Aprile, il cuculo e le tisichelle

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Il tempo, questo implacabile, silenzioso tessitore che, lentamente ma inesorabilmente, ricama le nostre storie  in rotoli  di tessuto fittamente e finemente disegnato, questo pittore pieno di talento che dipinge tele su tele con le nostre esistenze , relegandole in cantine oscure, questo scrittore,che scrive libri su libri con caratteri minutissimi, riempiendo biblioteche perdute in palazzi dimenticati, il tempo, che, come un fiume placido scorre silenzioso e tutto trascina con sé, ci travolge e lascia tracce visibili sui volti, nei corpi, nelle anime. Il tempo,dicevo,  porta via, piano piano tutti i giorni, i mesi, gli anni, le feste, le gioie i dolori delle nostre vite.

Io adesso devo visitare tutte quegli angoli nascosti, devo srotolare tutti quei rotoli di tela ,visitare tutte quelle pinacoteche e rileggere tutti quei libri, per tornare indietro a quei mesi di aprile sonnolenti della mia infanzia. Quei mesi di aprile dove gli orti, i prati, i ruscelli e le montagne , lentamente cambiavano sotto i nostri occhi di bimbi e ci regalavano giornate in cui l’unica occupazione era essere totalmente liberi senza obblighi o costrizioni, dove l’unica nostra preoccupazione  era rotolarsi nell’erba alta dei prati, tra gialli ranuncoli più alti di noi e trovare un gioco che ci facesse essere tutto ciò che volevamo. Non c’era limite alla fantasia. Mi ricordo, adesso, di un gioco che, per un  poco , ci faceva sentire come pirati sbarcati in un’isola deserta.  Recuperavamo ogni pezzetto di carta colorata, argentata e dorata che trovavamo e ne facevamo pezzetti piccoli. Poi, trovavamo un pezzo di vetro, possibilmente non colorato e  cercavamo un posto lontano, di solito sotto un cespuglio, scavavamo leggermente e facevamo uno strato di pezzetti di carta colorata, mettevamo sopra il pezzo di vetro, pressando per bene e, poi,  ricoprivamo tutto con la terra. Quello era il nostro tesoro sepolto. A distanza di mesi andavamo a riscavare dove lo avevamo sepolto ed era sempre una gioia ritrovare il nostro tesoro esattamente dove pensavamo che fosse. Qualcuno di questi tesori deve essere ancora sepolto lungo la via della Madonna Addolorata, perchè ogni tanto  ci dimenticavamo dove l’avevamo nascosto.

Ma la vita in campagna non era sempre così idilliaca. C’era, purtroppo, chi,  in questi mesi, si dedicava ad una attività così crudele che difficilmente riusciremmo a capirla  adesso, perlomeno lo spero. Molti dei ragazzi maschi andavano a caccia di nidi. Quanti nidi di cardellini, verdoni ed altro sono stati distrutti!

Ricordo una volta un mio amico, che ora non c’è più, aveva trovato dei piccoli verdoni in un nido sull’olmo sotto casa mia. Erano così piccoli che ancora non avevano “spoppato” gli occhi!  Così li aveva presi ma, visto che non erano ancora svezzati ed avevano bisogno della madre, aveva preso il nido e lo aveva messo in una gabbia sull’olmo.La madre dei piccoli andava a portare loro da mangiare attraverso le sbarre della gabbia, li “rimpizziava” come si dice da noi.Quando il mio amico tornò per controllare come stessero i piccoli uccellini, ebbe una sgradita sorpresa. Una serpe era entrata attraverso le sbarre ed aveva ingoiato i passerottini rimanendo intrappolata per colpa del lauto pasto.Non vado oltre nel racconto perchè potete immaginare che fine abbia fatto  la serpe e che crudele spettacolo, il mio amico,  abbia offerto  al suo inorridito pubblico.

Noi assistevamo a tutto questo come a qualcosa di inevitabile. Ammazzare le serpi era bene, prendere i nidi degli uccellini era fico, acquistavi punti agli occhi dei tuoi amici. Ammazzare uccellini con la fionda “fionne” o la “scrocca” ammazzafionda, anche questo era fico.Le “fionne “si costruivano con lo spago che dovevi intrecciare lasciando al centro un’asola, poi,  dovevi farle roterare prima di lanciare il sasso, non era cosa facile. Le “scrocche “ si facevano con una forcella di legno che si cercava accuratamente sugli alberi vicini o nei cespugli, si scortecciava e si temprava sul fuoco rendendola forte e liscia, si  aggiungevano poi due elastici, di solito pezzi di camere d’aria delle biciclette e,  un pezzetto di pelle, dove andava  posizionato il sasso da fiondare. Non di rado, invece che gli uccellini, veniva colpito qualche ignaro passante, per caso o di proposito!

La vita in campagna era così, si assisteva a scene crude,  come la nascita di agnellini in diretta, accoppiamenti di animali, bastonate ad asini e muli se non camminavano o non ubbidivano, sassate ai cani se non se ne andavano quando gli dicevi “passi via”. Tutto questo non era considerato crudele o disdicevole, era prassi comune e faceva parte della vita quotidiana,  e chi, come me,  guardava con aria inorridita e piangeva, veniva sbeffeggiato e preso in giro alla stregua di una mammoletta! Era una realtà dura che i bambini imparavano presto a conoscere, come imparavano presto la dura fatica del lavoro dei campi e la solitudine delle lunghe giornate al pascolo con le pecore o le vacche. Una vita dura, vera a contatto con la natura dalla quale imparavi tutto. Ricordo, ancora, mia madre che con la vanga, dissodava il nostro orto piantando, poi,  ogni sorta di ortaggi in spiazzi perfettamente geometrici, qui i pomodori, là l’insalata,più in là le zucchine, fagioli, piselli. Un orto in divenire, che nei mesi futuri sarebbe stato il suo vanto, insieme a fiori di ogni genere che crescevano, chissà per quale sua dote segreta, rigogliosi e lussureggianti davanti casa. Ogni anno mia madre voleva una foto tra i suoi fiori. Adesso quando le guardo muoio di nostalgia per quei tempi così sereni.

Ma  il mese di aprile che volgeva alla fine e l’inizio di maggio, oltre all’andirivieni incessante delle persone che svolgevano ogni sorta di attività legate ai campi offrivano  alla nostra vista uno  splendore di cieli azzurri e ciliegi fioriti,e,  in quelle mattine così cristalline nel silenzio profondo, verso le 10, ( chissà perchè io ricordo come ciò accadesse sempre verso le 10,00 e ricordo sempre un silenzio profondo) se tendevi l’orecchio a suoni lontani, potevi avere il  piacere di udire una suono ritmato e ovattato che ti arrivava a tratti, “ Cucù… cucù … cucù!” il canto del cuculo!

Per anni non l’ho più sentito e ne ho avuto dispiacere. Avevo detto addio al cuculo pensando che, come molti altri uccelli, fosse stato scacciato dalle cornacchie e dalle gazze che ormai hanno preso il sopravvento su molte specie di uccelli nella nostra zona. Ma l’altra domenica, davanti a casa mia, a Santa Anatolia, verso le 10,00 del mattino ho sentito lontano  lontano  un “ Cucù…..cucù…. cucù!” Si può essere felici per il canto di un cuculo? Si, si può. Io lo sono stata e spero di sentirlo ancora per molto tempo!

Tutto questo non è che mi dia un grande aggancio per la prossima ricetta che vi voglio propinare. Ho pensato di illustrarvi la ricetta delle tisichelle che mia madre e le altre madri, ovviamente, facevano e fanno, sempre per le feste o quando ne avevano voglia ed, adesso,  vado a comunicarvela con grande piacere.

Le tisichelle, a dispetto del loro nome e del loro aspetto da “Tisiche”, sono una delle cose che tutti amano mangiare per il loro gusto friabile e discreto, poco dolce,  ma che proprio per questo, proprio come le ciliegie che una tira l’altra,  se non smetti, in meno che non si dica, ne hai mangiate tante che sono belle e finite!

Ecco la ricetta:

6 uova – 1 bicchiere di zucchero – 1 bicchiere di olio extravergine di oliva –1 pizzico di sale – farina quanto basta per un impasto che deve risultare molto elastico, non duro.

Si impastano tutti gli ingredienti finchè non si ottiene una palla liscia e soda Si lascia riposare l’impasto per un’ora coperto, poi si prende e si formano delle ciambelle sottili,  lunghe  e strette (credo che ci siano delle misure precise di come debbano essere fatte, ma io le ho fatte di circa 8 cm di lato).

Nel frattempo si è messo a bolire un pentolone con l’acqua. Quando l’acqua bolle si buttano dentro le ciambelle un po’ per volta, quando  tornano a galla si tirano fuori con una schiumarola e si mettono a scolare su di un canovaccio. Finita questa operazione si prendono una per una e si incidono con un coltello torno torno per tutto il perimetro, si sistemano poi in una teglia e si cuociono nel forno già caldo (180°) avendo cura di non farle bruciare troppo, si tolgono quando hanno assunto un bel colore dorato.

Devo confessarvi che non sono una grande esperta di tisichelle, comunque vi invito a provare, le mie sono riuscite un po’ bruttine ma squisite. Buon appetito!

