Archivi categoria: Storie davanti al camino

Novembre, la malinconia e i carciofi

Standard

novembrecarciofi 019carciofi 021
Ecco che il ciclo si chiude. Era novembre quando iniziai questo viaggio nei ricordi, è di nuovo novembre, e sono qui, ancora sotto al tiglio, solo che adesso il tiglio, non mormora parole leggere con leggero stormire di foglie. Il tiglio geme, è scosso, frustato da un vento freddo e le foglie dorate di ottobre sono diventate brune e giacciono sul terreno, fradice di pioggia, sporche, scivolose. I suoi rami, grigiastri, striati di muschio, protendono le loro braccia al cielo grigio, uniforme.
Un sentore forte, dolciastro, di decomposizione mi arriva alla narici. Lo aspiro sebbene tutto dica: morte! Rabbrividisco di freddo e di tristezza.
Morte, vita, resurrezione! Smuovo piano, con la punta delle scarpe, lo strato di foglie marcescenti e, sotto, mi appare ancora l’erba verde e rigogliosa. La vita vegetale, sotto le foglie morte, resiste, non si arrende alle gelate, dovrà farlo prima o poi ma la sua non sarà che una morte apparente.
Al primo raggio di sole primaverile risorgerà più verde e rigogliosa di prima, sconfiggerà la morte con la forza della vita.
Mi guardo in giro, i gatti mi osservano da lontano, guardano questa figura avvolta in strati di calda lana e sono immobili. Ci fissiamo, mi scrutano, qualcuno di loro muove passi esitanti verso di me, aspettano. Ma io non ho nulla da dare loro, niente, sono solo di passaggio. E’ la nostalgia che mi ha spinto a tornare a casa.
Questa è la mia casa mi dico. La guardo, vuota, silenziosa, le imposte chiuse, muta.
Adesso entro ed accenderò il camino, farò un gran fuoco, la tristezza sparirà e i ricordi mi terranno compagnia.
Non so spiegarlo, ma, quando torno in questa, che è stata la mia casa per un lunghissimo arco di tempo, mi piace aprire tutti i cassetti, frugare negli armadi, sfogliare vecchi libri e album di fotografie alla ricerca del tempo perduto.
Apro, chiudo, sfoglio, ricordo.
Mia madre sorridente tra i suoi fiori, mio padre intento a spaccare legna con l’accetta, i miei nipoti piccoli, Matteo col braccio rotto, Marco vestito da piccolo marinaio per un carnevale, Paolo e Stefano tra i pomodori dell’orto, Luca, ad un anno, in braccio a mia madre, Federico a due anni, nella neve, che addenta una pizza bianca più alta di lui, Gianmarco, paffuto e roseo con una testa di ricci biondi, Alessia tra le ortensie piccola e bionda che mi guarda senza sorridere ed Eleonora, sul mio letto, che sgrana gli occhi mentre gioca con la mia bigiotteria e ancora feste di Natale e Pasque, di chissà quale anno e i miei fratelli, le mie sorelle tutti giovani, magri e belli. Dove sono andati quegli anni?
Il fuoco che arde allegro nel camino mitiga la mia tristezza, lascio che il calore mi bruci le ginocchia, mi arrossi la faccia e mi asciughi gli occhi. Guardo le fiamme che guizzano veloci, sono ipnotiche quasi si fa fatica a staccare gli occhi. Scoppiettii, scintille, “monachine” che salgono verso il cielo. Quanti giochi, quante risate, quante lacrime! Quanta gente è passata in questa stanza! Sono tutti qui, vivono nelle vibrazioni dei mobili nello scricchiolio dei tetti, nei pavimenti consumati dai passi, nell’intonaco dei muri che ha assorbito le loro emozioni.
Qui siamo nati tutti noi fratelli, queste mura hanno sentito il nostro primo vagito, qui abbiamo respirato la nostra prima boccata di ossigeno, abbiamo mosso i nostri primi passi e pronunciato le nostre prime parole. Questa è la nostra culla, il nostro nido, l’utero virtuale che ci ha partorito. E’ la mia, la nostra casa. Per quante case noi possiamo avere nel mondo, questa è “casa” e niente potrà mai cambiare questa realtà.

Mi rannicchio nella poltrona e chiudo gli occhi. Sento la voce di mio padre che racconta della guerra, della sua vita da carabiniere, sento mia madre che parla di notti di luna piena e “chiara” sento gli schiamazzi dei miei fratelli, la radio che canta insieme alle mie sorelle. Sento le risate dei miei nipoti e e il cicaleccio di quelle grandi, allegre, tavolate domenicali. E’ così che mi sento a novembre, piena di nostalgia e desiderosa di calore umano.
Per quanto mi sforzi, non riesco a visualizzare immagini allegre legate a novembre. Malinconiche si, ma non allegre.
Novembre iniziava con il giorno dei morti e con la visita al cimitero. Forse già questo predisponeva alla tristezza.
I campi arati erano scuri sotto un cielo di solito grigio, ma il grano seminato nei solchi aveva già iniziato a germogliare ed a me veniva in mente la filastrocca del chiccolino
“Chiccolino dove sei?
Sotto terra non lo sai?
E la sotto non fai nulla?
Dormo dentro la mia culla…………………….

