Archivi categoria: Uncategorized

Come volemo ji vauti!!! (Come vogliamo volare in alto!!!)

Standard

La guerra, specialmente l’ultima, la seconda guerra mondiale è una fonte inesauribile di racconti tragici.  Fame, distruzione, miseria, sopraffazione, morte, morte e ancora morte, ma soprattutto, mancanza, assenza, vuoto e disperazione.

Anche dalle nostre parti, sebbene in maniera minore che in altri luoghi limitrofi, i racconti della guerra ricalcano lo scenario conosciuto e tragico ma, come a volte fiori solitari nascono dal fango e ci rallegrano la vista, alcune storie, come quella che mi accingo a raccontare, ci fanno sorridere pur tra tanta sofferenza a testimonianza di come la forza della vita, l’ironia, sebbene amara, ci salvino e ci aiutino a superare anche le cose più dolorose.

Mio cugino, grande bevitore dalla parlantina sciolta, soprattutto dopo qualche bicchiere di quello buono, mi raccontò un giorno questo episodio che mi fece ridere fino alle lacrime un po’ per il racconto stesso, un po’ per il modo suo di raccontare spassoso. Non è affatto facile raccontare cose divertenti in modo da rendere la giusta atmosfera, il giusto ritmo, la giusta dimensione.

Negli anni della guerra anche la nostra zona brulicava di tedeschi. Il fronte non era così lontano e tutti sappiamo dei forti bombardamenti subiti da paesi a noi vicini come Massa D’Albe e la stessa Avezzano. A tal proposito ricordo l’immagine suggestiva scritta da un bimbo di mia conoscenza che aveva la nonna originaria di Tremonti. Luigi, così si chiama il bimbo, scrisse in un suo tema “ Mia nonna ha visto la guerra e i bombardamenti dalla finestra della sua casa” poiché Tremonti si trova in alto, sopra Tagliacozzo e i bombardamenti avvenivano sulla piana di Avezzano che era più in basso. E l’immagine immobile e silenziosa di questa adolescente, dietro i vetri di una finestra, che guarda gli aerei sganciare bombe, come guardasse un film, con il rombo dei motori, cupo, attutito dalla lontananza e dai vetri chiusi,che le rimbomba nelle orecchie, mi parve così surreale da risvegliare im me echi di incubi infantili mai superati.

A Santa Anatolia, i tedeschi,  avevano stabilito il loro quartiere generale a casa dei Placidi e si narra di urla e pianti provenire dal Villino con il tetto di ardesia, di gente torturata e forse uccisa. Di donne straniere dalle lunghe trecce bionde, sepolte clandestinamente in tutta fretta, nel cimitero ed anche di  gente morta per le bombe o inseguita e uccisa a fucilate dopo una spiata.

Insomma tutto ciò che possiamo immaginare che potesse accadere in un quartier generale tedesco, o durante un’occupazione nemica, credo sia avvenuto anche da noi.

Mia zia Maria, un giorno che era andata a prendere l’acqua alla fonte Abballe e tornava a casa con la conca di rame in bilico sulla testa, ad un tedesco che le chiedeva qualcosa sbarrandole il passo, rispose terrorizzata: ” vaffanculo!” e fuggì spandendo acqua lungo il cammino, tenendo la conca con tutte e due le mani, inseguita dalle risate beffarde del soldato tedesco.

All’epoca la strada che collegava Avezzano a Santa Anatolia era ancora bianca, non asfaltata e le comunicazioni avvenivano con mezzi di fortuna, soprattutto con carretti dalle grandi ruote di legno, trainati da muli o asini o con qualche rara macchina.

Anche da noi ci fu chi combatté clandestinamente contro l’occupante tedesco, ci furono vittime e collaborazionisti, nonché ragazze che si concessero al nemico per convenienza o per divertimento.

Un giorno, una di queste persone legate ad un gruppo clandestino di resistenza, un corvarese, stava trasportando, con un carretto, un carico di esplosivo da Avezzano a Corvaro. L’esplosivo era mimetizzato sotto botti di vino varie e paglia. Il povero diavolo con l’ansia alla gola, andava incitando di tanto in tanto il mulo, con un leggero colpo di frusta, non vedendo l’ora di arrivare alla sua meta. Il viaggio si prospettava lungo, sia perché doveva andare piano a causa del suo carico, sia perché il mulo più di tanto non poteva dare.