Fiori di mandorlo, Pasqua e i “fiauni”

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Con il passare dei giorni l’aria si faceva sempre più mite. Marzo passava in un lampo, giorni pieni di sole e cieli azzurri ma anche improvvisi ritorni di freddo con qualche nevicata.
In questo caso sentivi un coro di spicciola saggezza popolare: “ E commà, tantu duresse la mala vicina quanto dura la neve marzolina!” per dire che la neve di marzo durava molto poco. Ma, a quei tempi, ciò non era molto frequente, se lo fosse stato sarebbe stata una vera calamità.
Erano i tempi in cui ancora si contava sulla raccolta delle mandorle. I colli e le valli che circondano Santa Anatolia, erano piene di mandorleti, oggi quasi tutti secchi e moribondi. Perciò, a marzo, si aveva una esplosione spettacolare di mandorli fioriti dalle varie tonalità, dal bianco candido al rosa tenue a seconda della qualità. Era una meraviglia! Ancora oggi ne sopravvivono molti esemplari, rinsecchiti, contorti, sofferenti, ma che sfidano il tempo regalandoci fioriture sbilenche, sempre suggestive.
Che meraviglia il turbinare di bianchi petali ad ogni soffio di vento! Gli alberi scossi da refoli o a volte da vere raffiche di vento, lasciavano volare, nel cielo terso, milioni di piccole farfalline bianche, che dopo aver volteggiato nell’aria, si posavano sul terreno formando veri tappeti profumati e soffici. Sui rami rimanevano minuscoli frutti verdi circondati da stami, che noi bimbi non vedevamo l’ora crescessero per poterli mangiare!
“Le mandulicchie!” una vera squisitezza! Le mangiavamo finché erano morbide e con il nocciolo acquoso all’interno. Poi le mangiavamo ancora quando erano quasi mature. Le schiacciavamo con i sassi sporcandoci di verde tutte le mani, ma che dolcezza quel seme ancora fresco! Poi le mangiavamo secche e a forma di amaretti o serpentone. Insomma, adesso che ci penso, le mangiavamo sempre!
Le mandorle facevano parte di quei prodotti coltivati che davano ricchezza a chi le coltivava. Adesso con il clima così capriccioso, a quella altitudine, sarebbe un azzardo contare su quella fonte di reddito. Le gelate tardive, anche a maggio a volte, non danno garanzia di successo, chiunque le coltivasse, potrebbe ritrovarsi con nessun raccolto per anni di seguito, questo vale anche per altri tipi di frutti.
Ma Marzo finiva, la Quaresima ci avvicinava alla Pasqua e noi bimbi imparavamo la poesia che era sempre piena di campane festose, pecorelle e rondinelle.
Eh le rondini! Quante rondini! Garrule rondini sfreccianti nell’azzurro del cielo! Chissà perché le aspettavamo sempre il 21 di marzo! “San Benedetto la rondine sotto al tetto”! Ci credevamo e guardavamo il cielo in attesa. Naturalmente non arrivavano quasi mai, era troppo presto. Arrivavano più tardi ed allora era veramente primavera!
E così in men che non si dica era già aprile. Aprile, mi ricordo quella spossatezza languida dopo una giornata per i prati a correre e saltare. Senza più maglioni pesanti ci sentivamo leggeri, ma i vecchi ci ammonivano “ A zione, aprile non ti scoprire!”.
Aprile era ed è, il mese della Santa Pasqua.
Come per il Natale c’erano tutta una serie di riti da rispettare. Io neanche li ricordo più tutti. Mi ricordo che mia madre, questa volta solo lei, si alzava molto presto la mattina per andare in Chiesa dove si celebravano riti particolari. Ricordo solo che, in uno di essi, si dovevano battere dei bastoni sui banchi per ricordare le percosse ricevute da Cristo durante la sua passione. Ma è un ricordo molto vago.
Ricordo una canzone che mia madre cantava durante questo periodo, una canzone che parlava di Gesù morente sulla Croce e della Madonna sua Madre che lo guardava morire impotente.
Era una canzone che mia madre, partecipe del dramma, cantava con voce morbida ma accorata e dove Gesù, assetato ed in agonia, diceva a sua Madre: “ O mamma, mamma già che sei venuta, almeno ‘na goccia d’acqua me fussi portata……..” e la Madonna rispondeva: “ O figlio, figlio……” ma purtroppo non ricordo più cosa rispondesse. Ricordo solo che mia madre cantava mentre lavava i panni nella bagnarola di zinco ed io, seduta, la guardavo ed immaginando il grande dolore di Gesù, ma soprattutto la sua sete ed il fatto che la mamma non avesse acqua per lui, piangevo silenziosamente con calde e grosse lacrime che mi scorrevano sulle guance e mi arrivano in bocca copiose e salate.
Durante la settimana Santa tutto era improntato alla tristezza. Tutti dovevamo essere molto seri, anche la radio trasmetteva solo musica classica, dal giovedì al sabato Santo dopo la Resurrezione di Cristo.
In Chiesa dal giovedì Santo, giorno in cui Gesù moriva, si visitava il sepolcro. Una bianca urna con finiture dorate, era posta sull’altare di una delle cappelline laterali, adorna con candele e vasi di germogli di grano bianco, più vari paramenti luttuosi.
La chiesa rimaneva aperta giorno e notte ed era un continuo andirivieni di persone che contrite, pregavano in silenzio.
Ai piedi dell’altare c’era un Crocifisso ligneo con Gesù morto, ed in segno di penitenza, si facevano “Le strascinarelle” che consistevano nel percorrere in ginocchio tutta la navata della chiesa, dall’ingresso fino a Gesù morto. Si camminava sulle ginocchia pregando e, più percorsi facevi, più acquistavi meriti agli occhi di Dio. Chissà perché io non sono mai riuscita molto a stare in ginocchio, neanche adesso se devo inginocchiarmi in Chiesa soffro di dolori tremendi alle rotule, perciò di strascinarelle ne ho fatte ben poche! Ma ricordo però di averle fatte su un pavimento pieno di sassolini e fango, ricordo soprattutto il dolore, ma in tutto non devo averne fatte più di due.
Era persino proibito suonare le campane delle chiese, le campane erano, metaforicamente, “legate”. Per avvertire la popolazione che le funzioni o la messa stavano per iniziare, alcuni ragazzi giravano il paese con la “trappola”.
La trappola era una tavola fatta proprio come una trappola per topi ma più grande, con la parte metallica libera che, sbattuta con forza sul legno della base, produceva tanto fracasso da svegliare anche i dormienti più duri.
Anche per la messa di mezzanotte la popolazione veniva chiamata per mezzo della trappola. Mezzi assonnati venivamo di colpo svegliati da questo frastuono e ci preparavamo per andare in chiesa.
Sul sagrato della Chiesa ardeva già da un po’ il Fuoco Santo. Un grande falò con il quale il prete, dopo aver benedetto il fuoco, accendeva il Cero Pasquale.
Ci scaldavamo intorno ad fuoco (ricordo il calore intenso delle braci sulla faccia e sulle mani, le persone che nel buio della notte risplendevano della calda luce arancione delle fiamme e la schiena invece gelata dal vento notturno), poi entravamo in chiesa. Appena Gesù risorgeva, le campane si “slegavano” e cominciavano a suonare a festa, mentre la congregazione tutta, intonava il “ Gloria” a gran voce.
Poi, usciti dalla chiesa, dopo i saluti e gli auguri di rito, le mamme o i papà, ma più le mamme, prelevavano un tizzone ardente dal Fuoco Santo e lo portavano a casa per accendere il camino, che, in teoria, sarebbe rimasto acceso per un anno intero, poiché non si lasciava mai che il fuoco morisse del tutto.
La mattina di Pasqua era d’obbligo mangiare la frittata con la mentuccia, mentuccia rigorosamente cercata nei prati, tenera e profumata.
Naturalmente anche per Pasqua si ripeteva la trafila dei forni come per Natale e si preparavano chili di dolci da sfamare un esercito. Per settimane si aveva la cucina in fermento e le mamme con le mani in pasta dalla mattina alla sera, si preparavano sempre gli amaretti, le tisichelle ecc.
Ma il dolce pasquale per eccellenza, a Santa Anatolia, ma anche in Abruzzo in genere, sono i fiadoni o fiatoni altrimenti detti in santanatoliese i fiauni.
“I FIAUNI”.
Anche in questo caso la ricetta santanatoliese differisce dalle altre per alcuni ingredienti peculiari che si usano solo da noi come la cannella e l’uvetta.
Ieri io li ho fatti e devo dire che mi sono venuti una meraviglia! E dire che era la mia prima volta!
INGREDIENTI E DOSAGGIO
Per la pasta
400 Gr di farina e 4 uova
Per il ripieno
3 etti di parmigiano grattugiato
1 etto di pecorino grattugiato
4 uova
Una manciata di uva passa
1 cucchiaino di cannella macinata al momento
Impastare la farina con le uova – stendere una sfoglia sottile
Mettere tutti gli ingredienti del ripieno in una ciotola – amalgamare ben bene con l’uvetta e la cannella. Il ripieno deve essere morbido ma non troppo liquido ne troppo secco.
Procedere poi mettendo piccole quantità di ripieno sulla sfoglia e formare dei bauletti a forma di raviolo, che prima di essere infornati dovranno essere spennellati con l’uovo sbattuto (solo il rosso). Metterli in una teglia e infornare a 180° con forno già caldo.
Sfornare quando avranno preso un bel colore dorato.
Essi sono una meraviglia dove, il salato del formaggio ed il dolce dell’uvetta, se sapientemente dosati, si sposano meravigliosamente tra loro, dando vita ad un connubio sublime. La presenza della cannella deve solo intuirsi, mai deve prendere il sopravvento, la stessa cosa dicasi per il pecorino, non deve sovrastare il gusto del parmigiano ma solo renderlo più piccante.
Non so se mia madre adesso sia in grado di vedermi. Al ritorno dal forno di Pasqua, io mi mettevo vicino a lei e le rubavo sempre qualche “fiaone” caldo e tutti i rotondini solidificati e croccanti del ripieno fuoriuscito da essi. Che bontà, mamma! Adesso, per la prima volta l’ho fatti da sola come vorrei che tu potessi assaggiarli sono quasi come i tuoi!