Natale sembrava ancora lontano, e i rintocchi delle campane, che al tramonto suonavano il Vespro, erano cupi e lenti. Se guardavi le montagne, poi, erano quasi sempre nascoste da una coltre grigia di nuvole pesanti e basse. La porzione di esse non nascosta dalle nuvole, era anch’essa grigia. Insomma ovunque si girasse lo sguardo era il grigio a dominare, in tutte le sue sfumature. Il grigio del cielo, delle montagne e dei tronchi degli alberi che sembravano, allo sguardo, soli ed abbandonati. Mandorli spogli, intrisi di pioggia, con solo qualche grigia cornacchia appollaiata sul ramo più alto, a far loro compagnia. Querce non ancora spoglie, grondanti pioggia con un tappeto di ghiande miste a fango alla base. Strade fangose, pozzanghere infide, scarponi che diventavano pesanti per la terra che si attaccava alle suole e infangava i pavimenti. La sera ci si stringeva vicino al camino e quando veniva l’ora di andare a letto c’era la cerimonia del prete.”U prete!” senza il quale il letto sarebbe stato freddo e umido e che spesso era causa di incendi e strinature di lenzuola.Era, il prete (chissà perchè era chiamato così? Ci vedo una certa malizia paesana) una gabbia di legno fatta di doghe convesse, due inferiorie due superiori, che si toccavano alle estremità a formare un’ellisse doppia e parallela con al centro assi di legno quadrate o rettangolari. Il prete veniva messo nel letto e sulla base inferiore veniva poggiato un braciere (u coppe) pieno di braci roventi, serviva a scaldare le lenzuola, ma se ti distraevi un attimo o non posizionavi bene il braciere, potevi fare un bel falò! Ma infilarsi nel letto dopo aver tolto il prete era un piacere al quale pochi rinunciavano. A novembre, poteva succedere, che una mattina, tuo padre, venisse nella tua camera, dove dormivi al calduccio abbracciata a tua sorella e spalancasse le imposte dicendo con tono gioioso:
“Ficcatevi sotto le coperte! Guardate che meraviglia!” e noi, insonnoliti, guardavamo increduli lo spettacolo della prima neve che scendeva copiosa e leggera dal cielo, imbiancando cose e case e coprendo tutto quel grigio con un meraviglioso e brillante manto bianco.
Allora ci stringevamo l’un l’altro sotto le coperte e guardando la neve scendere pregavamo Dio che la lasciasse scendere a lungo.
La neve ci restituiva la gioia, vestiti sommariamente, non vedevamo l’ora di tuffarci nella sua morbidezza, fare pupazzi di neve e a “palloccate”.
Poi i più bravi avrebbero improvvisato gare di sci lungo “ u prate” cioè il prato per antonomasia, il luogo mio dell’anima, quello che va dall’Ara de Placidi fino “agli Quadri”
Un pendio abbastanza lungo che in inverno era un campo da sci, in primavera un mare verde di erba e d’estate il luogo di tutti i nostri divertimenti all’ombra dei mandorli.
Si andava a scuola lo stesso però. Non c’era nevicata che bloccasse lo svolgersi regolare delle lezioni. Poiché in quegli anni le nevicate erano frequenti ed abbondanti, avremmo rischiato di perdere lunghi periodi di scuola altrimenti.
Si andava a scuola, scarponi rotti o no. Una bella passata di sego “siu” sulle scarpe per non farci “umà” l’acqua e via. La scuola era riscaldata da una stufa a legna e spesso portavamo con noi anche pezzi di legna per alimentarla.
Ricordo i miei maestri, qualcuno con affetto, altri no. Ne ricordo uno in particolare, neanche tanto malvagio, ci mandava in punizione nella neve, in ginocchio, con le mani alzate al cielo e senza cappotto. Ricordo mia madre, l’unica volta che è capitato a me, irrompere nella classe e con fare minaccioso dire al maestro ” che sia la prima e l’ultima volta, quando avrai figli tuoi, potrai trattarli così, mia figlia mai più!” Il maestro non aveva figli, rimase senza parole, ma nessuno andò più in punizione in quel modo!
C’era e c’è a Santa Anatolia una maestra, la Signora Ortensia, oggi novantaquattrenne, che per un periodo, appena diplomata, ha insegnato a Cartore. I santanatoliesi sanno dove si trova Cartore e quanto sia difficile ancora oggi raggiungerlo. Ortensia è una donna piccolina, si e no arriva al metro e cinquanta, ebbene questo scricciolo di donna andava ad insegnare a Cartore a dorso di cavallo e con qualsiasi temperatura o tempo atmosferico. Ogni giorno saliva sul suo cavallo e con la pioggia, con il sole o con la neve, andava a Cartore. Attraversava campi, valicava colline e attraversava boschi. Partiva all’alba in sella al suo cavallo, prendeva la strada che dal Pontone costeggia ‘Ncolanesce, sale sulla collina, arriva a Colle Pizzuto e poi va verso Cartore dove l’aspettava una scuola semidiroccata con il tetto sfondato, forse dal terremoto del 1915.
Una mattina doveva ripartire da Santa Anatolia ed essere a scuola in tempo per l’orario di apertura. Aveva nevicato molto, ma lei montò a cavallo con l’aiuto del padre e si avviò verso Cartore. La neve alta rendeva difficoltoso il cammino del cavallo e tutto intorno il silenzio era perfetto. Arrivata nei pressi di Colle Pizzuto il cavallo iniziò ad innervosirsi, divenne inquieto. Erano tempi quelli in cui i lupi erano molto numerosi e con il cattivo tempo scendevano a valle in cerca di cibo. Il cavallo aveva sentito i lupi che si aggiravano nei pressi. All’improvviso si imbizzarrì e disarcionò la povera Ortensia che fu sbattuta a terra dove per sua fortuna atterò sul soffice manto della neve. Il cavallo imbizzarrito, nitrendo di spavento, fuggì verso Santa Anatolia lasciando la poverina semisepolta dalla neve. Alla coraggiosa maestrina non restò che spolverarsi la neve di dosso e riprendere la via di casa nella neve che, quasi, era più alta di lei.
Arrivata a casa trovò il cavallo tranquillo nella stalla ed i suoi parenti che si preparavano ad andare a cercarla spaventati dal ritorno del cavallo “scosso”. Difficile pensare a qualcosa di simile adesso!
Novembre è un mese sospeso, è l’anno ormai incanutito che si avvia verso la fine, Novembre è un mese saggio, è un vecchio che racconta, parla tra sé e ricorda.
A volte Novembre ha guizzi di insospettata giovinezza, come un fiore piccolo e giallo che sbuca dal mucchio delle foglie morte, un raggio di sole, può darti l’illusione della primavera e si torna a sorridere.
Novembre è una calda coperta che ti avvolge, è la pioggia gelida che il vento ti sputa sulla faccia, è il muggire delle mucche nelle stalle è il belare stanco delle greggi nei crepuscoli bui, è il camminare rasente i muri delle case in cerca di riparo.
A novembre, più che mai, con il freddo che penetra nelle ossa, sentiamo il bisogno di qualcosa di gratificante per ritemprare corpo anima, allora potrà essere consolatorio il profumo di un bel pollo arrosto con le patate che ti accoglie quando torni a casa, un piatto di polenta con le salsicce, una densa minestra di fagioli o ceci.
Io ripenso alle polpette di mia madre ed al pane appena sfornato intinto nel loro sugo accompagnati da un bel tegame di carciofi e patate.
Per chi volesse gustarli ecco la ricetta:

Ingredienti:
Carciofi romaneschi, patate, olio, mentuccia, sale, mollica di pane, acqua.

Pulire bene i carciofi, togliere le foglie più dure, tagliare la punta di due o tre cm.
Allentare la consistenza delle foglie senza romperle, metterli per una decina di minuti in acqua dove avrete spremuto mezzo limone.
In una ciotola preparare una panure con mollica di pane sbriciolata, sale, olio e mentuccia
oppure prezzemolo.
Preparare un tegame dove verserete dell’olio, non molto.
Riempire i carciofi con la farcia cercando di farla penetrare bene tra un giro di foglie e l’altro. Posizionare i carciofi nel tegame con l’olio facendoli rimanere ben dritti.
Perché non si adagino su un fianco, tagliare una patata o due a pezzi e metterla nel tegame a sostegno dei carciofi.
Riempire il tegame di acqua fino a circa ¾ dell’altezza dei carciofi e salarla.
I carciofi non devono mai essere sommersi dall’acqua altrimenti la mollica diventa una pappa.
Far cuocere per circa una ora aggiungendo acqua ogni volta che occorre perché i carciofi non brucino (fare attenzione che l’acqua non vada sulla sommità dei carciofi mentre bolle).
Non coprire il tegame mai. Quando l’ultima acqua sarà evaporata, le patate e i carciofi saranno cotti a puntino ed alla base rimarrà solo l’olio insaporito dai carciofi e dalle patate.
Ricetta semplice ma gustosa, non proprio santanatoliese ma io l’ho sempre mangiata fin da piccola e devo dire la verità, avendola mangiata molte volte da altre parti, “quela de mamma era più bona!” ed a me ricorda molto mia madre.

