Luglio e la fiera di Santa Anatolia

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Che silenzio c’è stasera! Questa sera stellata di metà luglio, qui sotto al tiglio che muove leggermente le fronde al ritmo lento della brezza serotina, il silenzio è rotto solo da un lontano abbaiare di cani, un frinire di cicale, monotono e ipnotico, il rombo di un motore che passa per la strada dell’ara. Silenzio! Abbandonarsi ai ricordi è facile.

“non credere mica che un istante di felicità sia poco. La felicità esiste solo sotto forma di attimi” Ignazio Silone.

A volte, può invece capitare, che tu non ti accorga di essere felice in quell’attimo, ti capita poi di ricordarlo e dire “Ecco in quel momento sono stato felice”. E’ così con i ricordi. Sono stata felice in quei lunghi, assolati, aridi e frenetici mesi di luglio della mia infanzia? Ora posso dire di si.

Luglio era il mese della fiera di Santa Anatolia. Si iniziava con le novene il primo di luglio. Quelle funzioni così attese, così straripanti di persone, nel Santuario soffocante e ardente di candele accese.

Che attesa! Ci si vestiva bene per andare alla “novè”. Con il vestitino che sapeva di stiratura appena fatta con il ferro rovente pieno di brace, odore di terital  e di “biacca” per le scarpe. “Sbrigati è sonata la campanella!” e via giù per le Stalli Scure di corsa per non arrivare tardi. L’attesa era tutta per l’inno alla Santa cantata a squarciagola e con le lacrime agli occhi, da tutti gli astanti dove le voci profonde degli uomini facevano la differenza. “Salga l’inno di lode alla Santa……..” e poi “O Anatolia celeste eroinaaaaaaaaa……………” dove quella “celeste eroina” diventava per molti “celeste rovinaaaaaaaaaaa” non per dileggio, che la Santa è sempre stata venerata con devozione profonda, solo perché non si faceva caso alla parole, importava di più l’enfasi.

La fiera di adesso non è che una parodia di quella del passato. Il 9 di luglio a sera, la chiesa rimaneva aperta tutta la notte per accogliere i pellegrini che venivano da ogni dove. C’erano storpi, ciechi, persone mute e con mille altri malanni, che si accampavano sulle scale del sagrato e dentro la Chiesa, in attesa di poter chiedere la grazia alla Santa il giorno dopo. Ricordo quella moltitudine, avvolta in poveri stracci, sdraiata dove capitava, alla luce fioca delle candele che a malapena rischiarava le navate, con la statua della Santa, bianca, enorme, incombente su di loro, impassibile ai miasmi ed al cicaleccio continuo, incessante. Venivano da lontano, a piedi, con le bighe, con mezzi di fortuna i più disparati. Ho incontrato gente a Pescara e a Frosinone  che sapeva della nostra Santa e della nostra fiera il 10 di luglio. Ricordo un cieco, gli occhi bianchi nelle orbite scure, che con la fisarmonica cantava storie di sangue e vendette. Ricordo un altro uomo, senza una gamba, che raccontava come l’avesse persa durante la guerra per via di una bomba. Ricordo le urla di una madre davanti alla cappellina antichissima, dove si dice il corpo di Santa Anatolia sia stato ritrovato, urlare “Miracolo, miracolo!” perché la sua bambina muta, avrebbe improvvisamente riacquistato la parola. Ricordo mia madre che mi raccontava di tanti altri miracoli avvenuti. Noi bimbi, giravamo sempre accompagnati in quei giorni. Il paese brulicava di zingari, i pollai venivano accuratamente controllati, la sparizione di galline era quasi la norma. Ricordo mia madre che litiga con una zingara che le aveva rubato una gallina che aveva nascosto sotto le sue ampie gonne. Alla richiesta di mia madre di alzarle, le sue gonne, per vedere se c’era la gallina,  rispose con una frase facilmente intuibile, talmente scurrile, che mia madre lasciò perdere, ma che ogni anno raccontava tra l’ilarità e la rabbia, finendo con una tipica imprecazione santanatoliese “ che sci scontenta!” La fiera, poi, era una vera fiera. Potevi trovare di tutto, tutto quello che poteva servirti dai tegami di rame e le conche per l’acqua alle ceste di vimini, giocattoli e vestiti. C’era poi Antonio, con il camioncino dei gelati, non facili da trovare a quei tempi. Ricordo mio padre, che faceva la guardia per il comune e che era sempre in servizio in quei giorni, tornare a casa con una grande quantità di gelato. Ricordo soprattutto l’indigestione mia e di mia sorella per aver mangiato troppi ghiaccioli all’arancia, dopo di allora credo di non averne più mangiato. Solo l’odore mi dava la nausea! C’era, molto importante, la fiera del bestiame, di solito, “abballe agli quadri”. Bestie di tutti i tipi passavano sotto casa mia provenienti da Marano, Magliano o Rosciolo chissà! Asini, cavalli, pecore, mucche, un grande via vai per tutto il giorno. Era una grande fiera, la più grande del circondario e noi santanatoliesi ne eravamo “fieri”! Quante, quante cose ci sarebbero da dire! Una cosa curiosa, ad uso e consumo di noi bambini ero lo spauracchio degli “scortecaregli”. “ non ci j da soje abballe, che pe la via ci stanu i scortecaregli!” Cavolo se avevamo paura! Questi tipi, a detta dei nostri genitori, erano dei piccoli omini vestiti di rosso che si nascondevano sotto i cespugli e quando qualche bambino passava, gli saltavano addosso e praticamente lo scorticavano vivo. Chissà perché io li ho sempre immaginati vestiti come piccoli cardinali! Mah! Ogni anno mi davano cento lire da spendere come volevo, praticamente l’equivalente di 5 euro adesso? Boh! So solo che riuscivo, ogni anno, a comperarci una bambola che non muoveva ne le braccia ne le gambe, vogliamo ritornare al concetto di felicità? Ero felice! Con quella bambola giocavo tutto l’anno, non so più quanti vestitini io abbia cucito con tutte le pezze che riuscivo a trovare e con i campioni di stoffa rettangolari con il bordo tagliato a zig zag, che Adolfo Luce, il sarto, mi forniva su mia pressante richiesta.

Poi, dopo la processione solenne, con la statuetta d’argento coperta di gioielli ex voto, che si trasferiva in casa del festaiolo di turno, dopo gli spari che duravano un’eternità, dopo un lauto pranzo, dopo che il paese veniva abbandonato, dai bancarellari, dalle bestie  e dai pellegrini, lasciando per terra quintali di rifiuti, non restava che godersi il concerto serale ad opera della banda chiamata per l’occasione. La Gazza Ladra, il Guglielmo Tell, la banda ci deliziava per tutta la serata, mentre giovani bandisti transfughi si appartavano con giovani donzelle disponibili a flirtare, innocentemente, negli angoli più bui del paese.

Alla fine del concerto c’era il ballo della “Pantasima” un fantoccio di carta con sembianze femminili, ricoperto di petardi, nel quale si infilava colui che pagava di più, il più temerario ed al suono di una tarantella ballava, mentre i petardi scoppiavano rumorosamente tra il battimani, le risate e gli incitamenti delle persone tutte intorno.

Dopo l’estrazione dei numeri della lotteria dove si solito si vinceva un agnello, c’erano gli spari e la festa finiva.

Quante, quante cose avrei ancora da dire! Ma è notte fonda, le foglie del tiglio continuano a stormire leggere sulla mia testa, riportando alla memoria sussurri di voci lontane, perdute, che premono per essere ascoltate. La voce di mia madre che racconta di Baldasarre, il brigante nostalgico, che pur datosi alla macchia, non rinuncia a godere di un pezzetto di questa festa tanto sentita e che attraversa campi di grano maturo, per assistere dalla cima della collina, al concerto serale della banda, lasciando a testimonianza della sua presenza, una lunga scia di spighe calpestate, come prova per la sua mamma. La voce di mia zia Rosa, che racconta della commozione dei santanatoliesi emigrati in Argentina, che il 10 di luglio, riproducevano un clone della festa di Santa Anatolia alla Plata, esattamente come quella che ricordavano del loro paese perduto, lontano ma mai dimenticato. Ma il sonno incombe e questo silenzio e queste presenze invisibili mi mettono addosso una strana inquietudine, devo lasciare ma tornerò a dare voce a coloro i quali hanno vissuto, amato e lasciato questo angolo di mondo che piano piano sta cambiando, si sta modificando e non sempre come loro avrebbero voluto.

Buonanotte Santanatoliesi, ovunque voi siate, buonanotte e che Santa Anatolia ci protegga!

 

 

Giugno, i papaveri, il matrimonio e il bianchetto

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C’è così tanta bellezza nel mondo! Benché l’uomo si affanni a distruggerla non ci riuscirà mai completamente. Mi guardo in giro, in questo mese di giugno del 2012 e sebbene dalla mia finestra non veda altro che palazzoni, non posso fare a meno di rallegrarmi per quei pezzetti di verde tra un edificio e l’altro dove i papaveri con forza, ribadiscono il loro diritto ad esistere. Papaveri dappertutto, rossi, sfacciati, prepotenti e indomiti, bagnati fradici dopo la pioggia e di nuovo allegri al primo raggio di sole. Papaveri a profusione sui mucchi d’erba, tra i calcinacci, negli anfratti nascosti, ma soprattutto ai bordi delle strade tra bottiglie di plastica schiacciate, cartacce e rifiuti di ogni genere, a coprire lo schifo, a gridare a gran voce: “c’è bellezza nella natura e la natura vi sconfiggerà!”

