mi raccomando la cannella! Che sia pestata al momento e non quella in polvere! Lo zucchero, poco, serve per stemperare l’acidità della ricotta. Nel sugo di pomodoro mettete anche un po’ di peperoncino esalterà il gusto dell’insieme. Peperoncino e cannella!! Non suona molto esotico?!!

 

 

 

 

 

Le allegre comari di Santa Anatolia o la torta raccapezzata

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Una storia inventata che potrebbe anche essere vera
Come si dice “ogni riferimento a cose e persone realmente esistite è puramente casuale”


Ipotetico dialogo tra alcune comari di Santa Anatolia “Ammonte”
“Commare Marì, me so ravanzate poche nuci dalle pizzelle de Natale. Ci vorria fa quacchecosa, ma solo che le nuci che ci facce?”
“U commare Li, che ne sacce? A mi me so ravanzate poche fichera secche, mo va a fenì che me se fanu pure cattive, le vo?”
“ e dammele, mo vede se la commare Francesca tè quacche atra cosa, magari le mette tutte nziemi e ci facce na spece de pizza”
La comare Francesca nel frattempo si era avvicinata ed aveva sentito tutto il dialogo tra la comare Maria e la comare Lisa
“commare Francè si capitu?”

“Scine commare Li, a mi m’è ravanzatu na cria de subibbu, se le vo le po’ nfrasca che s’atra robba che té, ci mitti na cria de cacau, na cria de rummu e vatte a fa freca, quacchecosa c’esce!”
“ e datemmelle va” dice la commare Lisa con fare sbrigativo
“ mo’ vaje a casa vede quacche atra cosa che ci pozze mette, po quanne so fattu vi chiame e ne la magneme n’ santa pace, portate na cria de vinu che j no le tenghe, a casa me’ no beve nisciunu!”
“ U scià pe l’amor de Diu, vo che ne manca le vinu a nu?”
“magari me facce mancà l’aria ma le vinu no” e la commare Maria la commare Francesca nel dire ciò si piegano in due dalle risate.

“ va, va, commare Li, che ne vedeme chiù tardi!
Dovete sapere che in molte famiglie di Santa Anatolia la “bocaletta” del vino era sempre a disposizione di tutti, a qualsiasi ora del giorno o della notte, normalmente era collocata sulla mensola del camino, e, non erano solo gli uomini a bere, bevevano anche le donne.
“ voleva chiamà pure la commare Sunta, la chiame?” disse Lisa con fare esitante
“Uddiu, lassala perde quela sciuerca che ne ruvina la jornata!” disse la commare Maria e proseguì scimmiottando la commare Assunta detta Sunta, con una vocina lagnosa
“ Queste me ma male agliu fegatu, quest’atru me fa male alla coccia………..u mammamè meglie perdela che trovalla!”
Così le tre commari, presero ciò che avevano di avanzi e lo dettero alla commare Lisa, poi se ne torrnarono ognuna nella propria casa in attesa che quest’ultima facesse questa strana torta con tutti gli avanzi dei dolci di Natale.
Lisa, arrivata a casa, ci pensò un po’ su poi prese la bilancina che aveva in cucina e pesò
3 etti di gherigli di noci, 3 etti di uva sultanina (subibbu) 3 etti di zucchero
3 etti di fichi secchi, 3 etti di farina.
Preparò poi 3 uova, 3 o 4 cucchiai di cacao, 1 bicchiere di rum, 1 bicchiere di latte, 1 bicchiere di olio e 1 bustina di lievito.
Poi tritò le noci (non è dato sapere se con la bottiglia o con la macchinetta)
tritò anche i fichi. Poi prese una ciotola dove sbattè le tre uova con i 3 etti di zucchero, unì poi il bicchiere di rum, il bicchiere di latte, il bicchiere di olio, i tre etti di noci tritate, i tre etti di fichi tritati, il cacao, l’uvetta e la bustina di lievito.
Versò tutto in una teglia per torte imburrata ed infarinata e la mise nel forno (a gas) a 180° per 40 minuti circa
poi la sfornò, la fece raffreddare, la assaggiò, vide che era buona e ne fu soddisfatta, perchè essendo una perfezionista non avrebbe accettato un risultato meno che buono, piuttosto l’avrebbe data da mangiare alle galline che presentare alle comari una cosa fatta male, ne andava del suo prestigio di cuoca eccellente che ricavava manicaretti anche dai sassi.
Così orgogliosa del risultato chiamò le sue comari e allegramente tra “nu bicchierucciu e j’atru” passarono il pomeriggio in allegria.
E la canzone era sempre la stessa
“facemece nu bicchiere e fecemecigliu mo che mo ch’aveme tempe e addimà…”
addimà, domani
“del doman” come dice il poeta, “non v’è certezza” perciò….Cogli l’attimo!
Beh questo è quello che io ho immaginato, ma vi giuro che conversazioni come questa possono essere avvenute centinaia di volte in ogni vicolo di Santa Anatolia.
Per onestà intellettuale devo dire che questa ricetta non è santanatoliese ma maglianese, avendola io avuta da una mia vicina di pianerottolo che è appunto di Magliano.