Ottobre, la luna e la pizza gialla

Standard

10 novembre 201 021020001004

Cos’è questo brivido freddo, questa voglia di avvolgersi in un caldo scialle e salire sulla collina a farsi sferzare il viso dal vento e da gelide gocce di pioggia.
Cos’è questa voglia di andare, guardare tra le pietre, sbirciare tra i cespugli, frugare tra l’erba, alzare gli occhi verso questo cielo plumbeo e sfidare le raffiche di tramontana che strappano i vestiti di dosso e le foglie dagli alberi.
Cos’è quest’ansia che mi afferra, questa urgenza di vedere, controllare, imprimere nella mente ogni cosa, prima che tutto cambi, prima che tutto muti e piombi nel silenzio ovattato della stagione malinconica, della stagione struggente, della stagione degli addii, l’autunno. Devo controllare tutto, imprimermi nella mente tutto ciò che tra qualche tempo muterà.
I cespugli di more con ancora frutti semisecchi attaccati, i mandorli con le foglie sottili e giallastre che cadendo formano tappeti marcescenti e dall’odore pungente sull’erba bagnata, le querce con ancora le foglie verdi e vitali, tra le quali si intravedono piccole ghiande perfette, lucide e dal cappuccio rugoso.
Controllare i cespugli di rosa canina con le rosse bacche mature e dall’interno peloso, il muschio odoroso, i licheni abbarbicati alle pietre, le felci ingiallite, i piccoli fiori rosa e gialli che sfidano il vento indomiti.
Tutto, tutto devo incamerare nella mia mente. Tra breve le piogge ed il gelo cambieranno il paesaggio ed io voglio ricordare.
Lo so, tornerà la primavera, ma se c’è una cosa che ho imparato nella mia vita è che niente ritorna davvero. Ogni cosa sarà nuova, come l’acqua del fiume che sebbene sembri immutabile, non è mai la stessa a scorrere davanti ai nostri occhi.
Tornerà la primavera, ma per il momento è l’acqua gelida delle prime vere piogge ottobrine che ci fa già piombare in quell’atmosfera uggiosa, che solo un bel fuoco scoppiettante, dalle lunghe fiamme saettanti, può fugare .
Guardando ad est verso il Monte Velino, nulla si scorge se non nuvole minacciose che nascondono le montagne ed ad ovest, il monte dietro a Torano è scuro e misterioso, solo un chiarore aranciato appena visibile,dietro la coltre di nuvole, lascia intuire a tratti, che il sole, sebbene nascosto, non è scomparso del tutto e che forse domani ci scalderà di nuovo.
“ Rosso di sera o piscia o soffia!” dicevano i nostri padri.

Una volta, ai miei tempi, ad ottobre si tornava a scuola. Non vedevo l’ora di tornare. Non vedevo l’ora di avere i nuovi libri. Mi piaceva il loro odore di stampa fresca, li annusavo, li toccavo, li sfogliavo con ansia e poi nel giro di una settimana, soprattutto il libro di lettura era bello che finito. Che meraviglia! Le illustrazioni, i racconti, mi proiettavano in mondi per me fantastici. Mi immergevo completamente nella lettura, talmente profondamente che i richiami di mia madre non riuscivano a penetrare quel mondo fantastico e, spesso, venivo svegliata da quel sogno, con uno strattone energico.
Era il tempo in cui, mia madre mi mandava a prendere il latte da Fernando Panei. Fernando aveva solo una mucca, la ricordo nella sua stalla, agliu Travineglie, la testa sporgente dalla porta chiusa da un mezzo cancello di legno e rete metallica, era marroncina e mansueta, e ci scrutava tranquilla con i suoi occhi bovini, mentre tornavamo da scuola, allegri e vocianti.
Non so quanto latte producesse, ma di quel latte, un litro veniva messo da parte per noi bambini.
Io ero felice di andare a prenderlo. Adoravo quella casa così diversa dalla mia. Era una casa che la Signora Cristina rendeva calda ed accogliente. Il fuoco era sempre acceso nel loro soggiorno e dalla cucina provenivano sempre degli odorini allettanti!
Ma cosa per me fiabesca, vicino al camino c’era una scaffale pieno di libri. Libri per ragazzi poiché il loro figlio aveva solo un anno più di me.
Ho letto tutti quei libri. Credo io li divorassi letteralmente.
Ricordo quei crepuscoli freddi, tra il lusco ed il brusco, io che camminavo spedita verso la loro casa con la bottiglia del latte vuota, il vento che soffiava o a volte, la neve che mulinava e rendeva il mio viso rosso e bruciante. Salivo le scale di corsa e tutto ciò che aspettavo era il momento in cui avrei scelto il libro da leggere.
Poi, con la bottiglia del latte piena ed il libro, stretti bene bene al mio petto, correvo verso casa per immergermi nella lettura, sorda a tutti gli schiamazzi e le urla dei miei fratelli.
Ottobre, le prime nevicate sui monti:

“Quanne Veglinu se mette u cappeglie, vinnite le capri e fatte u manteglie, quanne Veglinu se scopre le braghe, vinnite u manteglie e fatte le capre!”