La paura faceva si che il povero carrettiere pregasse in continuazione il Signore che nulla avvenisse lungo il tragitto, in modo da farlo arrivare sano e salvo alla meta.

Così,  pregando ed imprecando alternativamente a seconda delle situazioni, procedeva lentamente lungo la strada polverosa e sconnessa.

Appena dopo Magliano, con il sole del pomeriggio che gli faceva lacrimare gli occhi e con la polvere della strada che gli seccava la gola, vide un’ombra lontana sul ciglio della strada, ferma, in attesa apparente di un passaggio. Avvicinandosi capì che si trattava di un soldato tedesco.

” Cavolo! E mò che faccio?” pensò disperato.

Il carrettiere, in preda alla paura, avrebbe voluto cambiare strada, ansioso si guardò intorno, ma non vide vie di fuga possibili e proseguì sul suo cammino. 

Fischiettando, cercando di apparire il più innocente possibile, cercò di passare oltre facendo mostra di non essersi accorto del soldato. Sfortunatamente però, quest’ultimo lo fermò con un gesto della mano e senza chiedere niente si issò a bordo del carretto, al suo fianco.

Subito il soldato si mise a parlare giovialmente nel suo stentato italiano, facendo mille domande, alle quali, il carrettiere rispondeva a mugugni.

“Povero me” pensava “se s’accorge di cosa trasporto sono finito!”

Il tedesco intanto, volendo fare il simpatico, chiacchierava a più non posso tra mille “ach” “was”,  mille “gut”, commentando il paesaggio e ridendo di sue spiritosaggini, che il povero diavolo, in preda allo sconforto, neanche riusciva a capire. Il poveretto riusciva solo ad annuire ed a sorridere a denti stretti!

Poi, con suo sommo terrore, il tedesco si accese una sigaretta e scuotendo il fiammifero in aria per spegnerlo, lo buttò dietro di sé con noncuranza.

Il fiammifero disegnò una parabola in aria ed atterrò tra le botti di vino.

Il carrettiere sapendo ciò che c’era sotto la paglia sbiancò dalla paura ma stette zitto e pregò Dio che lo aiutasse. Nel frattempo, il tedesco, continuava a parlare e mentre parlava tirava lunghe soddisfacenti boccate dalla sua sigaretta, scrollando la cenere sul piano del carretto, sopra l’esplosivo.

Ogni tanto, vedendo che il suo interlocutore non rispondeva, preda di un mutismo terrorizzato, chiedeva:

“cosa dire tu?” e riprendeva a parlare senza attendere la risposta, chiedendo di questo e di quello e a buttare la cenere sull’esplosivo.

Boccata dopo boccata la sigaretta era finita, non rimaneva che la cicca con la punta incandescente.

Il tedesco , dopo aver fatto l’ultimo tiro, la spense in malo modo sul fianco del carretto e, sotto gli occhi terrorizzati del povero Cristo, la buttò dietro di sé tra le botti, sopra l’esplosivo. Nel buttarla fece l’ennesima domanda al carrettiere:

 “allora, dimmi, cosa dire tu?”

“Ehhhhh!” disse il poveretto rassegnato

 “ E che te pozzo dì? Come volemo ji vauti!!!!!”