Anche l’uomo è parte della natura, l’unica parte della natura con la consapevolezza di esistere, di essere, almeno per quanto ci è dato di sapere. L’unica parte della natura che conosce il bene ed il male, avendo mangiato per così dire, il frutto della conoscenza. L’unica parte della natura che può decidere da che parte stare e, chissà perché, questo libero arbitrio lo porti, spesso, a scegliere di stare dalla parte del male. Sporca, distrugge, disprezza, oltraggia senza sapere che ciò che distrugge, disprezza e oltraggia non gli appartiene, gli è solo concesso di viverne,  di gioirne, di ammirare  e servirsi di ciò che gli viene offerto per sedare la sua innata sete di bellezza ma il  tutto va restituito e conservato perché altri, dopo di lui possano, servirsene e gioirne allo stesso modo.

Mesi di Giugno della mia infanzia! Così lontani da sembrare irreali eppure così vivi! Dalla fine dell’anno scolastico all’inizio del nuovo, generalmente ad ottobre, il tempo sembrava dilatato, interminabile! Si prospettava davanti a noi un’estate lunghissima, calda, luminosa e felice. Per la maggior parte del tempo vivevamo nei prati. L’erba era stata tagliata, lasciata seccare al sole, e poi trasportata nei pagliai sulle schiene dei somari, e noi eravamo liberi di correre giocare e vivere la nostra vita di fantasia sul prato ispido di erba secca e pungente.

Non so se giugno fosse un mese speciale per i matrimoni, non so neanche se ci sia mai stato un mese speciale per i matrimoni, ma io ricordo alcuni di essi proprio in questo mese.

Può sembrare strano, ma il primo matrimonio che ricordo e che ho vivido nella mia mente come fosse accaduto ieri, risale al 1955, quando avevo solo 2 anni. E’ in quella occasione che ho sentito parlare per la prima volta di televisione. Tra le braccia di  mio padre, nella sala stracolma di persone già alticce per il vino generosamente tracannato e sazie per il cibo altrettanto generosamente ingerito, ricordo la discussione precisa della descrizione di quella meraviglia nuova di zecca e di come io immaginavo fosse. Nella mia mente vedevo la radio, grande, di celluloide marroncina che avevamo in casa, con la finestrella in basso verde, illuminata e mi immaginavo sbirciare attraverso di essa ed assistere allo svolgersi di tutti quegli avvenimenti meravigliosi che la radio ci raccontava in quegli anni e di vedere il famoso uccellino della Radio cinguettare felice sul ramo di un albero.

Il matrimonio era una faccenda complicata, e agli occhi di una ragazza di oggi, quasi assurda.

Quanto ci entrasse l’amore non mi è dato saperlo. So per certo che alcuni, cito mia madre e mio padre perché conosco la loro storia, si fidanzavano in prima elementare e finivano con lo sposarsi tra molte difficoltà.

Ma c’erano anche molti matrimoni legati all’interesse, tanto è vero che si ascoltava molto cosa avesse da dire in proposito la famiglia. Bastava il possesso di un asino a fare la differenza.

Possedere un asino o un cavallo o un mulo, non era cosa da poco. Significava non chiedere a nessuno l’aiuto per il trasporto di tutte le cose trasportabili, dal fieno al grano e soprattutto per l’approvvigionamento della legna da ardere. Erano anche un mezzi di locomozione, andare a Magliano o a Borgorose a cavallo era molto meglio che andarci a piedi!

Molto, nella preparazione  del matrimonio era a carico della donna. Il corredo della sposa, per esempio, era composto di cose precise : 12 paia di lenzuola di cui, quella per la prima notte di nozze bianca ricamata a mano e di puro lino. 6 coperte : 1 di lana abruzzese, 1 di mollettone, 1 di velluto (bellissima con gli angioletti ed i fiori sotto la quale io e le mie sorelle abbiamo inventato mille storie usando le sue raffigurazioni), 1 imbottita, 1 lucchesina (tessuto leggero per l’estate) 1 di piquet e 1 all’uncinetto.  8 tovaglie, di cui una bianca di tela di fiandra. 24 strofinacci, un numero imprecisato di tovaglie per il pane di cotone bianco a nido d’ape (io ne conservo un pezzo di quelle di mia madre) tessute a mano. 48 asciugamani tra quelli di lino, tela di fiandra  e cotone. 12 pannolini di lino, per ovvie ragioni femminili, con le iniziali ricamate a punto croce. 1 materasso di lana e  4 cuscini.  Varie suppellettili di rame come la conca per l’acqua con “gliu manere”, 1 paiolo “u cutturu”, 1 scaldaletto, 1 schiumarola, 1 mestolo “ u scommareglie”, vari tegami di varia grandezza, 1 catino “baccile”, 1 secchio bianco smaltato igienico, 1 vaso da notte “ u rinale”. Inoltre camicie da notte varie con il coordinato bianco per la prima notte di nozze, generalmente di lino ricamato, anche questo, a mano come tutto il resto.

La sposa, la sera prima del matrimonio, portava a casa dello sposo un piccolo corredo per il futuro marito: calzini, canottiera, camicia, cravatta e mutande, in cambio riceveva….. una gallina!!

Doveva inoltre provvedere ad altri indumenti per il marito come pigiami, canottiere, mutande , calzini e fazzoletti.

Qualche giorno prima del matrimonio, la sorella dello sposo e la sorella della sposa stilavano una lista di tutto il corredo perché, in caso di morte della sposa ed in mancanza di figli, tutto tornava alla famiglia d’origine.

Poi, sempre le due rispettive sorelle, oppure altre parenti strette, preparavano il letto per la prima notte con il lenzuolo di lino bianco ed il giorno dopo tornavano per controllare se il suddetto fosse macchiato di rosso o meno, a testimonianza di come  la sposa fosse arrivata all’altare come mamma l’aveva fatta! Ma la mia mente maliziosa ha idea che quella gallina regalata servisse a ben più di uno scopo!

All’epoca  già non si usavano più le camicie da notte lunghe come un sacco e con un buco strategico nel mezzo, sovrastato dalla scritta “ non lo fo per amor mio, ma per far piacere a Dio”!

Ah! Se quelle stalle e quei campi potessero parlare! Ne sentiremmo delle belle!

Molto caratteristico era il trasferimento del corredo dalla casa della sposa alla casa dello sposo: “ U carriaggiu”. A bordo di carretti colorati ed infiocchettati si trasportava ben esposto alla vista del paese, tutto il corredo della sposa, tra capannelli  di persone accorse per ammirare e criticare ciò che vedevano. Da ciò si evinceva la ricchezza più o meno consistente della dote e il prestigio più o meno elevato della famiglia. I festeggiamenti duravano una settimana, tutto il paese andava (e va) alle nozze, cioè ci si reca nelle case dei rispettivi sposi con borse piene di cibarie (pasta, zucchero, caffè, liquore) dove ci si sofferma a fare gli auguri e a bere e mangiare dolciumi vari, si torna poi a casa con la borsa piena di dolci e confetti e con la classica bomboniera.

Un dolce caratteristico di queste ricorrenze erano e sono le “ciammelle summe co j’anasi” talmente dure che per lavorarle si diceva che molti sputassero nelle loro mani, leggenda? Comunque oggi non dobbiamo preoccuparci, visto che tutto si compra nei forni e vengono fatte  con macchinari appositi.

Questa usanza, del portare cibarie in casa degli sposi, aveva un suo significato nel passato, quando i matrimoni si celebravano in casa. Tutto ciò che veniva portato serviva per il pranzo di nozze e per la riuscita del secondo giorno.

I parenti più stretti portavano vari, enormi canestri di vimini, infiocchettati e abbelliti da fiori, con regole precise da rispettare. Nel primo canestro, quello più grande,  grandi mazzi di pasta lunga legata con nastri colorati, pagnotte di pane, recipienti con farina nella quale venivano poste anche le uova, zucchero, caffè.

Nel secondo canestro più piccolo bottiglie di vino decorate con frutta fresca.

Si portavano poi galline vive infiocchettate ed agnelli belanti con al collo un bel fiocco rosso.