Marzo, i ravioloni e la Quaresima

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Verso la fine di febbraio, inizio marzo, anche il carnevale passava. Finivano tutti  i suoi riti pagani, le frappe, la pizza sfogliata, gli scherzi e i giochi. Un gioco, mio padre amava fare ogni anno, in attesa che la pizza sfogliata cuocesse sotto la brace, un gioco che noi chiamavamo “ncarnaove”. Un gioco, a mio avviso, abbastanza pericoloso, perché, ciascuno di noi, bendato e con un grosso coltello in mano (quello del pane che in dialetto chiamavamo “ la cortella”), doveva colpire un uovo sodo, sbucciato e posto sul tavolo e dopo che nostro padre ci aveva fatto fare tre o quattro giri su noi stessi, facendoci perdere il senso dell’orientamento. Per fortuna, ogni volta, per evitare guai, papà ci metteva nella direzione giusta e poi, quasi guidava la nostra mano fino all’uovo. La ricompensa consisteva nel fatto che, chi colpiva l’uovo nel centro spaccandolo in due, vinceva il gioco e mangiava l’uovo! Ricordo anche una zucca intagliata come un teschio, posta all’angolo del nostro orto all’imbrunire, con una candela accesa all’interno, esattamente come quelle di Halloween, ma molto prima che sentissimo parlare di questa festa anglosassone. Erano giorni allegri, poi, dopo che il prete, la mattina del mercoledì delle ceneri, ci aveva impolverato la testa con un po’ di cenere e ci aveva ricordato  che polvere eravamo e che polvere saremmo ridiventati, al monito di: “ Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris”, dopo che contriti e con l’anima mondata da ogni peccato, avevamo ricevuto debitamente l’Eucarestia, liberi e leggeri come uccellini, svolazzavamo fuori dalla Chiesa ed iniziavala Quaresima! La Quaresima, quaranta giorni prima della morte di Cristo, era ed è, il periodo che ricorda i quaranta giorni di Gesù nel deserto, durante i quali aveva digiunato in solitudine, era, perciò un periodo in cui tutte la manifestazioni gioiose erano sospese, dovendo ricordare tale avvenimento. Non ci si sposava per esempio, erano proibite feste di ogni tipo (almeno ufficialmente, perché noi bambini già al secondo giorno non ci pensavamo più) . Più che mai era proibito mangiare la carne il venerdì, ed altre cose di questo genere, legate al fatto di come  tale periodo, fosse un periodo in cui bisognasse essere probi e connessi col divino. Ricordo una cosa legata a tale ricorrenza, una cosa che ho avuto modo di osservare anche qualche tempo fa  e che credo si usi ancora da qualche parte. All’inizio della Quaresima, quasi in ogni famiglia, si preparavano dei vasi seminati con grano e si mettevano, poi, in un luogo buio a germinare. Alla fine dei quaranta giorni, infine, questi vasi con i germogli ormai cresciuti dritti come fusi, bianchissimi per mancanza di luce, si ponevano davanti al sepolcro di Cristo, durante i tre giorni fatidici, dal Giovedì Santo pomeriggio, giorno in cui Gesù moriva, fino  alla notte del Sabato Santo, quando resuscitava. I germogli rappresentavano appunto la Resurrezione.

Ma questo periodo, sebbene legato a queste serie ricorrenze, era il periodo in cui la natura si risvegliava. La neve si era finalmente sciolta ed il sole era tornato splendere su una natura ancora addormentata, ma che qua e là  già mostrava segni di una rinascita imminente. Gli alberi di mandorlo avevano gemme gonfie e turgide, i campi arati, emanavano sottili volute di vapore e il grano germogliato in autunno e che aveva lungamente dormito sotto la neve, si rinverdiva di nuova linfa. Un venticello leggero e profumato spingeva soffici nubi nel cielo terso e  le greggi, finalmente, non più costrette nelle stalle, belavano di nuovo al tramonto tornando verso gli ovili. Se adesso ci metto anche qualche garrulo volo di rondine il tutto apparirà troppo lirico ed edulcorato, ma non è proprio così l’inizio della primavera? Almeno per gli animi romantici!

Noi bambini correvamo nei prati dove l’erba iniziava a spuntare sotto quella secca e bruciata dal gelo. Cercavamo, invano, le prime timide violette sotto i cespugli che conservavano ancora rimasugli di neve cristallizzata, ma, ancora troppo presto! E poi, un giorno, ci accorgevamo che nei campi sodi, non ancora seminati, erano nati una profusione di fiori gialli e timidi: i bottoni d’oro! Erano i primi a spuntare! Migliaia di fiori gialli nella terra ancora brulla. Ne facevamo dei gran mazzi che portavamo a casa e che morivano subito. Ma che gioia, che meraviglia! La primavera era proprio arrivata!Ma quello che aspettavamo era veder spuntare le prime viole. Era quasi una gara a chi le trovava prima! Il nostro campo di ricerca era “abballe agli Quadri”, era il posto più assolato. Lasciavamo la via della Madonna Addolorata per ultima poiché era “all’appacina”  i Quadri invece, con la via fiancheggiata da siepi di biancospino, che conduceva verso “ U Coremanu”, era il posto dove spuntavano per prime. Ce n’erano di due colori, quelle esposte al sole erano di un violetto chiaro, quelle più nascoste e più difficili da raggiungere, di un violette scuro, naturalmente le più ambite! Era il periodo in cui, dopo la scuola, ebbri di sole, scorazzavamo finalmente nelle campagne liberi senza che nessuno ci limitasse o ci obbligasse a rimanere in casa. Erano i pomeriggi in cui, nel sole che ci abbronzava il viso, disegnavamo dei gran cerchi nella terra ancora bagnata per giocare a “Mondo” o alle “Città” a “Campana” oppure a “Palline” .

Ricordo che un giorno il nostro maestro di quarta elementare, Maestro Candido, ci aveva dato da studiare una poesia che iniziava così: “nei boschi da sera a mattina….”. La mia amica Paola era una campionessa del gioco delle biglie, palline in dialetto. Paola fu interrogata sulla poesia, della quale, non avendola studiata, ricordava solo le prime parole che ripeteva incerta, in continuazione ,bloccandosi ogni volta e guardandosi intorno in cerca d’aiuto: “nei boschi da sera a mattina………..” e non andava avanti. Così il maestro, perfido, finì per lei : “ nei boschi da sera a mattina, Paola Spera gioca a pallina!” non vi dico le sghignazzate!! Beh, comunque tutti giochi perduti! Come perduto sembra essere il gioco della “Tizza”, detto in italiano “Lippa”. Gioco che i bambini di oggi non conoscono e che era il terrore delle mamme. Questo gioco, si giocava, scavando due piccole buche distanziate di qualche metro l’una dall’altra, si usavano  due mazze, una per ogni squadra, con queste mazze si doveva colpire  un bastoncino al volo, e, se questo bastoncino ti colpiva in viso, come qualche volta accadeva,  poteva farti molto male. Capitava che in tutta questa rinascita, col sole che metteva allegria, con le giornate più lunghe e con la speranza di chissà che cosa dovesse accadere di bello di li a poco, chiedessimo a nostra madre qualcosa di speciale:

“ Ma’ facci i ravioi!” E mamma ce li faceva!

Eh, mamma, oggi l’ho fatti anch’io! Ma per dirla con papà “quij de mamma eranu più boni!”

Ecco qua, fateli anche voi e buon appetito!

Ingredienti x 4 persone (visto che sono grandi 2 ravioli a testa bastano)

Per la pasta: 300 grammi di farina e 3 uova

Per il ripieno :500 grammi di ricotta di pecora – 1 uovo – poco zucchero – cannella pestata nel mortaio 1 cucchiaino- poco sale – poco parmigiano (2 cucchiai) oppure anche senza – prezzemolo un ciuffetto.Unire tutti gli ingrediente del ripieno in una ciotola lasciare riposare per qualche minuto Nel frattempo fare una sfoglia sottile con la farina e le tre uova. Procedere poi come per i ravioli normali solo facendoli molto grandi “giganti” Condire poi con un sugo leggero di pomodoro fresco appena scottato, o, come più vi piace. Mi raccomando la cannella! Che sia pestata al momento e non quella in polvere! Lo zucchero, poco, serve per stemperare l’acidità della ricotta. Nel sugo di pomodoro mettete anche un po’ di peperoncino esalterà il gusto dell’insieme. Peperoncino e cannella!! Non suona molto esotico?!!

 

 

 

 

 

I riti di febbraio

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“Agli du la candelora
Agli tre Santu Biasola
Agli quattre la magnarella
Agli cinque Sant’Agata bella!