Annunci

Signorina Nero e la lasagna a modo mio

Standard

P1050349P1050341

E’ molto che non scrivo. Le ragioni sono molteplici e non è il caso di elencarle tutte. Una di esse riguarda il fatto che mi sembrava di aver concluso un ciclo e la cosa mi aveva rattristato. Un anno era passato ed in quell’anno molte cose erano successe, belle e brutte. Qualcosa era irrimediabilmente cambiato intorno a me e l’aver rievocato i tempi passati con nostalgia e rimpianto, la constatazione che molte delle persone che avevano fatto parte di quel passato se n’erano andate per sempre, mi aveva gettato addosso una malinconia strana. Come se con l’ aver rievocato quei tempi, non più solo nella mia mente ma nero su bianco, io li avessi in qualche modo sepolti. Era una sensazione strana che mi faceva sentire svuotata di energia. Come se l’aver collocato quei ricordi altrove avesse lasciato in me un vuoto incolmabile che mi lasciava triste come dopo l’abbandono di una persona amata. Mi guardavo intorno e mi dicevo: “Cosa farò adesso?”Ero piena di progetti per la verità, ma allo stesso tempo non avevo la forza di attuarli. La situazione intorno a me non mi aiutava. Dovunque io guardassi non c’erano motivi per gioire. Crisi, politica, lavoro, non c’era una cosa che andasse bene. Poi, malgrado tutto, ho capito che ciò che provavo andava in qualche modo deprivato dal suo effetto distruttivo, ho capito che avrei dovuto reagire e riprendere ciò che avevo interrotto e che in qualche modo mi aiutava a vivere.

Ho in mente di raccontare storie legate alle famiglie di Santa Anatolia, andrò da chi vorrà collaborare e mi farò raccontare la Santa Anatolia vista nell’ottica delle loro famiglie. Ho idea che scoprirò cose interessanti, tragiche, divertenti, comiche. Vorrei riportare alla luce personaggi dimenticati che hanno fatto la storia di questo paese, prima che il tempo ci metta una pietra sopra e tutto cada nel dimenticatoio. Nel contempo vorrei che queste persone mi regalassero una ricetta legata alla loro famiglia con annesso aneddoto relativo alla preparazione o al consumo di essa.

Ci riuscirò? Spero di si con la collaborazione di chi vorrà!

Orai naturalmente inizierò con una storia che riguarda la mia famiglia e che mia madre mi ha raccontato alla sua maniera da affabulatrice innumerevoli volte.    

                                                      

                                                ************************************

Oggi fredda giornata di un maggio insolito, ma poi perché tanto insolito non si sa. Ricordo altri mesi di maggio come questo. Ricordo quei mesi di maggio a Senigallia, al sesto piano dell’hotel Diana. Quelle piogge sferzanti, battenti contro i vetri delle finestre e i rondoni impazziti che venivano a schiantarsi contro di essi. Il mare in burrasca, latteo e verdastro all’orizzonte, le onde che si abbattevano sul bagnasciuga lasciando quintali di detriti. La musica di De Andre’ in sottofondo ed io che, sebbene assunta con mansioni di segretaria, pulivo le stanze non avendo altro da fare. Ero triste e nostalgica del mio paese lontano, il mio paese sui monti, mia madre, mio padre i miei fratelli. Tutto mi mancava! Pioveva sempre di maggio a Senigallia e la pioggia si accordava perfettamente al mio stato d’animo. L’hotel vuoto, grigio e polveroso, i miei passi rimbombanti sul linoleum  giallastro dei corridoi vuoti,   la solitudine. Sembrava che giugno con i primi clienti e l’allegria, non dovessero arrivare mai. Per questo, questo maggio così piovoso non lo sento estraneo, quasi lo riconosco nei suoi scrosci di pioggia gelida e nelle folate di vento  improvvise, sebbene il paesaggio sia diverso e, al posto del mare burrascoso, si scorgano montagne coperte da nubi minacciose e persino neve. Oggi, dicevo, per colpa della pioggia battente che non invogliava alla passeggiate, ho iniziato l’operazione nostalgia, spulciando nei cassetti alla ricerca di vecchie foto ed, ecco, dimenticata in fondo a uno di essi, la foto di mio zio Pasquale. Una foto datata inizio anni 40 del secolo scorso.

Povero sfortunato zio, morto solo un mese dopo la sua partenza per la guerra, morto di malattia perché partito già ammalato di broncopolmonite. Questa foto lo ritrae sorridente su di un aereo con tanto di casco. Naturalmente si tratta di un aereo finto, un fondale di quelli che usavano i fotografi all’epoca. Sorride mio zio nella foto, sorride ed è uguale a mio cugino, Pasquale, anche lui morto troppo giovane.