Il giorno delle nozze la sposa accompagnata dal padre arrivava in chiesa, come da copione non molto variato nel tempo. All’uscita dalla chiesa, gli invitati buttavano sugli sposi e sugli astanti chili di confetti,  cannellini con l’anima di cannella e di “confette” con all’interno “ i nucci di mandola”. Noi bambini, ma anche i grandi, ci fiondavamo a raccoglierli nella polvere e tra i piedi della gente, facendo a gara a chi ne raccoglieva di più. Erano sporchi? Pazienza li mangiavamo lo stesso, d’altronde, la verminosi era cosa comune nei bimbi dell’epoca, proprio per l’abitudine di mangiare qualsiasi cosa commestibile venisse dal suolo, senza lavarla o con le mani sporche di terra. Nessuno è morto a causa dei vermi che io sappia. Lo spauracchio era il tifo, ricordo che dicevamo per qualsiasi cosa fosse acerba: “ non te la magnà  sa pronga (prugna) è cereva, te fa venì u tifu!” ma solo se era acerba se era sporca la pulivi sul vestito e te la mangiavi con gusto!

Poi c’era il pranzo di nozze,  tra schiamazzi e canti. Ecco il menu: per antipasto un piatto con prosciutto, salame, una rondella di burro con sopra un’alice sott’olio ed una oliva, formaggi. Seguiva poi il brodo di gallina con la stracciatella , il lesso di gallina che era servito per il brodo, la sagna, l’ arrosto misto e l’agnello col bianchetto (di cui vi do ricetta) il tutto annaffiato da fiumi di vino. Si finiva con il dolce tradizionale, “u serpentone”,  con la glassa bianca ed i confettini d’argento, gli occhi fatti con chicchi di caffè e la lingua biforcuta con carta rossa. Poi liquori e frutta a volontà. Il tutto durava fino a tarda notte tra lazzi, motti, canzoni dialettali allusive cantate a squarciagola e brindisi a non finire. Si replicava il giorno dopo a casa dello sposo, dopo che si era constatata la verginità della sposa e dopo che gli sposi avevano assistito alla messa, durante la quale la sposa doveva indossare un velo nero.

Poi c’erano quelli che “scappavano” per evitare tutto questo o perché non avevano soldi, oppure perché le famiglie non volevano dare loro il permesso ed allora erano costretti ad una mesta cerimonia riparatrice alle 6 del mattino, con la chiesa quasi vuota e la sposa vestita di blu.

Mia madre, la mia adorata madre, fu una di queste spose in blu. Non perché le famiglie fossero contrarie ma perché mio padre era un carabiniere e non poteva sposarsi prima di aver compiuto 33 anni. Così convissero per due anni more uxorio. Che coraggio mamma nel 1948! Adesso sarebbe prassi normale. Peccato che lei, religiosa fino al midollo, di una religiosità non bigotta ma fatta di conoscenza e frequentazione dell’Azione Cattolica, abbia vissuto questa cosa come colpa grave non perdonandosi finchè è vissuta. Ma l’amore di mia madre e mio padre è cosa leggendaria e prima o poi dovrò raccontarla perché i miei nipoti ne abbiano memoria.

Ho talmente tante cose da dire su giugno! Penso però, che , perché questo racconto non sia troppo lungo, io debba suddividerlo in due parti, tornerò a parlare di giugno, questo mese sospeso che scivola lentamente verso la seconda parte dell’anno, verso quel luglio di pienezza dorato di spighe ubertose. Giugno, invece,  conserva ancora in sé parte della freschezza della primavera, come una bella trentenne con un abito di seta a fiori svolazzante nel vento, malizioso e profumato!

La ricetta legata ai matrimoni e che veniva cucinata solo dalle cuoche più brave è l’agnello con il bianchetto, una salsa di uova e limone fatta scivolare lentamente sulla carne di agnello cotta ed a fuoco spento.

Per chi volesse cimentarsi:

1kg di spezzatino di agnello, olio, sale , vino bianco, uova e limone, 1 stecca di cannella

Si fa soffriggere in un tegame dell’olio nel quale si versa  lo spezzatino di agnello. Si lascia rosolare per bene senza farlo bruciare, si sala, si versa nel tegame un mezzo litro di vino bianco e si aggiunge la stecca di cannella. Si lascia cuocere l’agnello finché il vino non sia quasi del tutto evaporato. Deve rimanere sul fondo del tegame una cremina composta dal grasso dell’agnello, dall’olio e dal vino. A parte si sbattono 3 uova con il succo di mezzo limone Si toglie il tegame dal fuoco e sullo spezzatino fumante si versano a filo, lentamente, le uova sbattute con il limone, molto lentamente. Si gira il tutto  con un cucchiaio di legno, velocemente, in modo che le uova ricoprano tutta la carne come un velo e che il calore della stessa cuocia la salsa senza farla rapprendere. Qualora la salsa,  risultasse troppo liquida si può rimettere il tegame sul fuoco e girando energicamente la carne fare rapprendere per qualche secondo.

Il gusto acidulo del limone dona a questo piatto, di per sé abbastanza grasso, freschezza e gusto e si sposa splendidamente con il gusto deciso della carne d’agnello.

Io ho, quello che ho fatto per le foto, nel frigo e visto che è ora di pranzo, adesso lo scaldo e me lo “magno”

 Buon appetito!

 

 

 

Maggio, i fioretti e la Sagna

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Vorrei regalarvi maggio, vorrei regalarvi i suoi prati le sue colline i suoi campi i suoi cieli. Vorrei portarvi con me in questi posti incantati. Vorrei farvi attraversare prati esalanti profumi inebrianti, tappezzati di fiori di tutti i colori e di tutte le sfumature dell’arcobaleno. Vorrei farvi calpestare quell’erba fragrante e farvi ubriacare del profumo del timo, della mentuccia e di centinaia di altre erbette minuscole e profumate. Vorrei farvi camminare sul suolo umido di rugiada e sentire l’aroma di erba schiacciata dai passi, vorrei che vi sdraiaste là, supini, ad immaginare l’eternità fatta di queste sensazioni appaganti, mentre i vostri occhi socchiusi, abbagliati dal sole, seguono voli di rondini sfreccianti nel cielo azzurro e profondo.

E poi, il 13 maggio, vorrei portarvi con me, alle 6 e 20 circa del mattino, sotto casa mia e farvi assistere al miracolo dell’alba con il sole che nasce nella Val di Teve, proprio di fronte a voi. Il cielo limpido, trasparente del primo mattino, le montagne oscure, attraversate da raggi obliqui di luce, dardi infuocati che escono da dietro il monte Sevice ed illuminano trasversalmente la montagna della Duchessa. I Quadri, Ncolanesce, u Coremanu e Santa Anatolia immersi in una nebbia fluttuante, leggera ed il sole che improvvisamente spunta, abbagliante, dalla Val di Teve. Le colline, i campi i prati si illuminano di una luce di oro fuso, accecante. La nebbia diradandosi scopre i rossi papaveri i gialli ranuncoli e milioni di altri fiori, brillanti di gocce di fresca rugiada. L’aria è frizzante come una coppa di champagne, leggera , inebriante, viva.

Ho sempre detto, fin da quando ero bambina, che dopo la mia morte, avrei voluto tornare qui, vagare tra queste colline come spirito libero, rimanere in questi prati, in un eterno mese di maggio.  Sempre ammesso che io meriti il Paradiso!  Maggio, magico. Quasi le stesse lettere, per me lo stesso significato.

Se marzo e aprile sono la premessa della rinascita, maggio è la rinascita compiuta. Il grano è gia alto nei campi e si muove leggero, con onde argentee, ad ogni soffio di vento, così l’erba dei prati prima che venga falciata. Qualcuno ha mai provato a contare quante centinaia di specie floreali esistono in un prato? Si va dalle evidenze più sfacciate, i rossi papaveri, i gialli ranuncoli, alle presenze più minuscole, timidi fiorellini rosa, fucsia, azzurri, celesti, lilla e gialli, sparsi a profusione tra il verde di centinaia di migliaia di fili d’erba delle più svariate specie vegetali. Quasi tutte sono commestibili. Ricordo in quelle mattine soleggiate e non, decine di donne con un coltello in mano e con recipienti, i più disparati, chine sui campi o nei prati, alla ricerca di erbe da cucinare. “le foglia”, (con la o chiusa) genericamente chiamate. Quasi tutto si mangiava e si mangia ancora. La cicoria, le foglie bianche, i stammucchi, i papammari, i respini, i ciciotti, i cuvigli, pure l’ortica! Tutto tranne la cicuta, ovviamente! Ci stavamo bene attenti, quella pianta rappresentava il veleno, neanche la toccavamo! “ Uddiu si toccata la cecuta!” e via a lavarsi le mani di corsa! I pastori a maggio, portavano le loro greggi sulla montagna della Duchessa, nella tradizionale transumanza stagionale. Ricordo quelli che tornavano saltuariamente in paese per fare provviste, portavano sempre nei loro tascapani, un’erba strana, mitica “ gli orvani”, specie di spinaci selvatici che si trovano solo in alta montagna.

Quello che non mangiavano gli umani, lo mangiavano gli animali che quasi tutti allevavamo nei pressi delle nostre case: conigli, galline; i maiali no, quelli si tenevano nelle stalle lontano dalle abitazioni.