Ed ecco febbraio con i suoi riti.
Il 2 la Candelora, ci si alzava presto, fuori era ancora buio, i vetri delle finestre delle camere da letto, dove i fiati caldi dei dormienti si condensavano, erano ricamati da trine di ghiaccio geometricamente perfette e complicate.
All’aperto, l’aria gelida, trasformava i respiri in nuvole leggere, ma noi tutti, grandi e piccoli, andavamo in chiesa a prendere le candeline lunghe e sottili, che poi conservavamo nei cassetti religiosamente, per mesi, finche non si spezzettavano a forza di toccarle e, poi, chissà che fine facevano.
Il giorno dopo, il 3, era la ricorrenza di San Biagio e si replicava. Sveglia alle 6, di corsa in chiesa dove ci stringevamo gli uni agli altri ancora assonnati e congelati, le mani infilate nelle tasche dei cappotti e le teste avvolte in strati di lana che scostavamo solo per scoprire la gola che, Don Giovanni, ci ungeva con l’olio Santo, poiché San Biagio, come è noto, è il protettore di tutte le malattie della gola.
Il 4 la “magnarella”. Era un rito, quest’ultimo, che in realtà non ho mai visto fare a casa mia, ma nelle case di qualche mia amichetta. Si prendevano tutti i cereali e tutti i legumi che si avevano in casa e si mettevano a bollire in una pignatta di coccio vicino al fuoco, grano, orzo, granturco,ceci, cicerchie, lenticchie, fagioli, tutti insieme, si condivano e si mangiavano durante tutto il giorno. Una cosa simile si fa ancora oggi nella Marsica, la notte del 17 gennaio, Sant’Antonio, si fanno bollire pentoloni di questo miscuglio e le case rimangono aperte tutta la notte per tutti coloro che vogliono approfittare di tale leccornia.
Il 5 era ed è la ricorrenza di Santa Agata, in questo giorno non si faceva nulla di particolare, la citazione serviva solo per la rima, credo!
Ma febbraio era ancora un mese completamente invernale. Le stagioni, allora, erano per così dire normali. Faceva freddo in inverno e caldo in estate. Le primavere erano bellissime e colorate, gli autunni tristi e malinconici. Queste erano le stagioni.
I contadini potevano fare affidamento su tali certezze: si sarebbe falciato il fieno a maggio, si sarebbe mietuto alla fine di giugno, si sarebbe raccolto il mais ad agosto, le mandorle e le noci a settembre ottobre e cosi via.
Adesso capita che faccia caldo a gennaio e che il 1° di luglio ci siano 4 gradi centigradi, come è successo.
Tutto è sconvolto. La neve di quest’anno, assolutamente incredibile! Soprattutto dopo anni in cui ci eravamo abituati alla sua quasi assenza.
A memoria d’uomo, solo nel 1956 ci fu una nevicata simile, sempre in febbraio. Nella mia famiglia, sono diventati leggendari, i due bellissimi ciliegi che erano nel nostro orto e che dovettero essere abbattuti per ricavarne legna da ardere. La neve, comunque, c’era sempre. Era neve consolidata, neve gelata e poi rigelata, neve che si scioglieva solo a marzo, neve sporca, contaminata da sterco di animali, rifiuti, fango. Le strade allora non erano asfaltate, lo sono a malapena adesso, per cui la neve che si scioglieva, creava pantani di acqua sporca e fango che la notte gelavano, creando lamine di ghiaccio spesse che erano il divertimento dei bambini, i quali con i grossi scarponi, che avevamo tutti in dotazione, ci saltavano sopra finchè non si sfondavano e si sguazzava allegramente nelle pozzanghere.
Dai tetti gocciolava la neve che di giorno si scioglieva e che al mattino, solidificata dalla bassa temperatura della notte, formava ghirlande di ghiaccioli acuminati, che pendevano dalla grondaie come spade pronte a trafiggere lo sventurato che ci capitava sotto.
“ Attente! Non passà sotte alle runziane!” ci dicevano le nostre madri, ma chi le ascoltava! Saltavamo o ci arrampicavamo per raggiungere uno di quei ghiaccioli che poi succhiavamo con gusto!
Ma febbraio era il mese del carnevale ed in quelle sere, che si andavano allungando sempre più, potevi vedere orde di bambini e ragazzi, mascherati con cenci vecchi e con volti anneriti dal carbone, che brandivano un lungo spiedo di legno. Dietro di loro un codazzo di altri bambini li seguivano con campanacci rubati nelle stalle. I”Mascari” bussavano di porta in porta al grido di “Ciccia, ciccia!” mostrando lo spiedo.
Le donne che aprivano la porta, ridevano cercando di riconoscere la persona mascherata e, dopo aver esclamato con buonumore “ u sciccisu! chi si?!” davano ciò che avevano a disposizione: uova, farina, un pezzo di salsiccia, un pezzo di ventresca, che le maschere mettevano nelle bisacce, felici.
Tornati a casa questi “mascari” davano alle loro madri ciò che avevano racimolato e, con quei semplici ingredienti, le brave donne facevano la cosa più buona e lussuriosa che io abbia mai mangiato in vita mia : la pizza sfogliata!
Quella sfoglia sottile, fragrante, croccante, ripiena di salsiccia, ventresca pepe, zucchero e cannella usciva da sotto il coppo ricoperto di brace, sfrigolando nel suo grasso e sprigionando un profumo che si spandeva per tutta la casa, attraversava la porta e profumava il circondario.
Un capolavoro dorato, arrotolato su sé stesso, gonfio e lussurioso. Un piacere completo che soddisfaceva tutti e cinque i sensi e ti lasciava soddisfatto, sazio e felice!
Si può dire che essa sia l’essenza stessa del Carnevale: grassa, sontuosa, ricca ed assolutamente al di fuori di qualsiasi regola di buon senso, vista la notevole quantità di calorie. Ma d’altronde dopo c’era il pentimento con le Sacre Ceneri e la Quaresima con il digiuno, che rimetteva tutto a posto!
Gli ingredienti sono quelli che ho citato:
Per la sfoglia
400 gr di farina – 4 uova
Ripieno
Io faccio ad occhio, non peso le quantità, il ripieno non deve essere misero in ogni caso
Salsiccia, pancetta, mozzarella, olio sale, pepe, zucchero e cannella
Procedimento
Si tira una sfoglia sottilissima, si cosparge la sfoglia con un misto di pepe nero, poco zucchero, cannella macinata finissima (meglio pestata nel mortaio) olio e un po’ di sale, poi si distribuisce la salsiccia (meglio se precedentemente fatta cuocere velocemente in una padella per eliminare il grasso in eccesso) pancetta tagliata finissima a pezzetti e mozzarella sbriciolata.
Si arrotola, poi, la sfoglia su se stessa come un sigaro gigantesco e poi si riarrotola come un serpente dormiente.
Si inforna a 180° finchè non è bella dorata e croccante.
D’obbliogo un buon vino rosso corposo!
Ad onore del vero devo però dire che questa è una versione moderna.
Quella originale prevedeva salsiccia secca e pancetta stagionata (poiché il maiale si ammazzava due mesi prima circa, a febbraio sia le salsicce che la ventresca erano belle asciutte) non c’era la mozzarella perché all’epoca, dalle nostre parti, era sconosciuta.
C’era invece la cannella che è l’ingrediente anche dei ravioli di ricotta giganti di Santa Anatolia, dei quali parlerò prossimamente.
Questo ingrediente, la cannella, così particolare e che io adoro, è presente in molte delle nostre ricette, dà perciò, ragione a chi, chiamandoci “ zingari”, mette l’accento sulla nostra provenienza che si dice sia orientale.
Adesso chiunque può sbizzarrirsi usando gli ingredienti più diversi, io ne faccio una versione con broccoli romani e salsiccia che è una vera bontà! (senza cannella ovvio!)
Devo dire che la pizza sfogliata la fanno anche a Torano dove la chiamano “Pizza abbotata” a Corvaro ed in altri posti del Cicolano, nessuno di loro usa la cannella.
Ma la vera, unica, insostituibile Pizza Sfogliata (oppure abburritata che dir si voglia) senza voler peccare di campanilismo, è la nostra!
Nel corso degli anni, ogni volta che ho voluto risentire il calore di quei momenti, ho fatto una pizza sfogliata, ma non so perché, il gusto, lontano da casa, sebbene uguale, aveva sempre un fondo come d’amaro!