Mio nonno e il fantasma



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Mio nonno, Michele Luce, era ai suoi tempi, un bravissimo falegname molto ricercato in zona. Probabilmente era quasi l’unico e la 
sua attività era richiesta anche in luoghi molto distanti da Santa 
Anatolia. 
Ancora oggi mi capita di trovare qualche persona avanti con 
l’età che si ricorda di lui e dei lavori da lui eseguiti.
Costruiva praticamente di tutto, dalle culle alle bare.
Ricordo ancora la culla dove io ed i miei fratelli abbiamo passato i nostri primi mesi di vita, mia madre ci cullava con un piede mentre le sue mani erano impegnate a lavorare alacremente, golfini, cappellini e scarpine, ai ferri.
Costruì, mio nonno, anche la bara per sua moglie e non oso immaginare i 
suoi sentimenti mentre compiva questa triste ma inevitabile opera. Era l’ultima cosa che poteva fare per la sua adorata moglie e sono sicura che lo fece con tutto l’amore che poteva.
Il suo laboratorio era una baracca di legno e calce, addossata alla nostra casa e che dopo la sua morte, avvenuta quando io avevo sei anni, diventò per noi bambini, il luogo delle meraviglie.
C’erano casse di legno piene di libri scritti in caratteri gotici, interi rotoli di carta da parati purpurea,con ricami in oro, che, a toccarla macchiava le mani di un rosso vivo.
Noi femminucce abbiamo passato interi, lunghi pomeriggi piovosi a pittarci le unghie ed il viso con quel colore cosi vivo, scimmiottando le signore di altri tempi con improbabili sciccosi vestiti recuperati dall’armadio di mia madre.
Quei libri, chissà di cosa parlavano!
Penso che mio nonno li avesse recuperati da sotto le macerie del palazzo Placidi, distrutto dal terremoto del 1915, che fece 100 morti a Santa Anatolia, tra i quali anche i suoi stessi figli e i miei bisnonni. Purtroppo, quei misteriosi libri, li abbiamo distrutti tutti, strappati nei nostri giochi infantili, non capendone l’importanza.
Ricordo le copertine marezzate, le pagine ingiallite che si sbriciolavano al contatto e quell’odore di muffa che permeava tutto ciò che era contenuto in quella enorme cassa di legno con serramenti di ferro arrugginito nella quale giacevano da più di quarant’anni
Mio nonno, era uomo di poche parole, determinato, con uno spiccato senso del dovere, calmo, ma, se perdeva la pazienza, meglio era, mettersi al riparo.
Mio padre raccontava, non senza ilarità, di quella volta che stava costruendo una botte.
Con pazienza aveva preparato le doghe, le aveva piallate, curvate, aveva 
preparato i cerchi di ferro, l’aveva, poi, assemblata. Ma, una volta 
finita non gli sembrava perfetta, così, la smontò e ricominciò, con 
santa pazienza, da capo.