E già,  le galline! Le galline chioccianti erano la colonna sonora delle nostre giornate. Anche l’abbaiare dei cani ed il miagolio dei gatti, ma le galline le trovavi dappertutto. Erano libere, vagavano nei cortili, nei campi, nei prati, ovunque. Spesso te le ritrovavi dentro casa e dovevi scacciarle con un grande “scoccodellio” contrariato delle interessate, poichè per scacciarle non si disdegnava di far uso di calci ben assestati! La mia casa era provvista, oltre che della porta principale, della “purticella” una porta bassa, alternativa, che serviva a tenere fuori gli animali indesiderati. Ogni massaia aveva il suo metodo per riconoscere le proprie galline. C’erano quelle che tagliavano loro le ali in un certo modo e quelle che le marchiavano dipingendo, sempre le ali, con colori diversi Ognuno di noi sapeva a chi appartenesse la gallina che gli capitava di incontrare.

Succedeva, delle volte, che una gallina sparisse per giorni, poi, all’improvviso la vedevi tornare seguita da qualche decina di gialli e morbidi pulcini pigolanti e traballanti. Mia madre contava le galline ogni sera, le chiamava al tramonto: “ Pipé, pipé, pipette me!” finché,  piano piano, non erano tutte intorno a lei che le “riallettava” spargendo delle granaglie per terra. Poi le contava e le faceva entrare “agliu pullaru a resedè”

Una cosa che facevano tutte le massaie era controllare quante galline avessero l’uovo pronto per essere deposto. Lo facevano nell’unico modo possibile, inserendo il dito indice nell’orifizio atto alla deposizione. Lo so, ai nostri occhi schifiltosi può sembrare un sistema un po’ estremo, ma per loro era naturale, in questo modo sapevano su quante uova si potesse far conto il giorno dopo. Capitava che il conto non tornasse e che le uova nel nido non fossero tutte. Così, si armavano di pazienza e si improvvisavano investigatrici, seguendo, quando individuavano la colpevole, la gallina traditrice.  Sapeste quante volte mia madre ha trovato nidi alternativi pieni di uova che la gallina “fedava” di nascosto per covarle e trasformarle in pulcini!

Il gallo di solito era uno solo, due galli nel pollaio non erano auspicabili. Ricordo l’ultimo, un gallo maestoso, con una gran coda multicolore ed una cresta rosso vivo. Un gallo subdolo che finchè lo guardavi stava immobile muovendo appena la testa, ma appena ti giravi ti saltava addosso e ti beccava a sangue! Inutile dire che ha fatto una brutta fine!

Maggio, mese di processioni. La più solenne era quella del Corpus Domini (credo 9 domeniche dopo Pasqua). Si partiva dalla Chiesa “ammonte”,la Chiesa Parrocchiale di San Nicola.

Tutti vestiti a festa, si usciva dalla Chiesa con il prete salmodiante in testa e due lunghe file parallele di persone che recitavano preghiere e cantavano canzoni religiose. Davanti le donne, dietro tutti gli uomini in ordine sparso, al centro le bambine vestite con i vestiti più belli che,  a due a due, reggevano un cesto di vimini pieno di petali di fiori che venivano gettati sulla via man mano che la processione avanzava. Di solito, noi bambine, eravamo posizionate davanti alla statua della Madonna, portata in processione su un baldacchino sorretto da quattro uomini volenterosi e forzuti.

Il giorno prima della processione, si andava nei prati a raccogliere i fiori. Depredavamo senza pietà cespugli di rosa canina, di caprifoglio, papaveri, rose dai giardini e di solito tutto quello che trovavamo sulla nostra strada. Lungo il percorso, poi, si allestivano degli altarini con immagini sacre, coperte preziose e vasi di fiori. La processione attraversava tutto il paese, da “ammonte a abballe”, ritornando poi in Chiesa dove si celebravala Messa Cantata.

Ricordo una volta, con mia sorella, andammo “abballe agliu Colle e Cicchittu” a cercare fiori per la processione. Sotto un cespuglio di rose canine vedemmo la più strana serpe che ci fosse mai capitato di vedere, sembrava un girino gigante. Aveva una gran testa ed un corpo tozzo e corto che si restringeva man mano verso la coda. Nella testa smeraldina, abnorme, gli occhi membranosi e giallognoli ci guardavano con diffidenza. Scappammo inorridite e per quell’anno ci accontentammo delle rose di mamma, la quale non fu molto contenta visto che le depredammo tutto il rosaio.

Ma la processione che tutte noi bimbe aspettavamo era quella del 31 di maggio.

Maggio, mese mariano, era solitamente anche il mese dei fioretti. Il prete metteva fuori, attaccata al muro, vicino al portale della chiesa, una cassettina con sopra un foro rettangolare stretto. Ogni giorno noi piccoli, scrivevamo un fioretto su carta rosa (oppure la cassettina era rosa?) e lo mettevamo nella cassettina. Il 31 maggio, c’era la processione che metteva fine al mese dedicato alla Madonna e, la sera, si svolgeva la processione solenne. Era bellissima ! Al buio con solo la luna e le stelle che ci guardavano dall’infinito, attraversavamo tutto il paese, stringendo nelle mani  lunghe e candide candele accese con le fiammelle tremolanti. Perché il vento non le spegnesse, erano infilate in una specie di tulipano di carta colorata, la quale, regolarmente, prendeva fuoco con grande nostro divertimento. Di questa processione ricordo il gracidare rauco delle rane quando attraversavamo il rigagnolo “n’canturiu”, saltando sulle pietre per non bagnarci i piedi e sporcarci le scarpette bianche col pompon, pulite il pomeriggio con la biacca. Arrivavamo poi alla fine “degliu paese abballe”, dove c’è un’immagine della Madonna che, all’epoca ( ma forse anche adesso) aveva una pianta di rose  bianche in fiore alla base. Là ci fermavamo e si bruciavano i fioretti  raccolti durante tutto il mese nella cassettina, i quali, insieme al fumo, volavano in cielo, dove speravamo chela Madonna li avrebbe letti.

Nei giorni di festa come questi, era d’obbligo, dopo la processione della messa di mezzogiorno, una volta tornati a casa, mangiare la mitica “Sagna” La Sagna somiglia alle più famose lasagne, ma è tutta un’altra cosa, un altro sapore un’altra cultura.

La Sagna è una poesia di sapori sapientemente dosati ed era il vanto di ogni donna di casa  che la cucinava con una dedizione da adepta di una setta segreta e che trovava la sua gratificazione nei mugolii di piacere dei commensali, con le bocche mute e unte, concentrate nella degustazione estatica di tale pietanza . Loro, le cuoche erano in questo modo  ripagate di tutte le loro fatiche. Perché fare una buona Sagna non è facile, ci vuole sapienza e forza e non è detto che questi due ingredienti si trovino sempre nella dispensa di chiunque!

Non credo che per la ricetta della Sagna possano indicarsi dosi precise. Ci si deve affidare all’istinto. Io vi comunicherò in linea di massima il procedimento, poi chi vorrà cimentarsi nella sua realizzazione dovrà contare sulla sua idea di equilibrio, perché è tutta là la sua riuscita, nell’equilibrio. Certa è solo una cosa, non bisogna essere avari, bisognerà avere la mano generosa altrimenti potreste mangiare strati di pasta sfoglia “gnessiti” e sapreste per certo che la Sagna non vi è riuscita.

Ingredienti x 6 persone

Per la sfoglia : ½ chilo di farina – 5 uova

Ripieno: ½ kg di carne di manzo macinata – uova sode 4 o 5 – formaggio grattugiato abbondante (adesso il parmigiano ma immagino che in passato si usasse formaggio di mucca) sugo di pomodoro abbondante. Le nostre mamme iniziavano a farela Sagna al mattino presto, anzi in molti casi si preparava il giorno prima.

Preparare un sugo di pomodoro non troppo denso, tradizionale (olio, cipolla tagliata fine, e pomodori passati. Io metto anche il basilico perché amo il suo sapore, sale q.b.) Fare soffriggere la carne macinata a parte con un poco di olio e sale senza farla cuocere troppo (in passato si usava fare delle polpettine e farle soffriggere, se vi va potete farlo anche adesso)  Far bollire le uova finché non diventano sode, raffreddarle e sbucciarle. Tirare una sfoglia sottilissima. Nel frattempo mettere a bollire una pentola con l’acqua. Ritagliate  dei riquadri di sfoglia e buttatela nell’acqua bollente per qualche istante, metteteli poi ad asciugare su di un canovaccio pulito (non devono asciugare troppo) Una volta completata questa operazione, procedete alla composizione della Sagna, alternando nella teglia strati di pasta sfoglia con la carne macinata o le polpettine, fettine di uova sode, (formaggio fresco di mucca se volete) e formaggio grattugiato a volontà. Mettete poi il sugo del pomodoro a ricoprire il tutto. Fate tre o quattro strati o più, come desiderate,  fino alla fine degli ingredienti. Completate con formaggio grattugiato e sugo di pomodoro ed infornate a forno già caldo finché non compare una bella crosta croccante e profumata.

Io l’ho appena mangiata! Mmmmmmmmmmm! Che bontà! Impossibile  resistere!