Gennaio

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Poi, passato il mese di gennaio, triste, grigio, freddo e normalmente segnato dal silenzio ovattato delle neve che cadeva e dal crack crack dei passi della gente nella neve gelata, passate le notti gelide e cristalline, passate le giornate corte e quella sensazione di stallo dove il tempo sembrava immobile, gli animi cominciavano a riprendere una certa fiducia nel futuro.
Le giornate, verso la fine di gennaio iniziavano ad allungarsi e, con maggiori ore di luce a disposizione, anche le persone sembravano come risvegliarsi da un lungo sonno.
Qua e la, dove il sole insisteva maggiormente, le colline cominciavano a scoprirsi e la tenera erba sottostante era manna per le povere bestie rimaste nelle stalle tutto il tempo. Allora si vedevano pastori con lunghe file di pecore e con i cani impazziti per la gioia del movimento, che andavano verso la Madonna Addolorata o verso altre colline, e, dietro le lunghe file di pecore belanti, che sporcavano la neve al loro passaggio di escrementi e di gialla urina, i loro padroni, che con un lungo bastone le incitavano a non disperdersi nella neve ancora alta nei campi ai lati della strada.
I bimbi, approfittavano di ogni momento per scivolare sulla neve rimasta nei prati con sci improvvisati, fatti con pezzi di legno improbabile e, di solito, con qualsiasi cosa scivolasse lungo i pendii. Di tanto in tanto si sentiva qualcuno, di solito i più piccoli che intonavano filastrocche a tema:
“ piove e fiocca, gennaru occa schiorta, se passi n’anzi casa tella tire na palloccata!!” E via a tirarsi palle di neve. Qualcuno ci metteva anche dei sassi all’interno, giusto per rendere la cosa più “divertente”
Erano però le lunghe sere passate vicino al camino che rendevano questo periodo così particolare. Non si aveva paura della neve, anche mezzo metro o un metro non costituiva un problema. Si facevano le “viarelle” tra una casa e l’altra e si continuava a farsi visita tra vicini come sempre. Vicino al camino la sera, si recitava il rosario per prima cosa e, poi, si facevano giochi con la cenere, con la brace o con qualsiasi cosa si avesse a disposizione. Giocavamo con le molle del camino, “co gliu suffjttu”,si facevano tanti giochi, peccato che io non ne ricordi neanche uno! Mi ricordo solo che si facevano delle righe con le molle nella cenere e poi ognuno doveva indovinare qualcosa, ma è tutto quello che riesco a farmi venire in mente.
Ma era in quei momenti che la tradizione del racconto orale veniva espressa nella maniera più peculiare.
Mentre si ricamava o si sferruzzava, i nonni o i genitori, ma anche i vicini che venivano a farci compagnia, raccontavano con dovizia di particolari storie antiche, tramandate da generazione in generazione. Quasi tutto perduto! Ne rimangono brandelli nella mia mente che io cerco disperatamente di salvare in questi miei semplici racconti.
Ricordo, per esempio questa storia che noi attribuivamo alla famiglia di mio padre, ma che invece mio padre attribuiva ad altri paesani. Non so quale sia la verità naturalmente, credo anche che i luoghi descritti non siano facilmente individuabili, ma questo è quello che io ricordo di aver sentito raccontare
“TA’*I TE’ I FERRI J’URSU?”
(*tata antico appellativo per papà usato fino al secolo scorso a Santa Anatolia, è curioso notare come anche nei paesi della ex Jugoslavia papà si dica appunto tata)

Mio padre si arrabbiava moltissimo ogni volta che raccontavo a qualcuno questa storia che io attribuisco ad un suo antenato.
Solo poco prima di morire mi ha invece detto il nome della famiglia a cui attribuire il fatto,“quissi de Zuccaretti” . Naturalmente non so se sia vero, poiché è una storia molto antica.
Facendo collegamenti azzardati potrei anche capire chi sono, ma non è così importante ed io, preferisco dire che si trattava di un avo di mio padre.
Mio padre, (come anche mia madre) era un narratore affascinante perché i suoi racconti venivano direttamente da quella abitudine di tramandare storie in maniera esclusivamente orale, per cui il racconto risulta pieno di immagini suggestive e di particolari che lo rendono vivo.
Ascoltando mio padre, le immagini scorrevano nella mente di chi ascoltava come in un film e, forse, ancora meglio. Mio padre aveva anche uno spiccato senso dell’umorismo , cosicché i suoi racconti erano spesso divertenti, anche se l’argomento era tragico, non erano mai storie lacrimevoli o patetiche.
Ma veniamo alla nostra storia…..
Molti anni fa “quissi de Zuccaretti “avevano una vigna , ammonte agliu Pacu, dalla quale ricavavano un vinello leggero ma molto buono che era il vanto della famiglia.
Un bel giorno, o meglio, una bella notte, la vigna fu presa di mira da un orso che apprezzando molto quell’uva speciale iniziò a frequentarla assiduamente suscitando la rabbia della famiglia Zuccaretti.

Il capofamiglia stufo della situazione, dopo averle provate tutte per spaventare l’orso, decise di passare alle maniere forti e nottetempo si recò con il suo unico figlio nella vigna.
Il tragitto per raggiungere la vigna era abbastanza lungo ed in salita , presero così con loro il loro unico cavallo che all’epoca era più prezioso di una Ferrari, e padre, figlio e cavallo si avviarono verso la vigna.
Arrivati che furono, lasciarono il cavallo impastoiato, libero di pascolare e si appostarono armati di schioppo, dietro un cespuglio.
Era una notte di luna piena, (mia madre avrebbe detto ”c’era una luna chiara calcando sul quel “chiara” e tutto il paesaggio circostante ti sarebbe apparso nel suo chiarore, rendendo visibili le montagne circostanti, le valli e persino le più piccole pietre. Sotto il chiarore di quella luna piena, avresti camminato in silenzio senza inciampare, la luna ti avrebbe illuminato ed incantato esattamente come incantava me bambina ogni volta che lei iniziava un racconto con “C’era una
Luna chiara………………..”)
Così il padre ed il figlio si disposero, sotto il chiarore lunare, ad aspettare che l’orso arrivasse per poterlo accoppare.
Aspetta, aspetta il tempo passava e l’orso non arrivava.
Ad un certo punto al padre venne sonno. Chiamò il figlio e gli disse “te’.. ecche u fucile, sta attente appena vidi j’ ursu spara!”
E se ne andò in un a grotta vicina chiamata “ la rotte de Zuccaretti” e si addormentò.
Il figlio si mise ad aspettare con il fucile spianato. Ma anche per lui il sonno era in agguato, ogni tanto si appisolava per subito risvegliarsi e puntare il fucile verso qualsiasi cosa si muovesse.
Dopo un po’ vide un’ombra caracollare tra le viti e esclamando “ Ecche j’ursu finalmente!”
senza perdere tempo prese la mira… sparò. E che mira!!!
Vide l’ombra cadere di botto, Si avvicinò per controllare ancora col fucile spianato e fumante ed, alla luce della luna, vide l’animale a zampe all’aria e, sulle zampe rivolte verso il cielo, dei ferri che brillavano sotto luce lunare.
Si mise a correre ed arrivò dove il padre dormiva. Lo scosse, lo svegliò e gli disse “ eh Tà, i tè i ferri j’ursu?” (eh papà ce l’ha i ferri l’orso?)
L’urlo del padre, che sebbene mezzo addormentato aveva capito la situazione, lo sentirono forse fino a Torano:
“ CHE SCICCISU TI PARETU ME SICCISU U CAVAGLIU!!!!!

E sì aveva sparato al cavallo!!

Le allegre comari di Santa Anatolia o la torta raccapezzata

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Una storia inventata che potrebbe anche essere vera
Come si dice “ogni riferimento a cose e persone realmente esistite è puramente casuale”


Ipotetico dialogo tra alcune comari di Santa Anatolia “Ammonte”
“Commare Marì, me so ravanzate poche nuci dalle pizzelle de Natale. Ci vorria fa quacchecosa, ma solo che le nuci che ci facce?”
“U commare Li, che ne sacce? A mi me so ravanzate poche fichera secche, mo va a fenì che me se fanu pure cattive, le vo?”
“ e dammele, mo vede se la commare Francesca tè quacche atra cosa, magari le mette tutte nziemi e ci facce na spece de pizza”
La comare Francesca nel frattempo si era avvicinata ed aveva sentito tutto il dialogo tra la comare Maria e la comare Lisa
“commare Francè si capitu?”

“Scine commare Li, a mi m’è ravanzatu na cria de subibbu, se le vo le po’ nfrasca che s’atra robba che té, ci mitti na cria de cacau, na cria de rummu e vatte a fa freca, quacchecosa c’esce!”
“ e datemmelle va” dice la commare Lisa con fare sbrigativo
“ mo’ vaje a casa vede quacche atra cosa che ci pozze mette, po quanne so fattu vi chiame e ne la magneme n’ santa pace, portate na cria de vinu che j no le tenghe, a casa me’ no beve nisciunu!”
“ U scià pe l’amor de Diu, vo che ne manca le vinu a nu?”
“magari me facce mancà l’aria ma le vinu no” e la commare Maria la commare Francesca nel dire ciò si piegano in due dalle risate.