Mio padre diceva questa filastrocca tutte le volte che il Velino si imbiancava per la prima volta.
Da tempo armai i pastori avevano lasciato la montagna per far ritorno al paese e all’imbrunire, il monotono belare delle pecore che tornavano all’ovile, era ridiventato consuetudine.
Li vedevi passare con l’ombrello a tracolla, un grande ombrello robusto, di solito di un verde scuro sbiadito dalle piogge, con righe orizzontali di vari colori.
Avevano, poi, un bastone al quale appoggiarsi e con il quale rimettevano in riga le pecore indisciplinate. Li seguivano i cani, i bianchi pastori abruzzesi, sporchi di fango, inzaccherati e dalle lingue penzoloni.
Cani intelligenti che a seconda dei fischi del padrone, eseguivano mansioni diverse, governando il gregge in maniera perfetta.
Ma ad ottobre, all’improvviso, dopo giorni di pioggia durante i quali l’autunno sembrava dominare, capitava che uscisse il sole e per vari giorni l’estate sembrava tornata.
Allora era tutto un correre e rincorrersi nei prati, tutto un tracciare disegni sul terreno a seconda del gioco che volevamo giocare: Il mondo, le città, la campana, la tizza. Fino a tarda sera si giocava fino allo sfinimento, poi erano le urla delle madri che ci chiamavano per la cena, che mettevano fine agli schiamazzi.
A casa ci aspettava il camino acceso, la cena in tavola, i rimproveri delle mamme e se non li avevi fatti prima, i compiti.
Dopo cena, almeno quando ero piccola io, si diceva il Santo Rosario, con devozione mia madre, celando le risate noi bambini. Ricordo la lunga sfilza di litanie in latino, con noi che ripetevamo ad ogni litania “ora pro nobis” e le risate inevitabili se guardavi l’uno o l’altro dei tuoi fratelli. Alle litanie seguiva tutta una sfilza di preghiere antiche per i morti e poi, finalmente, ci potevamo sedere comodi e dare inizio ai racconti. La televisione non c’era ancora!
Si raccontavano storie antiche, bastocchie e filastrocche.
Peccato che io ne ricordi poche.
Ne ricordo una in particolare perchè mia madre, negli anni, ha continuato a ripeterne una rima, per ricordare al prossimo quanto lei soffrisse e quanto invece gli altri si lamentassero a sproposito.
“Pe le coste e pe le pianu josse ruttu reporta u sanu!”
Si narrava di un lupo e di una volpe che andarono a rubare delle galline in un pollaio, di notte.
La volpe entrò per prima nel pollaio e riuscì a mangiare una gallina, ma fece tanto fracasso che il padrone della galline si insospettì ed accorse nel pollaio con un grande bastone. La volpe fece in tempo a scappare e al buio disse al lupo “Compà entra tu mo!”
Il lupo non se lo fece ripetere due volte ed entrò spedito ma, ad accoglierlo, trovò il padrone delle galline che lo riempì di legnate.
Quando riuscì a scappare, pesto e dolorante, trovò fuori la volpe tutta sporca del sangue della gallina che aveva mangiato. La furbastra sazia e soddisfatta disse al lupo “ Compà, famme sallì ‘ngroppa che non ce la facce a camminà, guarda so tutta sporca de sangu!

Così il lupo mosso a pietà se lo caricò in groppa e sofferente com’era si incamminò verso il bosco. La volpe durante il tragitto, facendo finta di lamentarsi cantava un ritornello che era appunto questo : “ Pe le coste e pe le pianu josse ruttu reporta u sanu!”

Dopo le chiacchiere ed i racconti, poteva succedere che la legna per il camino non fosse sufficiente e bisognava uscire per prenderne dell’altra. Nessuno di noi figli aveva il coraggio di andare nella legnaia da solo, così nostro padre ci accompagnava fuori e se c’era la luna piena ci diceva una filastrocca che mi è rimasta nel cuore e che ripeto ai miei nipoti:

Ecche la luna
Ecche la stella
Ecche la figlia e la piccirella
Ecche n’ursu ncatenatu
Porta ngoglie nu castratu
U castratu non è ju mé
È de quiss’e Giammatté
Giammatté è jtu a Roma
E s’è persa la corona
La corona e ju tricche e tracchi
Pe spara ncuju agli jatti!

Poi guardando il perfetto disco giallo luminoso della luna diceva: “ Guarda che pizza gialla!”

E già! La pizza gialla, la pizza di granturco cotta “sotte agliu coppe” dalla crosta croccante che svuotata dalla mollica e riempita con cicoria ripassata in padella con aglio, olio e peperoncino, era una delizia autunnale ed invernale. Un’altra di quelle leccornie contadine, povere e semplici di cui si va perdendo la memoria.

Volete farla?
Ecco qua la ricetta

Mezzo chilo di farina di granturco, sale, un cucchiaino di bicarbonato e acqua tiepida quanto basta per fare un impasto non troppo duro e che non si sfarini.

Si impasta per bene, si da alla focaccia una forma rotonda alta qualche centimetro, tre o quattro centimetri sono sufficienti. Si incide poi la superficie della pizza con righe incrociate a formare delle losanghe poco profonde. Si pulisce la base del camino, nel quale si avrà avuto cura di far bruciare abbastanza legna da fare un bel po’ di brace, si posiziona la pizza sui mattoni ardenti e si copre con “gliu coppe” catino di ferro. Si ricopre poi il catino con la brace e si lascia cuocere finche la crosta non sia diventata bella croccante.
Si svuota poi l’interno (operazione alquanto difficile!) e si riempie con la cicoria di campo, ripassata in padella con aglio, olio e peperoncino ed anche, volendo, parte della mollica.
Io l’ho fatta di recente, ma l’ho dovuta cuocere nel forno ed ho sostituito la cicoria con gli spinaci. Era buona lo stesso, ma “sotte agliu coppe” è tutta un’altra storia!