Mi sono seduta sul letto con la foto in mano e i ricordi hanno iniziato ad affollarsi nella mia mente. Mia madre, sua sorella, raccontava con dovizia di particolari aneddoti  di quel periodo, commoventi, tragici, comici anche. Ce n’è uno che io ricordo con commozione, non riguarda proprio mio zio direttamente,  ma è, in qualche modo, legato alla sua morte. 

Si era in tempo di guerra, mio zio era morto da poco e naturalmente, come si usava a quel tempo mia madre vestiva di nero in segno di lutto. Mia madre aveva una grande amica del cuore con la quale condivideva ogni più singolo e segreto pensiero, Maria (Maria Felicita, è per questo che io  mi chiamo così, ma questa è un’altra storia!), che abitava in una delle case post terremoto del 1915, da poco consegnate alla popolazione di Santa Anatolia. La casa era disposta su due piani, per salire al piano superiore c’era una scala esterna con un ballatoio in cima.

In quel periodo, penso fosse primavera, c’era in paese un contingente slovacco, aggregato alle truppe tedesche. Un giorno, questi slovacchi, avevano festeggiato una loro ricorrenza, durante la quale si erano divertiti a buttare secchiate d’acqua addosso alle ragazze del paese. Anche mia madre si era presa la sua bella secchiata di acqua gelida, con suo grande disappunto e le era rimasta una rabbia dentro difficile da digerire.

Il giorno seguente a tale ricorrenza, mia madre andò  a lavarsi i capelli in casa della sua amica Maria. Avevano tutte e due capelli bellissimi, neri, lunghi folti e ricci come usava in quegli anni. L’operazione era lunga e complicata poiché, dopo il lavaggio, dovevano avvolgere ogni singola ciocca in pezzetti di stoffa in modo che i ricci fossero perfetti, l’operazione  si  svolse sul ballatoio della casa, in cima alle scale. Vi era nei pressi il luogo deputato alla preparazione dei pasti delle truppe, ancora alleate, e tutto intorno alla casa, era un via vai di soldati che si recavano a prendere il rancio con le loro gavette.

Mia madre, vestita di nero e Maria asciugavano i capelli all’aria (non so perché ma ho sempre pensato che non fosse un giorno di sole, forse perché la guerra per me si è svolta in un grigiore triste e persistente, nel quale difficilmente il sole trova posto, per lo meno nel mio immaginario) e osservavano il via vai dall’alto del ballatoio con un catino pieno di acqua appoggiato sul muretto. Il catino era colmo dell’acqua con la quale si erano risciacquate i capelli. Così,  osservavano divertite l’andirivieni, facendo commenti  e ridacchiando tra di loro, come solo due ragazze giovani sanno fare  anche in momenti tragici. Mentre sghignazzavano commentando ora l’uno ora l’altro milite affamato, un giovane soldato ebbe la sfortuna di passare sotto il ballatoio con la gavetta piena di rancio fumante, e mia madre, improvvisamente presa da un impulso irrefrenabile,  afferrò il catino pieno d’acqua e glielo rovesciò addosso. L’acqua sporca finì dentro la gavetta con il rancio.  Il povero soldato alzò gli occhi verso il ballatoio, dove mia madre non fece in tempo a nascondersi, e con una voce triste, indicando mia madre disse sconsolato:

 “Io videre……….tu, signorina nero!” ,alludendo al fatto che mia madre vestiva di nero, poi abbassò la testa  rassegnato.

Bene, potete crederci o no, mia madre, ancora dopo tanti anni, pativa il senso di colpa per aver privato quel povero soldato del suo rancio quotidiano.

Io, da parte mia,  ogni volta che lei raccontava questa storia, piangevo con dei lacrimoni cocenti,  che, durante la fine del racconto, erano andati man mano maturando, gonfiandosi nei miei occhi, finché sgorgavano straripando lungo le guanciotte di bambina  finendo con sapido sapore, nella mia bocca spalancata,  dove i singhiozzi erano pronti, ma non potevano uscire, per via del nodo doloroso che mi stringeva la gola.