“ va, va, commare Li, che ne vedeme chiù tardi!
Dovete sapere che in molte famiglie di Santa Anatolia la “bocaletta” del vino era sempre a disposizione di tutti, a qualsiasi ora del giorno o della notte, normalmente era collocata sulla mensola del camino, e, non erano solo gli uomini a bere, bevevano anche le donne.
“ voleva chiamà pure la commare Sunta, la chiame?” disse Lisa con fare esitante
“Uddiu, lassala perde quela sciuerca che ne ruvina la jornata!” disse la commare Maria e proseguì scimmiottando la commare Assunta detta Sunta, con una vocina lagnosa
“ Queste me ma male agliu fegatu, quest’atru me fa male alla coccia………..u mammamè meglie perdela che trovalla!”
Così le tre commari, presero ciò che avevano di avanzi e lo dettero alla commare Lisa, poi se ne torrnarono ognuna nella propria casa in attesa che quest’ultima facesse questa strana torta con tutti gli avanzi dei dolci di Natale.
Lisa, arrivata a casa, ci pensò un po’ su poi prese la bilancina che aveva in cucina e pesò
3 etti di gherigli di noci, 3 etti di uva sultanina (subibbu) 3 etti di zucchero
3 etti di fichi secchi, 3 etti di farina.
Preparò poi 3 uova, 3 o 4 cucchiai di cacao, 1 bicchiere di rum, 1 bicchiere di latte, 1 bicchiere di olio e 1 bustina di lievito.
Poi tritò le noci (non è dato sapere se con la bottiglia o con la macchinetta)
tritò anche i fichi. Poi prese una ciotola dove sbattè le tre uova con i 3 etti di zucchero, unì poi il bicchiere di rum, il bicchiere di latte, il bicchiere di olio, i tre etti di noci tritate, i tre etti di fichi tritati, il cacao, l’uvetta e la bustina di lievito.
Versò tutto in una teglia per torte imburrata ed infarinata e la mise nel forno (a gas) a 180° per 40 minuti circa
poi la sfornò, la fece raffreddare, la assaggiò, vide che era buona e ne fu soddisfatta, perchè essendo una perfezionista non avrebbe accettato un risultato meno che buono, piuttosto l’avrebbe data da mangiare alle galline che presentare alle comari una cosa fatta male, ne andava del suo prestigio di cuoca eccellente che ricavava manicaretti anche dai sassi.
Così orgogliosa del risultato chiamò le sue comari e allegramente tra “nu bicchierucciu e j’atru” passarono il pomeriggio in allegria.
E la canzone era sempre la stessa
“facemece nu bicchiere e fecemecigliu mo che mo ch’aveme tempe e addimà…”
addimà, domani
“del doman” come dice il poeta, “non v’è certezza” perciò….Cogli l’attimo!
Beh questo è quello che io ho immaginato, ma vi giuro che conversazioni come questa possono essere avvenute centinaia di volte in ogni vicolo di Santa Anatolia.
Per onestà intellettuale devo dire che questa ricetta non è santanatoliese ma maglianese, avendola io avuta da una mia vicina di pianerottolo che è appunto di Magliano.

Mio nonno e il fantasma



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Mio nonno, Michele Luce, era ai suoi tempi, un bravissimo falegname molto ricercato in zona. Probabilmente era quasi l’unico e la 
sua attività era richiesta anche in luoghi molto distanti da Santa 
Anatolia. 
Ancora oggi mi capita di trovare qualche persona avanti con 
l’età che si ricorda di lui e dei lavori da lui eseguiti.
Costruiva praticamente di tutto, dalle culle alle bare.
Ricordo ancora la culla dove io ed i miei fratelli abbiamo passato i nostri primi mesi di vita, mia madre ci cullava con un piede mentre le sue mani erano impegnate a lavorare alacremente, golfini, cappellini e scarpine, ai ferri.
Costruì, mio nonno, anche la bara per sua moglie e non oso immaginare i 
suoi sentimenti mentre compiva questa triste ma inevitabile opera. Era l’ultima cosa che poteva fare per la sua adorata moglie e sono sicura che lo fece con tutto l’amore che poteva.
Il suo laboratorio era una baracca di legno e calce, addossata alla nostra casa e che dopo la sua morte, avvenuta quando io avevo sei anni, diventò per noi bambini, il luogo delle meraviglie.
C’erano casse di legno piene di libri scritti in caratteri gotici, interi rotoli di carta da parati purpurea,con ricami in oro, che, a toccarla macchiava le mani di un rosso vivo.
Noi femminucce abbiamo passato interi, lunghi pomeriggi piovosi a pittarci le unghie ed il viso con quel colore cosi vivo, scimmiottando le signore di altri tempi con improbabili sciccosi vestiti recuperati dall’armadio di mia madre.
Quei libri, chissà di cosa parlavano!
Penso che mio nonno li avesse recuperati da sotto le macerie del palazzo Placidi, distrutto dal terremoto del 1915, che fece 100 morti a Santa Anatolia, tra i quali anche i suoi stessi figli e i miei bisnonni. Purtroppo, quei misteriosi libri, li abbiamo distrutti tutti, strappati nei nostri giochi infantili, non capendone l’importanza.
Ricordo le copertine marezzate, le pagine ingiallite che si sbriciolavano al contatto e quell’odore di muffa che permeava tutto ciò che era contenuto in quella enorme cassa di legno con serramenti di ferro arrugginito nella quale giacevano da più di quarant’anni
Mio nonno, era uomo di poche parole, determinato, con uno spiccato senso del dovere, calmo, ma, se perdeva la pazienza, meglio era, mettersi al riparo.
Mio padre raccontava, non senza ilarità, di quella volta che stava costruendo una botte.
Con pazienza aveva preparato le doghe, le aveva piallate, curvate, aveva 
preparato i cerchi di ferro, l’aveva, poi, assemblata. Ma, una volta 
finita non gli sembrava perfetta, così, la smontò e ricominciò, con 
santa pazienza, da capo.

Una, due, tre volte, questa botte non veniva mai bene.
Intanto, man mano che i tentativi si susseguivano, la pazienza andava scemando e l’irritazione invece, andava salendo, fino a raggiungere, all’ennesimo tentativo fallito, quello stato che si pùò definire “fuori 
dalla grazie di Dio!”
Quando, anche l’ultimo tentativò fallì, non ci vedeva, ormai, più dalla rabbia!
Afferrò una mazza di ferro che stava li nei pressi e, bestemmiando tutto il calendario più qualche santo di sua invenzione, ridusse la botte a pezzi minutissimi! Poi, esaurita tutta la sua rabbia e finalmente calmo, si accese un sigaro e se lo fumò in santa pace.
Di questi episodi, mio padre, ne raccontava tantissimi, ma il più divertente era quello dell’incontro di mio nonno con un fantasma.
Era morta da poco una persona della famiglia Panei, un non meglio precisato Don Alessandro.
Le famiglie Panei e Placidi, erano le famiglie più facoltose del paese, 
perciò, i loro componenti, in segno di deferenza, venivano chiamati con l’appellativo di Don davanti al nome e, al loro passaggio, di solito, gli uomini si toglievano il cappello.
Capitò che, pochi giorni dopo questa dipartita, mio nonno, dovesse recarsi a Torano per un lavoro presso una famiglia del luogo. Così, eravamo nel mese di maggio, si alzò di buon’ora e tra il lusco ed il brusco si mise in cammino verso Torano.
Ad oriente, la Val di Teve, lasciava presagire l’alba che sarebbe sorta, con una luminescenza dorata illuminando il cielo di una luce opalescente, che rendeva nitidi i contorni delle montagne circostanti.
Il paesaggio, sebbene la mattinata si annunciasse soleggiata, era ancora avvolto in una nebbiolina leggera che dava al circondario un aura quasi magica, sembrava che le cose galleggiassero a mezza’aria, come sospese.
Mio nonno, non era particolarmente impressionabile, ma a quei tempi, stiamo parlando dei primi anni del secolo scorso, le leggende e le bastocchie 
sui morti redivivi e sugli spiriti,erano le cose che più si raccontavano la sera, intorno al fuoco, dopo aver recitato il rosario.
Così, il fatto di dover passate davanti al cimitero, in una atmosfera come quella descritta, metteva mio nonno in leggera agitazione. Ma, era 
l’unica via e poi, da uomo, non voleva cedere alla paura.
Così scese per le Stalli Scure, poi attraversò i Quadri, u Coremanu, u Pontone e di buon passo, continuò a camminare verso Torano.
Dopo l’ultima curva, quando infine si scorge il cimitero, in mezzo alla 
nebbiolina, sul ciglio della strada, proprio in corrispondenza della porta del 
cimitero, gli apparve un’ombra lunga lunga, con in cima una gran testa, che 
dondolava leggermente di quà e di là, come a dire e ridire no…no..no..
La prima cosa che venne in mente a mio nonno fu la buon’anima di Don Alessandro!
“e mo che facce?” si domandava mio nonno interdetto.
“Vabbè, mò passe, facce finta de gnente, u salute e 
me ne vaje” si diceva il poverino tra sé, convinto che l’ombra fosse proprio
lo spirito di Don Alessandro.
Nel frattempo, però, continuava a camminare non volendo cedere alla 
paura.
Camminado e rimuginando tra sé e sé, quello che avrebbe detto al momento dell’incontro e tenendo la testa bassa per non vedere l’ombra, 
si avvicinava sempre di più al fantasma che, nel frattempo, continuava a 
dondolare dolcemente la capoccia e dire di no.
Al momento dell’incontro, mio nonno, in preda ormai al 
panico, togliendosi il cappello con deferenza, mormorò con un filo di voce “ “Buongiorno don Alessà!” alzando nel contempo gli occhi e fissandoli incredulo su…..un cardo mariano con una capoccia enorme che dondolava dolcemente nella brezza mattutina!!!

Quante risate ci siamo fatti con questo racconto! 
Mio padre, che aveva uno spiccato senso dull’umorismo, ce lo
raccontava con dovizia di particolari, aggiungendone sempre di nuovi per farci ridere. E noi ridevamo, eccome se ridevamo!