 

Aprile, il cuculo e le tisichelle

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Il tempo, questo implacabile, silenzioso tessitore che, lentamente ma inesorabilmente, ricama le nostre storie  in rotoli  di tessuto fittamente e finemente disegnato, questo pittore pieno di talento che dipinge tele su tele con le nostre esistenze , relegandole in cantine oscure, questo scrittore,che scrive libri su libri con caratteri minutissimi, riempiendo biblioteche perdute in palazzi dimenticati, il tempo, che, come un fiume placido scorre silenzioso e tutto trascina con sé, ci travolge e lascia tracce visibili sui volti, nei corpi, nelle anime. Il tempo,dicevo,  porta via, piano piano tutti i giorni, i mesi, gli anni, le feste, le gioie i dolori delle nostre vite.

Io adesso devo visitare tutte quegli angoli nascosti, devo srotolare tutti quei rotoli di tela ,visitare tutte quelle pinacoteche e rileggere tutti quei libri, per tornare indietro a quei mesi di aprile sonnolenti della mia infanzia. Quei mesi di aprile dove gli orti, i prati, i ruscelli e le montagne , lentamente cambiavano sotto i nostri occhi di bimbi e ci regalavano giornate in cui l’unica occupazione era essere totalmente liberi senza obblighi o costrizioni, dove l’unica nostra preoccupazione  era rotolarsi nell’erba alta dei prati, tra gialli ranuncoli più alti di noi e trovare un gioco che ci facesse essere tutto ciò che volevamo. Non c’era limite alla fantasia. Mi ricordo, adesso, di un gioco che, per un  poco , ci faceva sentire come pirati sbarcati in un’isola deserta.  Recuperavamo ogni pezzetto di carta colorata, argentata e dorata che trovavamo e ne facevamo pezzetti piccoli. Poi, trovavamo un pezzo di vetro, possibilmente non colorato e  cercavamo un posto lontano, di solito sotto un cespuglio, scavavamo leggermente e facevamo uno strato di pezzetti di carta colorata, mettevamo sopra il pezzo di vetro, pressando per bene e, poi,  ricoprivamo tutto con la terra. Quello era il nostro tesoro sepolto. A distanza di mesi andavamo a riscavare dove lo avevamo sepolto ed era sempre una gioia ritrovare il nostro tesoro esattamente dove pensavamo che fosse. Qualcuno di questi tesori deve essere ancora sepolto lungo la via della Madonna Addolorata, perchè ogni tanto  ci dimenticavamo dove l’avevamo nascosto.

Ma la vita in campagna non era sempre così idilliaca. C’era, purtroppo, chi,  in questi mesi, si dedicava ad una attività così crudele che difficilmente riusciremmo a capirla  adesso, perlomeno lo spero. Molti dei ragazzi maschi andavano a caccia di nidi. Quanti nidi di cardellini, verdoni ed altro sono stati distrutti!

Ricordo una volta un mio amico, che ora non c’è più, aveva trovato dei piccoli verdoni in un nido sull’olmo sotto casa mia. Erano così piccoli che ancora non avevano “spoppato” gli occhi!  Così li aveva presi ma, visto che non erano ancora svezzati ed avevano bisogno della madre, aveva preso il nido e lo aveva messo in una gabbia sull’olmo.La madre dei piccoli andava a portare loro da mangiare attraverso le sbarre della gabbia, li “rimpizziava” come si dice da noi.Quando il mio amico tornò per controllare come stessero i piccoli uccellini, ebbe una sgradita sorpresa. Una serpe era entrata attraverso le sbarre ed aveva ingoiato i passerottini rimanendo intrappolata per colpa del lauto pasto.Non vado oltre nel racconto perchè potete immaginare che fine abbia fatto  la serpe e che crudele spettacolo, il mio amico,  abbia offerto  al suo inorridito pubblico.

Noi assistevamo a tutto questo come a qualcosa di inevitabile. Ammazzare le serpi era bene, prendere i nidi degli uccellini era fico, acquistavi punti agli occhi dei tuoi amici. Ammazzare uccellini con la fionda “fionne” o la “scrocca” ammazzafionda, anche questo era fico.Le “fionne “si costruivano con lo spago che dovevi intrecciare lasciando al centro un’asola, poi,  dovevi farle roterare prima di lanciare il sasso, non era cosa facile. Le “scrocche “ si facevano con una forcella di legno che si cercava accuratamente sugli alberi vicini o nei cespugli, si scortecciava e si temprava sul fuoco rendendola forte e liscia, si  aggiungevano poi due elastici, di solito pezzi di camere d’aria delle biciclette e,  un pezzetto di pelle, dove andava  posizionato il sasso da fiondare. Non di rado, invece che gli uccellini, veniva colpito qualche ignaro passante, per caso o di proposito!

La vita in campagna era così, si assisteva a scene crude,  come la nascita di agnellini in diretta, accoppiamenti di animali, bastonate ad asini e muli se non camminavano o non ubbidivano, sassate ai cani se non se ne andavano quando gli dicevi “passi via”. Tutto questo non era considerato crudele o disdicevole, era prassi comune e faceva parte della vita quotidiana,  e chi, come me,  guardava con aria inorridita e piangeva, veniva sbeffeggiato e preso in giro alla stregua di una mammoletta! Era una realtà dura che i bambini imparavano presto a conoscere, come imparavano presto la dura fatica del lavoro dei campi e la solitudine delle lunghe giornate al pascolo con le pecore o le vacche. Una vita dura, vera a contatto con la natura dalla quale imparavi tutto. Ricordo, ancora, mia madre che con la vanga, dissodava il nostro orto piantando, poi,  ogni sorta di ortaggi in spiazzi perfettamente geometrici, qui i pomodori, là l’insalata,più in là le zucchine, fagioli, piselli. Un orto in divenire, che nei mesi futuri sarebbe stato il suo vanto, insieme a fiori di ogni genere che crescevano, chissà per quale sua dote segreta, rigogliosi e lussureggianti davanti casa. Ogni anno mia madre voleva una foto tra i suoi fiori. Adesso quando le guardo muoio di nostalgia per quei tempi così sereni.

Ma  il mese di aprile che volgeva alla fine e l’inizio di maggio, oltre all’andirivieni incessante delle persone che svolgevano ogni sorta di attività legate ai campi offrivano  alla nostra vista uno  splendore di cieli azzurri e ciliegi fioriti,e,  in quelle mattine così cristalline nel silenzio profondo, verso le 10, ( chissà perchè io ricordo come ciò accadesse sempre verso le 10,00 e ricordo sempre un silenzio profondo) se tendevi l’orecchio a suoni lontani, potevi avere il  piacere di udire una suono ritmato e ovattato che ti arrivava a tratti, “ Cucù… cucù … cucù!” il canto del cuculo!

Per anni non l’ho più sentito e ne ho avuto dispiacere. Avevo detto addio al cuculo pensando che, come molti altri uccelli, fosse stato scacciato dalle cornacchie e dalle gazze che ormai hanno preso il sopravvento su molte specie di uccelli nella nostra zona. Ma l’altra domenica, davanti a casa mia, a Santa Anatolia, verso le 10,00 del mattino ho sentito lontano  lontano  un “ Cucù…..cucù…. cucù!” Si può essere felici per il canto di un cuculo? Si, si può. Io lo sono stata e spero di sentirlo ancora per molto tempo!

Tutto questo non è che mi dia un grande aggancio per la prossima ricetta che vi voglio propinare. Ho pensato di illustrarvi la ricetta delle tisichelle che mia madre e le altre madri, ovviamente, facevano e fanno, sempre per le feste o quando ne avevano voglia ed, adesso,  vado a comunicarvela con grande piacere.

Le tisichelle, a dispetto del loro nome e del loro aspetto da “Tisiche”, sono una delle cose che tutti amano mangiare per il loro gusto friabile e discreto, poco dolce,  ma che proprio per questo, proprio come le ciliegie che una tira l’altra,  se non smetti, in meno che non si dica, ne hai mangiate tante che sono belle e finite!

Ecco la ricetta:

6 uova – 1 bicchiere di zucchero – 1 bicchiere di olio extravergine di oliva –1 pizzico di sale – farina quanto basta per un impasto che deve risultare molto elastico, non duro.

Si impastano tutti gli ingredienti finchè non si ottiene una palla liscia e soda Si lascia riposare l’impasto per un’ora coperto, poi si prende e si formano delle ciambelle sottili,  lunghe  e strette (credo che ci siano delle misure precise di come debbano essere fatte, ma io le ho fatte di circa 8 cm di lato).

Nel frattempo si è messo a bolire un pentolone con l’acqua. Quando l’acqua bolle si buttano dentro le ciambelle un po’ per volta, quando  tornano a galla si tirano fuori con una schiumarola e si mettono a scolare su di un canovaccio. Finita questa operazione si prendono una per una e si incidono con un coltello torno torno per tutto il perimetro, si sistemano poi in una teglia e si cuociono nel forno già caldo (180°) avendo cura di non farle bruciare troppo, si tolgono quando hanno assunto un bel colore dorato.

Devo confessarvi che non sono una grande esperta di tisichelle, comunque vi invito a provare, le mie sono riuscite un po’ bruttine ma squisite. Buon appetito!