Settembre, i Mandorli e il Serpentone

Standard

Ecco è già settembre!
Ancora il tiglio mi ripara dalla calura che sembra non voler finire mai,
ancora il sole gioca con le foglie screziando il suolo di magici giochi di luce, ancora gli insetti ronzano ubriachi di frutta matura e nettari preziosi. Gatti indolenti passeggiano con sbadigli annoiati e passi felpati. Ogni tanto un “miaooooooooooo” nella mia direzione, mi ricorda che loro mi associano al cibo e che vorrebbero mangiare, ma il loro è un miagolio fiacco, un tentativo debole. Li osservo vagare davanti alla mia casa. Entrano ed escono dall’orto, si acciambellano al sole come anime paghe, soddisfatte.
Eppure, inaspettati ed improvvisi colpi di vento, fanno volare i panni stesi al sole, li fanno sbattere con schiocchi di frusta, fanno cantare le foglie appassite, le scombinano, le fanno volteggiare nell’aria e le fanno ricadere mulinando, a terra.
Un brivido nella schiena ed improvvisamente è settembre!
Settembre, eccitazione.
Settembre, malinconia.
Sebbene l’estate sia stata caldissima, gli ultimi acquazzoni hanno portato refrigerio alla natura assetata, che ne ha subito approfittato per regalarci una seconda primavera rigogliosa. Mi guardo intorno tutto è rinverdito, rinverdito e colorato.
Ogni singolo pezzetto di suolo libero, è invaso da erbe fragranti: cicorie amare, respini, ed erbe bianche, dovunque.
Nell’angolo vicino al cancello dell’orto, sono spuntate delle violette, più in là margherite ed altri fiori non meglio identificati, gialli, fucsia o violetti. Davanti alla porta della mia casa una tardiva rosa, bellissima e profumata, dondola il capo indolente e sfacciata: la rosa di mia madre!
Malinconia!
Settembre è la bellezza di una donna matura che da il meglio di sé prima di cedere all’avanzare del tempo, prima che l’autunno della sua vita la catturi regalandole altri colori, altre bellezze.
Settembre è la pienezza, è la maturità, è la consapevolezza di ciò che è stato e di quello che verrà. Settembre è il tempo dell’ultimo raccolto, almeno dalla nostre parti.
Vigne ubertose, grappoli d’uva ronzanti di vespe ubriache, pronti per la vendemmia, meli carichi di frutti rossi e maturi, noci che precipitano al suolo ad ogni colpo di vento, nocciole minuscole e dorate e mandorle, quelle dolci e quelle amare dal sapore di arsenico.
Era il tempo in cui, mio padre, tornava a casa dai suoi giri di lavoro nelle campagne circostanti o dalla caccia, con il tascapane pieno di meraviglie, noci, mandorle, nocchie e uva spina.
Lo rivedo tornare, preceduto dalla danza sfrenata dei suoi cani ancora eccitati dall’odore di selvaggina, stanco, odoroso di muschio e tabacco, con il cappello da guardia a sghimbescio ed il suo sorriso storto: “Ndonioluce!”
Settembre era il mese in cui la caccia veniva riaperta. Mio padre era un cacciatore appassionato. Ricordo decine di cani, perlopiù segugi, che si sono succeduti nella mia casa, nel corso della mia infanzia. Ricordo i loro nomi, le femmine si chiamavano quasi tutte Laika, i maschi andavano da Bill a Dingo. Solo,una volta abbiamo avuto due spinoni, arruffati e dal colore incerto, che mia sorella Patrizia chiamò Punto e Virgola.
Con loro ho giocato, per loro ho pianto, a loro ho dato di nascosto quasi tutto il mio cibo di bambina schizzinosa e inappetente. Rivedo mio padre, vestito da cacciatore e con il fucile in spalla, tornare stanco ed a carniere vuoto. Ricordo il sarcasmo di mia madre che lo prendeva in giro.
L’ultimo cane, Bill ce lo rubarono. Era un segugio eccezionale! Mio padre non volle venderlo, malgrado glielo avessero chiesto a più riprese aumentando di volta in volta l’offerta. Dopo pochi giorni sparì, semplicemente non tornò più a casa dalla battuta di caccia. Mio padre lo cercò per giorni, noi bimbi morti di tristezza, abbiamo aspettato il suo ritorno per mesi. Non tornò mai più. Pochi giorni prima che Bill sparisse nel nulla, mio padre tornò felice dalla caccia, con tre lepri nel suo carniere. Lui non aveva sparato neanche un colpo, le lepri le aveva prese tutte e tre Bill, il nostro cane mai dimenticato.
Fu per questo che ci fu rubato, credo.
Ma avreste dovuto vederli quei cacciatori di allora! Fernando Panei, Antonio Amanzi, Ciceru, Ottaviu.
Avreste dovuto ascoltare i loro racconti, i racconti dello loro gesta di cacciatori.
Seduti intorno al tavolo, davanti ad un fiasco di vino, ognuno di loro cercava di raccontarla più grossa dell’altro.
Racconti di poste fatte alla lepre, di inseguimenti, di schioppettate dalla cima di un colle all’altro. Chissà perché nei loro racconti, le schioppettate non suonavano mai come “Pam..pam…! Ma sempre Pin… pin… mimando contemporaneamente il gesto dello sparare a qualcosa chiudendo un occhio! Vanterie di cacciatori che tornavano quasi sempre senza preda. Ricordo lo scuotere della testa di mia madre, intenta a fare i suoi lavori, che con un sorrisetto ironico, diceva senza parlare, che cosa pensasse di tali vanterie. E noi piccoli ad ascoltare a bocca aperta, sperando che nostro padre, avesse compiuto l’impresa più ardita della storia della caccia.
Quanti racconti ho ascoltato mentre loro mangiavano l’ultima lepre ammazzata e cucinata da mia madre in salmì! Quante “balle” esagerate!
Ho un ricordo vivido di mio padre intento a fabbricarsi le cartucce da solo. Dosava con cura la polvere da sparo ed i pallini di piombo di varie dimensioni a seconda del tipo di animale da cacciare. Aveva un bilancino di precisione e pesava tutto alla perfezione. Ricordo l’odore acre della polvere da sparo e la consistenza scivolosa dei pallini di piombo che io cercavo di trattenere nel pugno e che fuggivano, invece, da tutte le parti.
Già allora, la caccia non era più una necessità per la sopravvivenza della famiglia, ma agli uomini veniva riconosciuta la possibilità di praticarla quasi fosse un diritto inalienabile. Mia madre metteva in discussione molte attività velleitarie di mio padre ma mai una volta l’ho sentita recriminare circa questa attività.
Ricordo una filastrocca che mio padre ha insegnato a noi figli e a tutti i suoi nipoti, l’aveva composta la madre di Domenica de “Fiore” e diceva così:

Tenghe nu figliu cacciatore
Che va a caccia a tutte l’ore
Scarpi sfonna e panni straccia
Revè sempre senza caccia
Che la caccia che ci piglia?
Se freca issu e la famiglia!