Da Natale alla Befana

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Quando penso a quegli anni, non posso non pensare ad una costante, una presenza senza la quale tutta l’atmosfera cambia, diventa grigia e senza gioia: la neve.
La neve ricopriva con un candido manto immacolato, tutto il nostro mondo conosciuto, fatto di alberi spogli, prati di erba fradicia, rocce, tra le quali giocavamo, ricoperte di muschio e licheni, strade fangose e pozzanghere ghiacciate.
Improvvisamente, tutto cambiava!
La guardavamo scendere col naso in su, ci scendeva sulla faccia, sugli occhi, nella bocca.
La mangiavamo, ci dissetavamo, aprivamo le mani ad accoglierla, correvamo nella tormenta per acchiapparla.
Certamente non ci tappavamo in casa a tremare dal freddo, noi correvamo nel vento insieme alla neve!
Non ricordo affatto di aver avuto freddo, anzi le nostre facce arrossate bruciavano come braci!
Se poi, la neve, fosse arrivata per Natale, il Natale sarebbe stato perfetto!
Ed essa arrivava quasi sempre. I miei Natali di bambina sono, nel ricordo, tutti bianchi.
Dopo il cenone della vigilia, fatto di cose semplici: spaghetti al tonno, baccalà fritto o in bianco, cavoli, zucchine e carciofi fritti, la pizzella colle nuci, amaretti e ferratelle, torrone ed altro ancora, si andava alla Messa di Mezzanotte.
Si lasciava il ciocco di Natale ad ardere nel camino surriscaldato, dove per l’intera serata, un gran fuoco aveva tenuto compagnia a tutta la famiglia e ci si avventurava nella notte gelida verso la Chiesa, dalla quale, già da qualche tempo, provenivano i richiami delle campane che suonavano a festa.
Man mano che si procedeva , altra gente si veniva aggregando con grandi esclamazioni di auguri e commenti su quello che ciascuno aveva mangiato.
Nella Chiesa regnava la confusione più completa, alla quale, non era estranea, una certa propensione al consumo di bevande alcoliche da parte degli uomini, ma anche delle donne, che, rendendo tutti più allegri, generava una gazzarra poco degna di una casa di culto.
La messa cantata era in latino, ed io ricordo tutte le preghiere dal “Gloria in excelsis Deo “ al “Pater noster” cantati a squarciagola e con grande partecipazione, da donne, uomini e bambini.
Naturalmente, il nostro latino, era alquanto maccheronico, ma, quando alle voci da contralto femminili, facevano eco le voci baritonali degli uomini, la suggestione era tale che la commozione diventava autentica e parecchi occhi si inumidivano con partecipazione sentita.
L’armonium per l’accompagnamento musicale era suonato quasi sempre dal Maestro Amanzi.
“Gloria in excelsis Deo” attaccava Don Giovanni con la sua voce stentorea in accordo con le campane che suonavano a festa “ et in terra pax hominibus” proseguiva tutta la congregazione all’unisono. Questa era la giusta frase in latino, io invece dicevo:
“Gloria in eccelsi Deo e in terra passa omnibus” e vedevo questa carrozza trainata da cavalli (omnibus) che passava ogni volta e, mi chiedevo come potesse conciliarsi con una messa cantata, ma cantavo contenta anch’io, con tutto il fiato che avevo!
Poi, alla fine, accompagnati da canti natalizi, si baciava Gesù Bambino, facendo una lunga fila fino all’altare, si ammirava il presepe e si usciva dalla parte della sagrestia, cercando di non cadere sui gradini perennemente sconnessi.
La canzone natalizia più bella per me, era “In notte placida”, dove la voce di mia madre vibrava di accoramento partecipe ed a me regalava brividi lungo la spina dorsale.
Fuori si salutavano parenti ed amici, rinnovando gli auguri e si tornava a casa dove un odore di legna ed un piacevole calore provenienti dal camino, ci accoglieva insieme al russare energico di nostro padre che, in genere, rimaneva a casa!
Poi, passata l’euforia dei giorni precedenti il Natale, man mano che le feste passavano, una dopo l’altra, e, le persone cominciavano a ripartire per i luoghi dove avevano la loro vita lavorativa, un velo di tristezza iniziava a ricoprire ogni cosa.
Si facevano visite ai parenti in partenza, di solito la sera dopo cena, si portava una torta e una bottiglia di vino e si festeggiava la partenza augurando un buon viaggio.
Ricordo un anno, ero tornata dal collegio dove studiavo e dove non ero affatto felice, una mia zia, zia Mariuccia, venne con una torta ed una bottiglia di spumante per augurare a me ed a mia sorella un buon ritorno a Rieti.
Mangiammo la torta che aveva portato e bevemmo la bottiglia di spumante.
Anch’io, sebbene non avessi più di 15 anni, bevvi un po’ di spumante. Improvvisamente, senza nessun’altra avvisaglia, mentre ridevo, iniziai un pianto convulso dal quale nessuno riuscì a farmi smettere, piansi tutte le mie lacrime a grandi singhiozzi, con grande costernazione dei presenti che non sapevano cosa fare e mi lasciarono piangere!
Solo mia zia Mariuccia, continuava a dire “U sci ‘mbesa, ecche a zia, bivite n’atra cria de spumante!”
Ho sempre avuto la sbronza triste!
Poi arrivava “la Bifania” che tutte le feste porta via.
La mattina trovavamo nella cenere del camino una calza piena di mandarini e caramelle
Era tutto! Ma la notte prima, con la faccia premuta contro il vetro ornato da trine di ghiaccio, avevamo cercato, con tutte le nostre forze, di individuare, tra un ghirigoro e l’altro il passaggio di una vecchina a cavallo di una scopa che ghignando si sarebbe infilata nel camino per lasciarci quei poveri, meravigliosi doni!
Ho un ricordo vivido di quei tempi, dovevo essere molto, molto piccola, ricordo mia madre che mi tiene in braccio e che mi porta sull’uscio di casa, poi mi dice indicandomi il cielo buio:
“guarda, quella è la stella cometa!” ed io guardando il cielo ricordo una grande stella luminosa, esattamente come quella che mettevamo sull’albero di Natale: cinque punte ed una lunghissima coda.
Per anni ho creduto che questo episodio fosse realmente accaduto, ma a ripensarci da adulta ho realizzato come dovesse, per forza, trattarsi di un sogno.
Un sogno bellissimo!
Di Befane però ne ho viste tante!

Le ferratelle

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Già, chissà perché alla luce dei ricordi tutto brilla come cosparso di polvere magica.
La magica polverina argentata delle nostra letterina di Natale, che immancabilmente, spargevamo dappertutto a forza di tirarla fuori dalla sua busta e mostrarla, segretamente, a tutti, prima di metterla sotto il piatto di nostro padre che, durante il pranzo della vigilia, avrebbe finto sorpresa ,scoprendo come per caso, quella busta sotto al piatto.
Che trepida attesa!
Le letterine le compravamo sempre alla bottega di Domenica.
A Natale questa bottega assomigliava alla fabbrica di cioccolato del famoso film di Tim Burton, almeno per noi bimbi.
L’atmosfera era la stessa, sebbene, ripensandoci adesso non ci fosse poi questa grande varietà di cose.
Cioccolate, torroncini avvolti nella carta argentata e colorata, grandi vasi di vetro pieni di caramelle, quelli che noi chiamavamo “robbis”, rossi e zuccherosi e che noi bambine usavamo per colorarci le labbra di rosso, qualche torrone, non ricordo panettoni neanche pandori, quelli sono venuti dopo, quando le cose erano già diverse.
Poi c’erano stoccafissi legnosi appesi al soffitto e grandi scatole di latta di pescetti marinati che sarebbero serviti per la cena della vigilia e di cui mio padre era ghiottissimo!
E, in un cassetto, c’erano le letterine, tante letterine, non ricordo quanto costassero se 10 o 15 lire, ricordo solo l’ansia e la gioia di correre a comprarle prima che altri scegliessero quella più bella.