Fiori di mandorlo, Pasqua e i “fiauni”

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Con il passare dei giorni l’aria si faceva sempre più mite. Marzo passava in un lampo, giorni pieni di sole e cieli azzurri ma anche improvvisi ritorni di freddo con qualche nevicata.
In questo caso sentivi un coro di spicciola saggezza popolare: “ E commà, tantu duresse la mala vicina quanto dura la neve marzolina!” per dire che la neve di marzo durava molto poco. Ma, a quei tempi, ciò non era molto frequente, se lo fosse stato sarebbe stata una vera calamità.
Erano i tempi in cui ancora si contava sulla raccolta delle mandorle. I colli e le valli che circondano Santa Anatolia, erano piene di mandorleti, oggi quasi tutti secchi e moribondi. Perciò, a marzo, si aveva una esplosione spettacolare di mandorli fioriti dalle varie tonalità, dal bianco candido al rosa tenue a seconda della qualità. Era una meraviglia! Ancora oggi ne sopravvivono molti esemplari, rinsecchiti, contorti, sofferenti, ma che sfidano il tempo regalandoci fioriture sbilenche, sempre suggestive.
Che meraviglia il turbinare di bianchi petali ad ogni soffio di vento! Gli alberi scossi da refoli o a volte da vere raffiche di vento, lasciavano volare, nel cielo terso, milioni di piccole farfalline bianche, che dopo aver volteggiato nell’aria, si posavano sul terreno formando veri tappeti profumati e soffici. Sui rami rimanevano minuscoli frutti verdi circondati da stami, che noi bimbi non vedevamo l’ora crescessero per poterli mangiare!
“Le mandulicchie!” una vera squisitezza! Le mangiavamo finché erano morbide e con il nocciolo acquoso all’interno. Poi le mangiavamo ancora quando erano quasi mature. Le schiacciavamo con i sassi sporcandoci di verde tutte le mani, ma che dolcezza quel seme ancora fresco! Poi le mangiavamo secche e a forma di amaretti o serpentone. Insomma, adesso che ci penso, le mangiavamo sempre!
Le mandorle facevano parte di quei prodotti coltivati che davano ricchezza a chi le coltivava. Adesso con il clima così capriccioso, a quella altitudine, sarebbe un azzardo contare su quella fonte di reddito. Le gelate tardive, anche a maggio a volte, non danno garanzia di successo, chiunque le coltivasse, potrebbe ritrovarsi con nessun raccolto per anni di seguito, questo vale anche per altri tipi di frutti.
Ma Marzo finiva, la Quaresima ci avvicinava alla Pasqua e noi bimbi imparavamo la poesia che era sempre piena di campane festose, pecorelle e rondinelle.
Eh le rondini! Quante rondini! Garrule rondini sfreccianti nell’azzurro del cielo! Chissà perché le aspettavamo sempre il 21 di marzo! “San Benedetto la rondine sotto al tetto”! Ci credevamo e guardavamo il cielo in attesa. Naturalmente non arrivavano quasi mai, era troppo presto. Arrivavano più tardi ed allora era veramente primavera!
E così in men che non si dica era già aprile. Aprile, mi ricordo quella spossatezza languida dopo una giornata per i prati a correre e saltare. Senza più maglioni pesanti ci sentivamo leggeri, ma i vecchi ci ammonivano “ A zione, aprile non ti scoprire!”.
Aprile era ed è, il mese della Santa Pasqua.
Come per il Natale c’erano tutta una serie di riti da rispettare. Io neanche li ricordo più tutti. Mi ricordo che mia madre, questa volta solo lei, si alzava molto presto la mattina per andare in Chiesa dove si celebravano riti particolari. Ricordo solo che, in uno di essi, si dovevano battere dei bastoni sui banchi per ricordare le percosse ricevute da Cristo durante la sua passione. Ma è un ricordo molto vago.
Ricordo una canzone che mia madre cantava durante questo periodo, una canzone che parlava di Gesù morente sulla Croce e della Madonna sua Madre che lo guardava morire impotente.
Era una canzone che mia madre, partecipe del dramma, cantava con voce morbida ma accorata e dove Gesù, assetato ed in agonia, diceva a sua Madre: “ O mamma, mamma già che sei venuta, almeno ‘na goccia d’acqua me fussi portata……..” e la Madonna rispondeva: “ O figlio, figlio……” ma purtroppo non ricordo più cosa rispondesse. Ricordo solo che mia madre cantava mentre lavava i panni nella bagnarola di zinco ed io, seduta, la guardavo ed immaginando il grande dolore di Gesù, ma soprattutto la sua sete ed il fatto che la mamma non avesse acqua per lui, piangevo silenziosamente con calde e grosse lacrime che mi scorrevano sulle guance e mi arrivano in bocca copiose e salate.
Durante la settimana Santa tutto era improntato alla tristezza. Tutti dovevamo essere molto seri, anche la radio trasmetteva solo musica classica, dal giovedì al sabato Santo dopo la Resurrezione di Cristo.
In Chiesa dal giovedì Santo, giorno in cui Gesù moriva, si visitava il sepolcro. Una bianca urna con finiture dorate, era posta sull’altare di una delle cappelline laterali, adorna con candele e vasi di germogli di grano bianco, più vari paramenti luttuosi.
La chiesa rimaneva aperta giorno e notte ed era un continuo andirivieni di persone che contrite, pregavano in silenzio.
Ai piedi dell’altare c’era un Crocifisso ligneo con Gesù morto, ed in segno di penitenza, si facevano “Le strascinarelle” che consistevano nel percorrere in ginocchio tutta la navata della chiesa, dall’ingresso fino a Gesù morto. Si camminava sulle ginocchia pregando e, più percorsi facevi, più acquistavi meriti agli occhi di Dio. Chissà perché io non sono mai riuscita molto a stare in ginocchio, neanche adesso se devo inginocchiarmi in Chiesa soffro di dolori tremendi alle rotule, perciò di strascinarelle ne ho fatte ben poche! Ma ricordo però di averle fatte su un pavimento pieno di sassolini e fango, ricordo soprattutto il dolore, ma in tutto non devo averne fatte più di due.
Era persino proibito suonare le campane delle chiese, le campane erano, metaforicamente, “legate”. Per avvertire la popolazione che le funzioni o la messa stavano per iniziare, alcuni ragazzi giravano il paese con la “trappola”.
La trappola era una tavola fatta proprio come una trappola per topi ma più grande, con la parte metallica libera che, sbattuta con forza sul legno della base, produceva tanto fracasso da svegliare anche i dormienti più duri.
Anche per la messa di mezzanotte la popolazione veniva chiamata per mezzo della trappola. Mezzi assonnati venivamo di colpo svegliati da questo frastuono e ci preparavamo per andare in chiesa.
Sul sagrato della Chiesa ardeva già da un po’ il Fuoco Santo. Un grande falò con il quale il prete, dopo aver benedetto il fuoco, accendeva il Cero Pasquale.
Ci scaldavamo intorno ad fuoco (ricordo il calore intenso delle braci sulla faccia e sulle mani, le persone che nel buio della notte risplendevano della calda luce arancione delle fiamme e la schiena invece gelata dal vento notturno), poi entravamo in chiesa. Appena Gesù risorgeva, le campane si “slegavano” e cominciavano a suonare a festa, mentre la congregazione tutta, intonava il “ Gloria” a gran voce.
Poi, usciti dalla chiesa, dopo i saluti e gli auguri di rito, le mamme o i papà, ma più le mamme, prelevavano un tizzone ardente dal Fuoco Santo e lo portavano a casa per accendere il camino, che, in teoria, sarebbe rimasto acceso per un anno intero, poiché non si lasciava mai che il fuoco morisse del tutto.
La mattina di Pasqua era d’obbligo mangiare la frittata con la mentuccia, mentuccia rigorosamente cercata nei prati, tenera e profumata.
Naturalmente anche per Pasqua si ripeteva la trafila dei forni come per Natale e si preparavano chili di dolci da sfamare un esercito. Per settimane si aveva la cucina in fermento e le mamme con le mani in pasta dalla mattina alla sera, si preparavano sempre gli amaretti, le tisichelle ecc.
Ma il dolce pasquale per eccellenza, a Santa Anatolia, ma anche in Abruzzo in genere, sono i fiadoni o fiatoni altrimenti detti in santanatoliese i fiauni.
“I FIAUNI”.
Anche in questo caso la ricetta santanatoliese differisce dalle altre per alcuni ingredienti peculiari che si usano solo da noi come la cannella e l’uvetta.
Ieri io li ho fatti e devo dire che mi sono venuti una meraviglia! E dire che era la mia prima volta!
INGREDIENTI E DOSAGGIO
Per la pasta
400 Gr di farina e 4 uova
Per il ripieno
3 etti di parmigiano grattugiato
1 etto di pecorino grattugiato
4 uova
Una manciata di uva passa
1 cucchiaino di cannella macinata al momento
Impastare la farina con le uova – stendere una sfoglia sottile
Mettere tutti gli ingredienti del ripieno in una ciotola – amalgamare ben bene con l’uvetta e la cannella. Il ripieno deve essere morbido ma non troppo liquido ne troppo secco.
Procedere poi mettendo piccole quantità di ripieno sulla sfoglia e formare dei bauletti a forma di raviolo, che prima di essere infornati dovranno essere spennellati con l’uovo sbattuto (solo il rosso). Metterli in una teglia e infornare a 180° con forno già caldo.
Sfornare quando avranno preso un bel colore dorato.
Essi sono una meraviglia dove, il salato del formaggio ed il dolce dell’uvetta, se sapientemente dosati, si sposano meravigliosamente tra loro, dando vita ad un connubio sublime. La presenza della cannella deve solo intuirsi, mai deve prendere il sopravvento, la stessa cosa dicasi per il pecorino, non deve sovrastare il gusto del parmigiano ma solo renderlo più piccante.
Non so se mia madre adesso sia in grado di vedermi. Al ritorno dal forno di Pasqua, io mi mettevo vicino a lei e le rubavo sempre qualche “fiaone” caldo e tutti i rotondini solidificati e croccanti del ripieno fuoriuscito da essi. Che bontà, mamma! Adesso, per la prima volta l’ho fatti da sola come vorrei che tu potessi assaggiarli sono quasi come i tuoi!