Poi continuava, ma io ricordo solo questo incipit, purtroppo!
Mio padre smise di fare il cacciatore quando si accorse che ormai c’erano più i cacciatori che prede e che i nuovi arrivati sparavano a qualsiasi cosa si muovesse, non importava cosa fosse.
Settembre, odore di legna bruciata nei camini, rumore allegro di frasche scoppiettanti e sprigionanti scintille nelle sere luminose e fresche.
Settembre, mattinate avvolte in un candido manto fluttuante di nebbia impalpabile.
Le cime dei mandorli ne escono come leggiadre figure femminili avvolte da candidi teli di garza sottile. Al di sopra, il cielo azzurro risplende di luce dorata e l’erba novella gronda rugiada come dopo una pioggia.
Che meraviglia camminarci attraverso! Fermarsi ed appoggiarsi al tronco rugoso e contorto di un vecchio mandorlo. Può assalirti uno struggimento profondo in tali momenti.
Provate a toccare il tronco di un mandorlo, passate la vostra mano aperta sulle asperità della corteccia, sentitene la consistenza, odoratene l’umore resinoso, assorbitene il calore. Appoggiate al tronco ruvido la vostra guancia e chiudete gli occhi per un momento. Sentirete le vostre paure, le vostre ansie sparire, dissolversi attraverso il tronco e le radici.
La comunione con la natura è ciò che abbiamo perso ed è ciò a cui aneliamo tornare.
Mi tornano in mente quelle luminose giornate settembrine del passato con in mano “cottorelle” di latta con manici improvvisati con fili di ferro arrugginiti, alla ricerca di mandorle e noci rimaste a terra dopo che erano state “vattute”.
Allora, quando le stagioni esistevano ancora , le mandorle erano una risorsa per gli abitanti di Santa Anatolia. Gli alberi venivano curati e ripiantati all’occorrenza, poi, a settembre, “se vattevanu”, si raccoglievano e la sera nelle case si “rescrucchievanu”.
La maggior parte dei mandorli appartenevano ai Placidi o ai Panei, per cui, si andava spesso presso le loro abitazioni a fare opera di “rescrucchiamento” (si toglieva la buccia esterna ormai secca rimasta attaccata al frutto) Poi si lasciavano asciugare al sole e, successivamente, il raccolto veniva venduto a Sulmona per la fabbricazione dei confetti.
Ma una considerevole quantità di mandorle rimaneva non raccolta sotto gli alberi battuti, Era per questo, che, armate di cottorelle, battevamo il circondario alla ricerca delle mandorle dimenticate.
Ne facevamo sempre una bella raccolta e tornavamo a casa con le cottorelle stracolme!
Stessa cosa succedeva con le noci.
Tutto ciò che raccoglievamo sarebbe servito poi per preparare i numerosi dolci a base di mandorle che sono tipici del nostro circondario.
Santa Anatolia, le mandorle ed il serpentone inseparabili!
L’aspetto classico dei dolci santanatoliesi è sempre stata fortemente rappresentato dalla forma acciambellata di un serpente. Dalla “pizzella colle nuci” alla “pizza sfogliata”, dalle “ciammelle summe” al “serpentone”.
Le serpi, i serpenti, fanno parte di numerose storie che ho sentito raccontare dai vecchi intorno al camino d’inverno e all’ombra delle case d’estate!
C’è, nell’immaginario collettivo dei santanatoliesi, la convinzione dell’esistenza di un mitico serpente dalle dimensioni enormi, che si sposterebbe, a seconda delle stagioni, dalla montagna della Duchessa alla montagna di Torano.
Quante volte ho sentito mio padre raccontare di gente che lo aveva visto!
Sembra che una volta, durante i lavori di consolidamento della strada che va da Colle Pizzuto a Cartore, vicino alla “Rotte de Santa Natolia”, un camion carico di sassi, non abbia fatto in tempo a fermarsi e sia passato sopra questo serpente che, non solo non morì, ma sbilanciò talmente il camion, che quest’ultimo, rischiò di capovolgersi!
Mia madre, invece, raccontava di quella volta che suo padre, Ventura, pascolando le pecore all’imbrunire, le vide improvvisamente correre impazzite come se fossero state spaventate da qualcosa di tremendo e, contemporaneamente, da una “macerina” di sassi poco distante, vide rotolare numerose, grosse, pietre. Mio nonno corse verso la macerina ma, quando arrivò, non c’era più traccia del serpente, solo le pietre smosse testimoniavano il passaggio di un qualcosa di grosso e strisciante.
Altre storie narrano di tracce sinuose lasciate nei campi di grano e di giganteschi “cori” di serpente trovati nella campagna.
Chissà se è veramente esistito e se esiste ancora! Comunque, se esiste, è un serpente “migrante”. D’estate lo potete trovare sulla Duchessa d’inverno sul Monte di Torano!
Quante volte l’ho immaginato solitario, possente, le spire luccicanti e smeraldine, attraversare i campi giù a Colanesce, passare davanti al Cimitero, attraversare la strada e sparire verso i campi di Torano!
Ma tornando alla forma a serpente del tipico dolce santanatoliese, il serpentone, la sua forma classica potrebbe essere legata alla storia della nostra Santa: Santa Anatolia.
Santa Anatolia fu rinchiusa, a causa della sua conversione al Cristianesimo, in una stanza insieme ad un serpente velenoso, il quale, durante la notte, avrebbe dovuto ucciderla
La Santa, invece, addomesticò il serpente che la mattina dopo cercò di mordere proprio colui che l’aveva condannata a simile fine.
Si narra di come Santa Anatolia, alzando una mano bloccasse il serpente salvando il suo carnefice e, di come, quest’ultimo, un marso di nome Audace, si convertisse al Cristianesimo subendo, per questo motivo, il martirio insieme alla nostra Santa.

Se ricevete un serpentone in regalo da un abitante di Santa Anatolia, sappiate che la persona che ve lo dona vi sta facendo un grande onore. Ricevetelo perciò con la giusta considerazione se non volete destare lo sdegno o la riprovazione di chi ve lo regala!
In passato si regalavano serpentoni solo nelle occasioni più importanti e solo alle persone a cui tenevi veramente oppure dalle quali volevi ottenere favori.

Il serpentone era il dolce per antonomasia dei matrimoni. Ricoperto di “ghiaccio” glassa bianca con profusione di confettini argentati, faceva bella mostra di sé a tutti i matrimoni.
Per gli occhi due chicchi di caffè e la lingua biforcuta fatta con carta rigorosamente rossa.
Ora sto per darvi la ricetta, so già che i puristi che leggeranno, se leggeranno, storceranno la bocca per alcune pratiche non proprio ortodosse da me usate, ma questa è la mia versione e vi assicuro che mi è venuto, ciccione sì, ma buonissimo!
Ecco qui la ricetta:

500 grammi di mandorle dolci
100 grammi di mandorle amare
4 albumi d’uovo
350 grammi di zucchero
Buccia grattugiata di un limone

Fate bollire una pentola di acqua. A fuoco spento buttate dentro l’acqua sia le mandorle dolci che le mandorle amare. Con una schiumarola tiratele man mano fuori dall’acqua e togliete la pellicina che le ricopre.
Fatele asciugare per bene.
Frullatele (Oppure passatele nell’apposita macchinetta che le trita o per i puristi schiacciatele con una bottiglia )
Mettete le mandorle tritate in un contenitore capace, unite i 4 albumi d’uovo, lo zucchero e la buccia grattugiata del limone(l’impasto deve risultare abbastanza solido)
Lasciate riposare una notte.
Prendete poi una teglia larga, ricopritela con della carta forno leggermente unta, e formate
con l’impasto un serpente acciambellato .
Sagomate la testa e fate due fossette al posto degli occhi.
Mettete in forno, non troppo caldo, finchè non sarà dorato ( non fatelo cuocere troppo)
Toglietelo dal forno, lasciatelo raffreddare e a piacere ricoprite con glassa di zucchero e confettini colorati o argentati (anche senza glassa va bene!)
Nelle fossette degli occhi mettete due chicchi di caffè, formate una lingua biforcuta con un pezzettino di carta rossa e mettetela dove si suppone il serpente abbia la bocca.

Per l’eventuale glassa (ghiaccio a Santa Anatolia)
2 albumi – mezzo etto di zucchero – qualche goccia di succo di limone – un pizzico di sale
Sbattere tutto con il frullatore (oppure con due forchette come in passato) finché gli albumi e lo zucchero non diventano bianchi come la neve e ben corposi.
Stendere poi sulla superficie del serpentone e decorare a piacere, lasciare asciugare bene prima di toccare o mangiare.