Una, due, tre volte, questa botte non veniva mai bene.
Intanto, man mano che i tentativi si susseguivano, la pazienza andava scemando e l’irritazione invece, andava salendo, fino a raggiungere, all’ennesimo tentativo fallito, quello stato che si pùò definire “fuori 
dalla grazie di Dio!”
Quando, anche l’ultimo tentativò fallì, non ci vedeva, ormai, più dalla rabbia!
Afferrò una mazza di ferro che stava li nei pressi e, bestemmiando tutto il calendario più qualche santo di sua invenzione, ridusse la botte a pezzi minutissimi! Poi, esaurita tutta la sua rabbia e finalmente calmo, si accese un sigaro e se lo fumò in santa pace.
Di questi episodi, mio padre, ne raccontava tantissimi, ma il più divertente era quello dell’incontro di mio nonno con un fantasma.
Era morta da poco una persona della famiglia Panei, un non meglio precisato Don Alessandro.
Le famiglie Panei e Placidi, erano le famiglie più facoltose del paese, 
perciò, i loro componenti, in segno di deferenza, venivano chiamati con l’appellativo di Don davanti al nome e, al loro passaggio, di solito, gli uomini si toglievano il cappello.
Capitò che, pochi giorni dopo questa dipartita, mio nonno, dovesse recarsi a Torano per un lavoro presso una famiglia del luogo. Così, eravamo nel mese di maggio, si alzò di buon’ora e tra il lusco ed il brusco si mise in cammino verso Torano.
Ad oriente, la Val di Teve, lasciava presagire l’alba che sarebbe sorta, con una luminescenza dorata illuminando il cielo di una luce opalescente, che rendeva nitidi i contorni delle montagne circostanti.
Il paesaggio, sebbene la mattinata si annunciasse soleggiata, era ancora avvolto in una nebbiolina leggera che dava al circondario un aura quasi magica, sembrava che le cose galleggiassero a mezza’aria, come sospese.
Mio nonno, non era particolarmente impressionabile, ma a quei tempi, stiamo parlando dei primi anni del secolo scorso, le leggende e le bastocchie 
sui morti redivivi e sugli spiriti,erano le cose che più si raccontavano la sera, intorno al fuoco, dopo aver recitato il rosario.
Così, il fatto di dover passate davanti al cimitero, in una atmosfera come quella descritta, metteva mio nonno in leggera agitazione. Ma, era 
l’unica via e poi, da uomo, non voleva cedere alla paura.
Così scese per le Stalli Scure, poi attraversò i Quadri, u Coremanu, u Pontone e di buon passo, continuò a camminare verso Torano.
Dopo l’ultima curva, quando infine si scorge il cimitero, in mezzo alla 
nebbiolina, sul ciglio della strada, proprio in corrispondenza della porta del 
cimitero, gli apparve un’ombra lunga lunga, con in cima una gran testa, che 
dondolava leggermente di quà e di là, come a dire e ridire no…no..no..
La prima cosa che venne in mente a mio nonno fu la buon’anima di Don Alessandro!
“e mo che facce?” si domandava mio nonno interdetto.
“Vabbè, mò passe, facce finta de gnente, u salute e 
me ne vaje” si diceva il poverino tra sé, convinto che l’ombra fosse proprio
lo spirito di Don Alessandro.
Nel frattempo, però, continuava a camminare non volendo cedere alla 
paura.
Camminado e rimuginando tra sé e sé, quello che avrebbe detto al momento dell’incontro e tenendo la testa bassa per non vedere l’ombra, 
si avvicinava sempre di più al fantasma che, nel frattempo, continuava a 
dondolare dolcemente la capoccia e dire di no.
Al momento dell’incontro, mio nonno, in preda ormai al 
panico, togliendosi il cappello con deferenza, mormorò con un filo di voce “ “Buongiorno don Alessà!” alzando nel contempo gli occhi e fissandoli incredulo su…..un cardo mariano con una capoccia enorme che dondolava dolcemente nella brezza mattutina!!!

Quante risate ci siamo fatti con questo racconto! 
Mio padre, che aveva uno spiccato senso dull’umorismo, ce lo
raccontava con dovizia di particolari, aggiungendone sempre di nuovi per farci ridere. E noi ridevamo, eccome se ridevamo!