Marzo, i ravioloni e la Quaresima

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Verso la fine di febbraio, inizio marzo, anche il carnevale passava. Finivano tutti  i suoi riti pagani, le frappe, la pizza sfogliata, gli scherzi e i giochi. Un gioco, mio padre amava fare ogni anno, in attesa che la pizza sfogliata cuocesse sotto la brace, un gioco che noi chiamavamo “ncarnaove”. Un gioco, a mio avviso, abbastanza pericoloso, perché, ciascuno di noi, bendato e con un grosso coltello in mano (quello del pane che in dialetto chiamavamo “ la cortella”), doveva colpire un uovo sodo, sbucciato e posto sul tavolo e dopo che nostro padre ci aveva fatto fare tre o quattro giri su noi stessi, facendoci perdere il senso dell’orientamento. Per fortuna, ogni volta, per evitare guai, papà ci metteva nella direzione giusta e poi, quasi guidava la nostra mano fino all’uovo. La ricompensa consisteva nel fatto che, chi colpiva l’uovo nel centro spaccandolo in due, vinceva il gioco e mangiava l’uovo! Ricordo anche una zucca intagliata come un teschio, posta all’angolo del nostro orto all’imbrunire, con una candela accesa all’interno, esattamente come quelle di Halloween, ma molto prima che sentissimo parlare di questa festa anglosassone. Erano giorni allegri, poi, dopo che il prete, la mattina del mercoledì delle ceneri, ci aveva impolverato la testa con un po’ di cenere e ci aveva ricordato  che polvere eravamo e che polvere saremmo ridiventati, al monito di: “ Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris”, dopo che contriti e con l’anima mondata da ogni peccato, avevamo ricevuto debitamente l’Eucarestia, liberi e leggeri come uccellini, svolazzavamo fuori dalla Chiesa ed iniziavala Quaresima! La Quaresima, quaranta giorni prima della morte di Cristo, era ed è, il periodo che ricorda i quaranta giorni di Gesù nel deserto, durante i quali aveva digiunato in solitudine, era, perciò un periodo in cui tutte la manifestazioni gioiose erano sospese, dovendo ricordare tale avvenimento. Non ci si sposava per esempio, erano proibite feste di ogni tipo (almeno ufficialmente, perché noi bambini già al secondo giorno non ci pensavamo più) . Più che mai era proibito mangiare la carne il venerdì, ed altre cose di questo genere, legate al fatto di come  tale periodo, fosse un periodo in cui bisognasse essere probi e connessi col divino. Ricordo una cosa legata a tale ricorrenza, una cosa che ho avuto modo di osservare anche qualche tempo fa  e che credo si usi ancora da qualche parte. All’inizio della Quaresima, quasi in ogni famiglia, si preparavano dei vasi seminati con grano e si mettevano, poi, in un luogo buio a germinare. Alla fine dei quaranta giorni, infine, questi vasi con i germogli ormai cresciuti dritti come fusi, bianchissimi per mancanza di luce, si ponevano davanti al sepolcro di Cristo, durante i tre giorni fatidici, dal Giovedì Santo pomeriggio, giorno in cui Gesù moriva, fino  alla notte del Sabato Santo, quando resuscitava. I germogli rappresentavano appunto la Resurrezione.

Ma questo periodo, sebbene legato a queste serie ricorrenze, era il periodo in cui la natura si risvegliava. La neve si era finalmente sciolta ed il sole era tornato splendere su una natura ancora addormentata, ma che qua e là  già mostrava segni di una rinascita imminente. Gli alberi di mandorlo avevano gemme gonfie e turgide, i campi arati, emanavano sottili volute di vapore e il grano germogliato in autunno e che aveva lungamente dormito sotto la neve, si rinverdiva di nuova linfa. Un venticello leggero e profumato spingeva soffici nubi nel cielo terso e  le greggi, finalmente, non più costrette nelle stalle, belavano di nuovo al tramonto tornando verso gli ovili. Se adesso ci metto anche qualche garrulo volo di rondine il tutto apparirà troppo lirico ed edulcorato, ma non è proprio così l’inizio della primavera? Almeno per gli animi romantici!

Noi bambini correvamo nei prati dove l’erba iniziava a spuntare sotto quella secca e bruciata dal gelo. Cercavamo, invano, le prime timide violette sotto i cespugli che conservavano ancora rimasugli di neve cristallizzata, ma, ancora troppo presto! E poi, un giorno, ci accorgevamo che nei campi sodi, non ancora seminati, erano nati una profusione di fiori gialli e timidi: i bottoni d’oro! Erano i primi a spuntare! Migliaia di fiori gialli nella terra ancora brulla. Ne facevamo dei gran mazzi che portavamo a casa e che morivano subito. Ma che gioia, che meraviglia! La primavera era proprio arrivata!Ma quello che aspettavamo era veder spuntare le prime viole. Era quasi una gara a chi le trovava prima! Il nostro campo di ricerca era “abballe agli Quadri”, era il posto più assolato. Lasciavamo la via della Madonna Addolorata per ultima poiché era “all’appacina”  i Quadri invece, con la via fiancheggiata da siepi di biancospino, che conduceva verso “ U Coremanu”, era il posto dove spuntavano per prime. Ce n’erano di due colori, quelle esposte al sole erano di un violetto chiaro, quelle più nascoste e più difficili da raggiungere, di un violette scuro, naturalmente le più ambite! Era il periodo in cui, dopo la scuola, ebbri di sole, scorazzavamo finalmente nelle campagne liberi senza che nessuno ci limitasse o ci obbligasse a rimanere in casa. Erano i pomeriggi in cui, nel sole che ci abbronzava il viso, disegnavamo dei gran cerchi nella terra ancora bagnata per giocare a “Mondo” o alle “Città” a “Campana” oppure a “Palline” .

Ricordo che un giorno il nostro maestro di quarta elementare, Maestro Candido, ci aveva dato da studiare una poesia che iniziava così: “nei boschi da sera a mattina….”. La mia amica Paola era una campionessa del gioco delle biglie, palline in dialetto. Paola fu interrogata sulla poesia, della quale, non avendola studiata, ricordava solo le prime parole che ripeteva incerta, in continuazione ,bloccandosi ogni volta e guardandosi intorno in cerca d’aiuto: “nei boschi da sera a mattina………..” e non andava avanti. Così il maestro, perfido, finì per lei : “ nei boschi da sera a mattina, Paola Spera gioca a pallina!” non vi dico le sghignazzate!! Beh, comunque tutti giochi perduti! Come perduto sembra essere il gioco della “Tizza”, detto in italiano “Lippa”. Gioco che i bambini di oggi non conoscono e che era il terrore delle mamme. Questo gioco, si giocava, scavando due piccole buche distanziate di qualche metro l’una dall’altra, si usavano  due mazze, una per ogni squadra, con queste mazze si doveva colpire  un bastoncino al volo, e, se questo bastoncino ti colpiva in viso, come qualche volta accadeva,  poteva farti molto male. Capitava che in tutta questa rinascita, col sole che metteva allegria, con le giornate più lunghe e con la speranza di chissà che cosa dovesse accadere di bello di li a poco, chiedessimo a nostra madre qualcosa di speciale:

“ Ma’ facci i ravioi!” E mamma ce li faceva!

Eh, mamma, oggi l’ho fatti anch’io! Ma per dirla con papà “quij de mamma eranu più boni!”

Ecco qua, fateli anche voi e buon appetito!

Ingredienti x 4 persone (visto che sono grandi 2 ravioli a testa bastano)

Per la pasta: 300 grammi di farina e 3 uova

Per il ripieno :500 grammi di ricotta di pecora – 1 uovo – poco zucchero – cannella pestata nel mortaio 1 cucchiaino- poco sale – poco parmigiano (2 cucchiai) oppure anche senza – prezzemolo un ciuffetto.Unire tutti gli ingrediente del ripieno in una ciotola lasciare riposare per qualche minuto Nel frattempo fare una sfoglia sottile con la farina e le tre uova. Procedere poi come per i ravioli normali solo facendoli molto grandi “giganti” Condire poi con un sugo leggero di pomodoro fresco appena scottato, o, come più vi piace. Mi raccomando la cannella! Che sia pestata al momento e non quella in polvere! Lo zucchero, poco, serve per stemperare l’acidità della ricotta. Nel sugo di pomodoro mettete anche un po’ di peperoncino esalterà il gusto dell’insieme. Peperoncino e cannella!! Non suona molto esotico?!!