Luglio e la fiera di Santa Anatolia

Standard

Che silenzio c’è stasera! Questa sera stellata di metà luglio, qui sotto al tiglio che muove leggermente le fronde al ritmo lento della brezza serotina, il silenzio è rotto solo da un lontano abbaiare di cani, un frinire di cicale, monotono e ipnotico, il rombo di un motore che passa per la strada dell’ara. Silenzio! Abbandonarsi ai ricordi è facile.

“non credere mica che un istante di felicità sia poco. La felicità esiste solo sotto forma di attimi” Ignazio Silone.

A volte, può invece capitare, che tu non ti accorga di essere felice in quell’attimo, ti capita poi di ricordarlo e dire “Ecco in quel momento sono stato felice”. E’ così con i ricordi. Sono stata felice in quei lunghi, assolati, aridi e frenetici mesi di luglio della mia infanzia? Ora posso dire di si.

Luglio era il mese della fiera di Santa Anatolia. Si iniziava con le novene il primo di luglio. Quelle funzioni così attese, così straripanti di persone, nel Santuario soffocante e ardente di candele accese.

Che attesa! Ci si vestiva bene per andare alla “novè”. Con il vestitino che sapeva di stiratura appena fatta con il ferro rovente pieno di brace, odore di terital  e di “biacca” per le scarpe. “Sbrigati è sonata la campanella!” e via giù per le Stalli Scure di corsa per non arrivare tardi. L’attesa era tutta per l’inno alla Santa cantata a squarciagola e con le lacrime agli occhi, da tutti gli astanti dove le voci profonde degli uomini facevano la differenza. “Salga l’inno di lode alla Santa……..” e poi “O Anatolia celeste eroinaaaaaaaaa……………” dove quella “celeste eroina” diventava per molti “celeste rovinaaaaaaaaaaa” non per dileggio, che la Santa è sempre stata venerata con devozione profonda, solo perché non si faceva caso alla parole, importava di più l’enfasi.

La fiera di adesso non è che una parodia di quella del passato. Il 9 di luglio a sera, la chiesa rimaneva aperta tutta la notte per accogliere i pellegrini che venivano da ogni dove. C’erano storpi, ciechi, persone mute e con mille altri malanni, che si accampavano sulle scale del sagrato e dentro la Chiesa, in attesa di poter chiedere la grazia alla Santa il giorno dopo. Ricordo quella moltitudine, avvolta in poveri stracci, sdraiata dove capitava, alla luce fioca delle candele che a malapena rischiarava le navate, con la statua della Santa, bianca, enorme, incombente su di loro, impassibile ai miasmi ed al cicaleccio continuo, incessante. Venivano da lontano, a piedi, con le bighe, con mezzi di fortuna i più disparati. Ho incontrato gente a Pescara e a Frosinone  che sapeva della nostra Santa e della nostra fiera il 10 di luglio. Ricordo un cieco, gli occhi bianchi nelle orbite scure, che con la fisarmonica cantava storie di sangue e vendette. Ricordo un altro uomo, senza una gamba, che raccontava come l’avesse persa durante la guerra per via di una bomba. Ricordo le urla di una madre davanti alla cappellina antichissima, dove si dice il corpo di Santa Anatolia sia stato ritrovato, urlare “Miracolo, miracolo!” perché la sua bambina muta, avrebbe improvvisamente riacquistato la parola. Ricordo mia madre che mi raccontava di tanti altri miracoli avvenuti. Noi bimbi, giravamo sempre accompagnati in quei giorni. Il paese brulicava di zingari, i pollai venivano accuratamente controllati, la sparizione di galline era quasi la norma. Ricordo mia madre che litiga con una zingara che le aveva rubato una gallina che aveva nascosto sotto le sue ampie gonne. Alla richiesta di mia madre di alzarle, le sue gonne, per vedere se c’era la gallina,  rispose con una frase facilmente intuibile, talmente scurrile, che mia madre lasciò perdere, ma che ogni anno raccontava tra l’ilarità e la rabbia, finendo con una tipica imprecazione santanatoliese “ che sci scontenta!” La fiera, poi, era una vera fiera. Potevi trovare di tutto, tutto quello che poteva servirti dai tegami di rame e le conche per l’acqua alle ceste di vimini, giocattoli e vestiti. C’era poi Antonio, con il camioncino dei gelati, non facili da trovare a quei tempi. Ricordo mio padre, che faceva la guardia per il comune e che era sempre in servizio in quei giorni, tornare a casa con una grande quantità di gelato. Ricordo soprattutto l’indigestione mia e di mia sorella per aver mangiato troppi ghiaccioli all’arancia, dopo di allora credo di non averne più mangiato. Solo l’odore mi dava la nausea! C’era, molto importante, la fiera del bestiame, di solito, “abballe agli quadri”. Bestie di tutti i tipi passavano sotto casa mia provenienti da Marano, Magliano o Rosciolo chissà! Asini, cavalli, pecore, mucche, un grande via vai per tutto il giorno. Era una grande fiera, la più grande del circondario e noi santanatoliesi ne eravamo “fieri”! Quante, quante cose ci sarebbero da dire! Una cosa curiosa, ad uso e consumo di noi bambini ero lo spauracchio degli “scortecaregli”. “ non ci j da soje abballe, che pe la via ci stanu i scortecaregli!” Cavolo se avevamo paura! Questi tipi, a detta dei nostri genitori, erano dei piccoli omini vestiti di rosso che si nascondevano sotto i cespugli e quando qualche bambino passava, gli saltavano addosso e praticamente lo scorticavano vivo. Chissà perché io li ho sempre immaginati vestiti come piccoli cardinali! Mah! Ogni anno mi davano cento lire da spendere come volevo, praticamente l’equivalente di 5 euro adesso? Boh! So solo che riuscivo, ogni anno, a comperarci una bambola che non muoveva ne le braccia ne le gambe, vogliamo ritornare al concetto di felicità? Ero felice! Con quella bambola giocavo tutto l’anno, non so più quanti vestitini io abbia cucito con tutte le pezze che riuscivo a trovare e con i campioni di stoffa rettangolari con il bordo tagliato a zig zag, che Adolfo Luce, il sarto, mi forniva su mia pressante richiesta.

Poi, dopo la processione solenne, con la statuetta d’argento coperta di gioielli ex voto, che si trasferiva in casa del festaiolo di turno, dopo gli spari che duravano un’eternità, dopo un lauto pranzo, dopo che il paese veniva abbandonato, dai bancarellari, dalle bestie  e dai pellegrini, lasciando per terra quintali di rifiuti, non restava che godersi il concerto serale ad opera della banda chiamata per l’occasione. La Gazza Ladra, il Guglielmo Tell, la banda ci deliziava per tutta la serata, mentre giovani bandisti transfughi si appartavano con giovani donzelle disponibili a flirtare, innocentemente, negli angoli più bui del paese.