L’Arrangiata

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Ma perché le cose possano avere un certo ordine temporale bisogna iniziare dal principio o dalla fine, dipende.
Tutte le ricette e le operazioni inerenti il cibo o l’approvvigionamento di esso, erano collocate in un preciso momento dell’anno. Tutto era legato alle stagioni e al tempo.
Non si poteva prescindere da questo, poiché ogni stagione aveva le sue ricette e le sue peculiarità che erano legate al tipo di raccolto o di consumo del raccolto a seconda dei casi.
Neanche l’allevamento degli animali da cortile, delle pecore e dei maiali, sfuggiva a questa regola.
C’era un tempo per seminare ed un tempo per raccogliere, un tempo per immagazzinare ed un tempo per consumare, un tempo per allevare, un tempo per tosare e purtroppo un tempo per uccidere.
Può sembrare crudele ma uccidere gli agnelli e i capretti a Pasqua, tirare il collo a una gallina per fare il brodo per una partoriente e macellare un maiale quando era bello grasso, beh erano cose che, lungi dal rattristare, rallegravano le famiglie, in vista dei lauti pranzi che ne sarebbero derivati.
La vita in campagna era molto cruda. Non ci si rammaricava per una bestia se essa moriva per qualche malattia, ci si rammaricava per tutto il lavoro svolto per farla crescere e per il mancato guadagno.
Ho visto mia madre piangere perchè il maiale aveva la broncopolmonite!!
Serviva un pollo? Gli si tirava il collo senza tanti complimenti!
Tutto ciò sembra crudele adesso, ma magari, in altri modi, oggi siamo ancora più crudeli con tutto il nostro amore verso gli animali. Li teniamo chiusi in gabbie, canili, pigiati, costretti, forzati a mangiare perchè crescano in fretta oppure tenuti a morire di fame.
Quando va bene li nutriamo con mangimi di dubbia provenienza e composizione, con conseguenti malattie che contagiano anche l’uomo.
Qualche decennio fa, a Santa Anatolia, gli animali erano liberi, le galline scorrazzavano dovunque, avevano solo un segno sulle ali per segnalare a chi appartenessero, pecore, mucche, asini, muli tutti liberi, questi ultimi al massimo avevano le pastoie.
Era il tempo in cui le vacche avevano un nome : Bianchina, Rosina ….
Ma di tutte le crudeltà, la peggiore si verificava verso la fine ed inizio anno, quando l’aria era invasa dalle grida disperate dei maiali moribondi che venivano ammazzati in una maniera così crudele che il legislatore ha pensato bene di proibirla in favore di un metodo più rapido e misericordioso.
Il metodo era crudele ma la morte del maiale era una festa, era cibo assicurato sotto forma di prosciutti, guanciali, spallette, lardo, salsicce , fegatelli, sanguinacci, strutto, ventresca, sfrizzoli, per buona parte dell’anno e, allora, non ci possiamo meravigliare se tutti erano felici e contenti!
La parte più gioiosa si verificava la sera, dopo che il maiale era stato diviso a seconda delle varie utilizzazioni.
Quello che restava, con altra carne rubata alle salsicce, andava a riempire una grande padella di ferro che veniva posta sul fuoco scoppiettante dove sfrigolava allegramente finchè non era ben arrostita.
Condita con spezie varie, andava a riempire i capaci stomaci della famiglia, dei parenti e anche dei vicini, che avevano partecipato a tutta l’operazione e che inzuppavano interi filoni di pane nell’unto, il tutto, accompagnato da fiumi di vino che davano la stura a cori improvvisati e risate fino a tarda notte.
“facemece nu bicchiere e facemecegliu mo’
Che mo’ c’iaveme tempe e addimà magari no!” e via a brindare! Si mandava giù anche la “ciarrapicchia” che era un vino tra l’aceto e l’acqua fatto se non ricordo male, con gli scarti dell’uva.
Questa era chiamata “L’arrangiata” presumo dal verbo arrangiarsi, cioè valersi di quello che si poteva racimolare per farsi una gran saporita mangiata! Questa era chiamata anche “Felicità” perché a me viene difficile immaginare un altro momento di condivisione, di unione, più felice di questo!
Mai sentito uno dire “ No grazie ho il colesterolo alto!”

Segue……