 

 

 

 

 

I riti di febbraio

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“Agli du la candelora
Agli tre Santu Biasola
Agli quattre la magnarella
Agli cinque Sant’Agata bella!

Ed ecco febbraio con i suoi riti.
Il 2 la Candelora, ci si alzava presto, fuori era ancora buio, i vetri delle finestre delle camere da letto, dove i fiati caldi dei dormienti si condensavano, erano ricamati da trine di ghiaccio geometricamente perfette e complicate.
All’aperto, l’aria gelida, trasformava i respiri in nuvole leggere, ma noi tutti, grandi e piccoli, andavamo in chiesa a prendere le candeline lunghe e sottili, che poi conservavamo nei cassetti religiosamente, per mesi, finche non si spezzettavano a forza di toccarle e, poi, chissà che fine facevano.
Il giorno dopo, il 3, era la ricorrenza di San Biagio e si replicava. Sveglia alle 6, di corsa in chiesa dove ci stringevamo gli uni agli altri ancora assonnati e congelati, le mani infilate nelle tasche dei cappotti e le teste avvolte in strati di lana che scostavamo solo per scoprire la gola che, Don Giovanni, ci ungeva con l’olio Santo, poiché San Biagio, come è noto, è il protettore di tutte le malattie della gola.
Il 4 la “magnarella”. Era un rito, quest’ultimo, che in realtà non ho mai visto fare a casa mia, ma nelle case di qualche mia amichetta. Si prendevano tutti i cereali e tutti i legumi che si avevano in casa e si mettevano a bollire in una pignatta di coccio vicino al fuoco, grano, orzo, granturco,ceci, cicerchie, lenticchie, fagioli, tutti insieme, si condivano e si mangiavano durante tutto il giorno. Una cosa simile si fa ancora oggi nella Marsica, la notte del 17 gennaio, Sant’Antonio, si fanno bollire pentoloni di questo miscuglio e le case rimangono aperte tutta la notte per tutti coloro che vogliono approfittare di tale leccornia.
Il 5 era ed è la ricorrenza di Santa Agata, in questo giorno non si faceva nulla di particolare, la citazione serviva solo per la rima, credo!
Ma febbraio era ancora un mese completamente invernale. Le stagioni, allora, erano per così dire normali. Faceva freddo in inverno e caldo in estate. Le primavere erano bellissime e colorate, gli autunni tristi e malinconici. Queste erano le stagioni.
I contadini potevano fare affidamento su tali certezze: si sarebbe falciato il fieno a maggio, si sarebbe mietuto alla fine di giugno, si sarebbe raccolto il mais ad agosto, le mandorle e le noci a settembre ottobre e cosi via.
Adesso capita che faccia caldo a gennaio e che il 1° di luglio ci siano 4 gradi centigradi, come è successo.
Tutto è sconvolto. La neve di quest’anno, assolutamente incredibile! Soprattutto dopo anni in cui ci eravamo abituati alla sua quasi assenza.
A memoria d’uomo, solo nel 1956 ci fu una nevicata simile, sempre in febbraio. Nella mia famiglia, sono diventati leggendari, i due bellissimi ciliegi che erano nel nostro orto e che dovettero essere abbattuti per ricavarne legna da ardere. La neve, comunque, c’era sempre. Era neve consolidata, neve gelata e poi rigelata, neve che si scioglieva solo a marzo, neve sporca, contaminata da sterco di animali, rifiuti, fango. Le strade allora non erano asfaltate, lo sono a malapena adesso, per cui la neve che si scioglieva, creava pantani di acqua sporca e fango che la notte gelavano, creando lamine di ghiaccio spesse che erano il divertimento dei bambini, i quali con i grossi scarponi, che avevamo tutti in dotazione, ci saltavano sopra finchè non si sfondavano e si sguazzava allegramente nelle pozzanghere.
Dai tetti gocciolava la neve che di giorno si scioglieva e che al mattino, solidificata dalla bassa temperatura della notte, formava ghirlande di ghiaccioli acuminati, che pendevano dalla grondaie come spade pronte a trafiggere lo sventurato che ci capitava sotto.
“ Attente! Non passà sotte alle runziane!” ci dicevano le nostre madri, ma chi le ascoltava! Saltavamo o ci arrampicavamo per raggiungere uno di quei ghiaccioli che poi succhiavamo con gusto!
Ma febbraio era il mese del carnevale ed in quelle sere, che si andavano allungando sempre più, potevi vedere orde di bambini e ragazzi, mascherati con cenci vecchi e con volti anneriti dal carbone, che brandivano un lungo spiedo di legno. Dietro di loro un codazzo di altri bambini li seguivano con campanacci rubati nelle stalle. I”Mascari” bussavano di porta in porta al grido di “Ciccia, ciccia!” mostrando lo spiedo.
Le donne che aprivano la porta, ridevano cercando di riconoscere la persona mascherata e, dopo aver esclamato con buonumore “ u sciccisu! chi si?!” davano ciò che avevano a disposizione: uova, farina, un pezzo di salsiccia, un pezzo di ventresca, che le maschere mettevano nelle bisacce, felici.
Tornati a casa questi “mascari” davano alle loro madri ciò che avevano racimolato e, con quei semplici ingredienti, le brave donne facevano la cosa più buona e lussuriosa che io abbia mai mangiato in vita mia : la pizza sfogliata!
Quella sfoglia sottile, fragrante, croccante, ripiena di salsiccia, ventresca pepe, zucchero e cannella usciva da sotto il coppo ricoperto di brace, sfrigolando nel suo grasso e sprigionando un profumo che si spandeva per tutta la casa, attraversava la porta e profumava il circondario.
Un capolavoro dorato, arrotolato su sé stesso, gonfio e lussurioso. Un piacere completo che soddisfaceva tutti e cinque i sensi e ti lasciava soddisfatto, sazio e felice!
Si può dire che essa sia l’essenza stessa del Carnevale: grassa, sontuosa, ricca ed assolutamente al di fuori di qualsiasi regola di buon senso, vista la notevole quantità di calorie. Ma d’altronde dopo c’era il pentimento con le Sacre Ceneri e la Quaresima con il digiuno, che rimetteva tutto a posto!
Gli ingredienti sono quelli che ho citato:
Per la sfoglia
400 gr di farina – 4 uova
Ripieno
Io faccio ad occhio, non peso le quantità, il ripieno non deve essere misero in ogni caso
Salsiccia, pancetta, mozzarella, olio sale, pepe, zucchero e cannella
Procedimento
Si tira una sfoglia sottilissima, si cosparge la sfoglia con un misto di pepe nero, poco zucchero, cannella macinata finissima (meglio pestata nel mortaio) olio e un po’ di sale, poi si distribuisce la salsiccia (meglio se precedentemente fatta cuocere velocemente in una padella per eliminare il grasso in eccesso) pancetta tagliata finissima a pezzetti e mozzarella sbriciolata.
Si arrotola, poi, la sfoglia su se stessa come un sigaro gigantesco e poi si riarrotola come un serpente dormiente.
Si inforna a 180° finchè non è bella dorata e croccante.
D’obbliogo un buon vino rosso corposo!
Ad onore del vero devo però dire che questa è una versione moderna.
Quella originale prevedeva salsiccia secca e pancetta stagionata (poiché il maiale si ammazzava due mesi prima circa, a febbraio sia le salsicce che la ventresca erano belle asciutte) non c’era la mozzarella perché all’epoca, dalle nostre parti, era sconosciuta.
C’era invece la cannella che è l’ingrediente anche dei ravioli di ricotta giganti di Santa Anatolia, dei quali parlerò prossimamente.
Questo ingrediente, la cannella, così particolare e che io adoro, è presente in molte delle nostre ricette, dà perciò, ragione a chi, chiamandoci “ zingari”, mette l’accento sulla nostra provenienza che si dice sia orientale.
Adesso chiunque può sbizzarrirsi usando gli ingredienti più diversi, io ne faccio una versione con broccoli romani e salsiccia che è una vera bontà! (senza cannella ovvio!)
Devo dire che la pizza sfogliata la fanno anche a Torano dove la chiamano “Pizza abbotata” a Corvaro ed in altri posti del Cicolano, nessuno di loro usa la cannella.
Ma la vera, unica, insostituibile Pizza Sfogliata (oppure abburritata che dir si voglia) senza voler peccare di campanilismo, è la nostra!
Nel corso degli anni, ogni volta che ho voluto risentire il calore di quei momenti, ho fatto una pizza sfogliata, ma non so perché, il gusto, lontano da casa, sebbene uguale, aveva sempre un fondo come d’amaro!