Ancora oggi, l’idea del povero soldato slovacco che quel giorno digiunò per colpa di mia madre, mi provoca lo stesso nodo alla gola. Per fortuna, mia nonna, li ripagò generosamente e con gli interessi, tant’è vero che agli inizi  degli anni ’60, uno di loro, Jan Kamenski, ci rintracciò e aprimmo una fitta corrispondenza, con lui ed i suoi figli, scambiandoci notizie e doni reciproci (ho ancora bellissimi bicchieri di cristallo di Boemia,  ambrati e finemente cesellati, sebbene arrivassero sempre in numero dispari poiché strada facendo se ne rompeva sempre qualcuno). Durò fino agli inizi degli anni ’70 quando, come spesso succede nella vita, altre cose ci distrassero e la corrispondenza si interruppe. Ma io ricordo i loro nomi e la loro felicità durante la breve primavera di Praga, interrotta bruscamente dai sovietici con i loro carri armati. Ricordo il nostro sgomento alla vista di quelle immagini in bianco e nero che spazzavano via le speranze di un popolo che aveva creduto nella ritrovata libertà.

Bozena, Dusan, Jan, i figli,  spero siano felici, ovunque essi si trovino in questo momento.

Sto guardando fuori dalla finestra e, tra un vaso di geranei intirizzito e un vaso di rose che si ostinano a credere che sia primavera, scorgo un pezzo di cielo plumbeo, in lontananza odo il rombo del tuono, ed allora penso che non sia il caso di uscire, uscirò insieme al sole come le “ciammaruche”.

Ma giusto perché l’ozio è il padre dei vizi, e voglio fare qualcosa di utile,  vi presenterò una mia ricetta, sperimentata oggi, che credo mi sia riuscita piuttosto bene.

Lasagna quasi vegetariana a modo mio

Le quantità dipendono da quanto grande volete fare la lasagna, dovrete fare ad occhio in modo che la lasagna non risulti troppo secca.

Per questa ricetta occorrono tutte le verdure che avete nel frigorifero o fuori e della pasta per lasagne.

Patate, carote, porri, cipolla, peperoni, zucchine, melanzane, topinambur (facoltativi io ce li avevo!) pomodorini, basilico, insomma qualsiasi cosa vegetale e commestibile che riuscite a trovare. Bisogna tagliare tutto a pezzetti molto piccoli.

Prendete una padella capiente, versateci dell’olio extra vergine ed il porro tagliato a rondelle (potete sostituire il porro con dello scalogno se volete) ed uno spicchio d’aglio, fate soffriggere per un po’ stando attenti che non brucino. Eliminate l’aglio e  versate tutte le verdure nella padella e fate stufare per una decina di minuti insieme al basilico (aggiungere poca acqua se le verdure tendono a bruciare, il fuoco comunque deve essere basso) Quando le verdure saranno diventate morbide, ne frullerete una parte insieme a poco latte (anche di soia). Mescolare poi le verdure frullate e quelle stufate, oppure potrete frullarle tutte grossolanamente. Aggiustate di sale e poco pepe. Prendere poi una pirofila rivestitela con la pasta per le lasagne (se si tratta di pasta fresca bisogna sbollentarla in acqua bollente per qualche minuto e poi raffreddarla in acqua fredda come per le altre lasagne canoniche). Versare una quantità sufficiente di ripieno di verdure e spolverizzare con parmigiano abbondate (oppure pecorino per chi ama sapori più forti). Procedere poi con altri strati fino ad esaurimento ingredienti. L’ultimo strato dovrà essere senza condimento. Prendete 2 uova sbattetele in un piatto con un po’ di sale e versatele, uniformemente, sulla superficie della lasagna. Come ultima cosa spolverizzate ancora con abbondante parmigiano ed infornate a 180° finché la superficie della lasagna non avrà preso un bel colore dorato. L’importante è che la farcia di verdure sia morbida (potete aggiungere del latte o della panna,  se è troppo secca) ma non liquida. Volendo potete unire al composto una mozzarella tagliata a dadini. Questo è un ottimo sistema per riciclare avanzi di verdure e formaggi che  a volte rimangono nel frigo in attesa di una qualche utilizzazione e che se non usati tempestivamente finiscono nel bidone dell’umido.

Visto i tempi meglio la mia lasagna!