Poi a scuola tra “ quela mè è più bella de quela tè” e “ ma che sta a dì questa è bellissima”
scrivevamo le solite sdolcinatezze ad uso e consumo dei nostri genitori, coprendo ciò che scrivevamo con una mano per non far copiare gli altri: “prometto, prometto, prometto………………..”
Innocenti promesse mai mantenute, soprattutto là dove promettevamo di essere più buoni!
Domenica, che grande donna! A volte, mentre noi eravamo nella sua bottega, scompariva, magari per girare il sugo che nel frattempo sobbolliva sulle braci del fornello, e, c’era sempre qualcuno che sgraffignava qualcosa, di solito i maschietti.
I più colpiti erano i torroncini che poi però venivano distribuiti equamente e mangiati con grande gusto durante la novena in chiesa.
Alla novena si andava per molti motivi, l’ultimo era quello per rendere grazie a Dio, almeno per noi bambini.
All’epoca non si metteva in discussione, almeno a Santa Anatolia, il fatto di essere cattolici o meno.
Eravamo tutti cattolici, oddio c’era un comunista “senza Dio”, Pippo Falcioni, che per ironia della sorte aveva sposato una donna che era stata suora e veniva chiamata ancora “la monica”. Ma questo comunista, secondo fonti attendibili (mio padre) nei momenti di pericolo invocava Dio!
Per dire come fosse radicato in noi il sentimento di appartenenza a questa religione, anche se poi, alla luce di nuove conoscenze, avresti voluto in parte distaccartene.
Così andavamo in chiesa con aspettative diverse, per dovere gli adulti, per divertimento i bambini.
La chiesa era tutto uno scintillare di luci e candele. Piano piano si riempiva di gente.
C’era sempre un gran cicaleccio, con gente che parlava a voce alta e che salutava quelli che erano tornati per le feste e che non si vedevano magari dall’anno prima, un gran sbirciare con:“chi è quela? Chi è quju?” “ Ma va? Ammazza e chi u reconosce più!”
Baci, abbracci e: ”chiudete la porta che fa friddu!” e “non se po’ chiude sta a entrà la gente!”……….. poi, “zitti è entratu u prete!”
Don Giovanni, sguardo truce, circolare su tutta la navata, silenzio… Poi, dopo che lo sguardo di rimprovero preventivo era stato accuratamente recepito, dava il via alla novena.
Raccontare l’atmosfera di questo rito natalizio intriso di sacro e profano, nello stesso tempo così innocentemente semplice, collocarlo in quell’arco di tempo del secolo scorso, in cui grandi cambiamenti premevano per venire alla luce, situarlo in un posto geograficamente così lontano dai grandi centri, con la televisione ancora relegata ad una condizione di solo sporadico divertimento, è compito quasi doveroso.
Soprattutto ora, alla luce dei nuovi accadimenti in campo nazionale ed internazionale, a conseguenza dei quali, una nuova semplicità viene auspicata ed incoraggiata e, nella quale condizione, è arduo, se non quasi impossibile, tornare.
Allora la semplicità era la norma. Non si faceva nessuno sforzo ad entrarci, già c’eri e non lo sapevi!
Se posso dire di essere stata felice nella mia vita, posso dire di essere stata felice in queste occasioni dove avevo poco o nulla ma dove una scintillante letterina di Natale faceva la differenza, faceva la felicità!
Certo se dopo la letterina arrivava anche qualche soldino eri doppiamente felice.
Quei pezzi argentati da 500 lire, pesanti, con sopra incisa una caravella chi se li scorda? (oggi sarebbe poco meno della terza parte di un Euro)
Erano il massimo a cui potevamo aspirare!
Ricordo la poesia di Natale di mio fratello Michele, il quale essendo sempre stato un furbetto, un anno la cambiò a suo proprio tornaconto.

Così, avrà avuto circa 6 anni, assistito da mia sorella Agnese, che è furbetta anche lei, salendo su di una sedia, ci stupì con questa poesia
“Buon Natale
È nato Gesù Bambino
Con il capo ricciolino
Date i soldi a Michelino!”
Non l’abbiamo mai più dimenticata!

Mia madre ci premiava invece con i dolci, tra i quali spiccavano le ferratelle che pur non essendo un dolce tipicamente natalizio, venivano fatte in grandi quantità in ogni occasione di festa.
La ricorderò sempre (mi chiedo quale infinita capacità di resistenza avesse) china sulle braci del fornello, a legna prima, e su quello a gas, dopo, munita del ferro che era stato di mia nonna e forse anche della mia bisnonna (del quale io ho perso le tracce), intenta a cuocere le ferratelle, due per volta, le quali uscivano così perfette da stupire noi bambini, che, mentre lei cuoceva, noi mangiavamo, rischiando di prenderle ogni volta!

La sua ricetta, e non solo la sua, è la seguente:
7 uova ( 4 intere e 3 solo tuorli)
7 cucchiai di olio
8 cucchiai di zucchero
1 buccia di limone grattugiata
Farina q.b.
Si impasta tutto secondo la consistenza voluta, si fanno delle palline con le mani unte di olio e si cuociono con l’apposito ferro sul fuoco stando bene attenti a non bruciarle e a non bruciarsi.
Poi si mangiano così o farcite con noci e miele, marmellata e adesso, anche con la nutella, oppure come volete.

Oggi esistono in commercio apparecchi elettrici che facilitano il compito, anche perché devo confessare che trovavo il ferro di mia madre complicatissimo, mi sfuggiva sempre dalle mani!

Quello che voglio ricordare di quei tempi è la sensazione di attesa. Eravamo sempre in attesa di qualcosa, che nevicasse, che venisse il Natale, che venisse la befana, il carnevale.
L’aspettativa di qualcosa di inusuale, meraviglioso: un Avvento perenne!
Ogni cosa a suo tempo ed ogni tempo con le sue cose, semplici succulente e terribilmente appaganti!
Non riuscirò mai a rendere l’idea del gusto e della soddisfazione che si ricavava dal rubare dalla dispensa una ferratella o altro dolce, per poi andarsela a mangiare di nascosto con la paura di essere scoperti e credendo di essere la persona più furba dell’universo!

Tempo di Natale: gli amaretti

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Mentre l’aria si faceva gelida e cristallina, per la neve e le gelate notturne, i tetti si adornavano di lunghi ghiaccioli acuminati che noi bimbi staccavamo e succhiavamo proprio come ghiaccioli. Le mani si arrossavano e dolevano, “ncennevano” come dicevamo infilandocele nelle tasche per scaldarle.
Quasi mai portavamo cappotti, solo maglioni di lana sapientemente lavorati dalle nostre mamme e nonne e scarponi quasi sempre risuolati da ‘Ngelucciu’ o Sabbatinu’ i scarpari “degliu paese ammonte”, “agliu paese abballe” ci stava invece ‘Lisandru’. Ma per Natale tutti avremmo avuto qualcosa di nuovo, un paio di scarponi o un vestito, se andava benissimo, magari, un cappotto.
Noi bimbi eravamo eccitati al pensiero, pensavamo alla Messa di Mezzanotte e come tutti ci saremmo scrutati per vedere chi avesse ricevuto la cosa più bella!
Come ci saremmo pavoneggiati nei nostri nuovi vestimenti e come le nostre mamme ci avrebbero adornato i capelli con nastri e boccoli. Parlo naturalmente sempre dei mitici anni ’50 e ’60. I vestiti erano meravigliosi all’epoca, le bimbe sembravano tutte piccole principesse, con vestitini colorati e sottogonne inamidate, ma questo più durante l’estate, in inverno, per la domenica e le feste, mettevamo cappottini colorati sui quali spiccavano le nostre scure trecce, ben strette e legate con nastri rossi. E’ chiaro, come con il passare del tempo, i ricordi si facciano sempre più dolci, perdano per strada quelle asperità, quelle crudezze, che nel momento in cui si vivono le cose, per forza ci debbono essere.
Così si dimenticano i pavimenti delle case sporchi di fango, la strada che va verso la fonte “ammonte” completamente ghiacciata e le “culate” dolorose per ogni caduta sul ghiaccio, o i geloni che piagavano i piedi e a volte anche le mani, o la mancanza cronica di legna per ardere che rendeva i dintorni di Santa Anatolia, brulli, poiché chiunque, per alimentare il fuoco nel camino, tagliava dove poteva. Chi se li scorda quegli asinelli carichi di frasche con il padrone dietro ad incitarli “ah, ah! e giù una frustata!
Ma poi, finiti i giochi nella neve, ricoverati gli animali nelle stalle, arrivava la sera. Le campane iniziavano a suonare all’imbrunire, ci chiamavano per i vespri e, prima di Natale per le novene. Non ricordo quante volte suonassero ma ogni chiamata aveva un suono diverso, l’ultimo scampanio era per “accennare”. Allora si sentivano donne, sempre donne, dire: “Ha accennatu? Scine? U allora me tocca sbrigà, mo sona pure u campaneglie!”

E andavamo in chiesa per la novena.

Don Giovanni ti guardava con sguardo severo se arrivavi tardi. La chiesa si riempiva di gente, gli uomini da una parte e le donne rigorosamente dall’altra e si iniziava. Allora si pregava ancora in latino e al momento del “Tantum Ergo”, io e le mie amichette ci sbellicavamo dalle risate con tutte quelle parole che finivano per “ò” come “giubilaziò” (jubilatio) e benediziò (benedectio) o laudaziò (laudatio) urlate a squarciagola da tutte le donne e uomini del paese, non avevamo assolutamente idea di cosa stessimo dicendo!
Ma mentre tutto ciò succedeva, alcune donne che avevano il loro turno nel forno continuavano a cuocere pane e dolci e, quando il vespro finiva, passando davanti al forno, capitava di trovarci donne intente a cuocere grandi “stagnatelle” di amaretti sapientemente preparati perché così doveva essere.

Ricetta degli amaretti così come si fanno a Santa Anatolia

Kg 1 di mandorle dolci
Kg 0.200 di mandorle amare
Kg 0,700 zucchero
N° 7 bianchi d’uovo
Scorza grattugiata di un limone

Si tritano le mandorle (oppure si frullano) si avrà cura di far asciugare bene le mandorle prima di tritarle o frullarle
Si uniscono alle mandorle tritate lo zucchero, gli albumi e la scorza grattugiata del limone, si amalgama per bene, poi si formano gli amaretti della grandezza voluta e si cuociono nel forno a fuoco moderato finché non sono di un bel colore dorato.
Attenzione a non cuocerli troppo altrimenti diventano dei bei sassi color caramello!

Quello che porterò sempre con me come immagine indelebile è il vociare a volte allegro a volte stizzito o addirittura incavolato, delle solite donne, intente a cuocere cose, nella luce del giorno morente e che al lume di una candela aspettavano che gli ultimi dolci cuocessero per poi lasciare il posto ad altre donne che con identici, antichi gesti, avrebbero ripetuto il miracolo della creazione di delizie prelibate