Alla fine del concerto c’era il ballo della “Pantasima” un fantoccio di carta con sembianze femminili, ricoperto di petardi, nel quale si infilava colui che pagava di più, il più temerario ed al suono di una tarantella ballava, mentre i petardi scoppiavano rumorosamente tra il battimani, le risate e gli incitamenti delle persone tutte intorno.

Dopo l’estrazione dei numeri della lotteria dove si solito si vinceva un agnello, c’erano gli spari e la festa finiva.

Quante, quante cose avrei ancora da dire! Ma è notte fonda, le foglie del tiglio continuano a stormire leggere sulla mia testa, riportando alla memoria sussurri di voci lontane, perdute, che premono per essere ascoltate. La voce di mia madre che racconta di Baldasarre, il brigante nostalgico, che pur datosi alla macchia, non rinuncia a godere di un pezzetto di questa festa tanto sentita e che attraversa campi di grano maturo, per assistere dalla cima della collina, al concerto serale della banda, lasciando a testimonianza della sua presenza, una lunga scia di spighe calpestate, come prova per la sua mamma. La voce di mia zia Rosa, che racconta della commozione dei santanatoliesi emigrati in Argentina, che il 10 di luglio, riproducevano un clone della festa di Santa Anatolia alla Plata, esattamente come quella che ricordavano del loro paese perduto, lontano ma mai dimenticato. Ma il sonno incombe e questo silenzio e queste presenze invisibili mi mettono addosso una strana inquietudine, devo lasciare ma tornerò a dare voce a coloro i quali hanno vissuto, amato e lasciato questo angolo di mondo che piano piano sta cambiando, si sta modificando e non sempre come loro avrebbero voluto.

Buonanotte Santanatoliesi, ovunque voi siate, buonanotte e che Santa Anatolia ci protegga!

 

 

Aprile, il cuculo e le tisichelle

Standard

Il tempo, questo implacabile, silenzioso tessitore che, lentamente ma inesorabilmente, ricama le nostre storie  in rotoli  di tessuto fittamente e finemente disegnato, questo pittore pieno di talento che dipinge tele su tele con le nostre esistenze , relegandole in cantine oscure, questo scrittore,che scrive libri su libri con caratteri minutissimi, riempiendo biblioteche perdute in palazzi dimenticati, il tempo, che, come un fiume placido scorre silenzioso e tutto trascina con sé, ci travolge e lascia tracce visibili sui volti, nei corpi, nelle anime. Il tempo,dicevo,  porta via, piano piano tutti i giorni, i mesi, gli anni, le feste, le gioie i dolori delle nostre vite.

Io adesso devo visitare tutte quegli angoli nascosti, devo srotolare tutti quei rotoli di tela ,visitare tutte quelle pinacoteche e rileggere tutti quei libri, per tornare indietro a quei mesi di aprile sonnolenti della mia infanzia. Quei mesi di aprile dove gli orti, i prati, i ruscelli e le montagne , lentamente cambiavano sotto i nostri occhi di bimbi e ci regalavano giornate in cui l’unica occupazione era essere totalmente liberi senza obblighi o costrizioni, dove l’unica nostra preoccupazione  era rotolarsi nell’erba alta dei prati, tra gialli ranuncoli più alti di noi e trovare un gioco che ci facesse essere tutto ciò che volevamo. Non c’era limite alla fantasia. Mi ricordo, adesso, di un gioco che, per un  poco , ci faceva sentire come pirati sbarcati in un’isola deserta.  Recuperavamo ogni pezzetto di carta colorata, argentata e dorata che trovavamo e ne facevamo pezzetti piccoli. Poi, trovavamo un pezzo di vetro, possibilmente non colorato e  cercavamo un posto lontano, di solito sotto un cespuglio, scavavamo leggermente e facevamo uno strato di pezzetti di carta colorata, mettevamo sopra il pezzo di vetro, pressando per bene e, poi,  ricoprivamo tutto con la terra. Quello era il nostro tesoro sepolto. A distanza di mesi andavamo a riscavare dove lo avevamo sepolto ed era sempre una gioia ritrovare il nostro tesoro esattamente dove pensavamo che fosse. Qualcuno di questi tesori deve essere ancora sepolto lungo la via della Madonna Addolorata, perchè ogni tanto  ci dimenticavamo dove l’avevamo nascosto.

Ma la vita in campagna non era sempre così idilliaca. C’era, purtroppo, chi,  in questi mesi, si dedicava ad una attività così crudele che difficilmente riusciremmo a capirla  adesso, perlomeno lo spero. Molti dei ragazzi maschi andavano a caccia di nidi. Quanti nidi di cardellini, verdoni ed altro sono stati distrutti!

Ricordo una volta un mio amico, che ora non c’è più, aveva trovato dei piccoli verdoni in un nido sull’olmo sotto casa mia. Erano così piccoli che ancora non avevano “spoppato” gli occhi!  Così li aveva presi ma, visto che non erano ancora svezzati ed avevano bisogno della madre, aveva preso il nido e lo aveva messo in una gabbia sull’olmo.La madre dei piccoli andava a portare loro da mangiare attraverso le sbarre della gabbia, li “rimpizziava” come si dice da noi.Quando il mio amico tornò per controllare come stessero i piccoli uccellini, ebbe una sgradita sorpresa. Una serpe era entrata attraverso le sbarre ed aveva ingoiato i passerottini rimanendo intrappolata per colpa del lauto pasto.Non vado oltre nel racconto perchè potete immaginare che fine abbia fatto  la serpe e che crudele spettacolo, il mio amico,  abbia offerto  al suo inorridito pubblico.

Noi assistevamo a tutto questo come a qualcosa di inevitabile. Ammazzare le serpi era bene, prendere i nidi degli uccellini era fico, acquistavi punti agli occhi dei tuoi amici. Ammazzare uccellini con la fionda “fionne” o la “scrocca” ammazzafionda, anche questo era fico.Le “fionne “si costruivano con lo spago che dovevi intrecciare lasciando al centro un’asola, poi,  dovevi farle roterare prima di lanciare il sasso, non era cosa facile. Le “scrocche “ si facevano con una forcella di legno che si cercava accuratamente sugli alberi vicini o nei cespugli, si scortecciava e si temprava sul fuoco rendendola forte e liscia, si  aggiungevano poi due elastici, di solito pezzi di camere d’aria delle biciclette e,  un pezzetto di pelle, dove andava  posizionato il sasso da fiondare. Non di rado, invece che gli uccellini, veniva colpito qualche ignaro passante, per caso o di proposito!

La vita in campagna era così, si assisteva a scene crude,  come la nascita di agnellini in diretta, accoppiamenti di animali, bastonate ad asini e muli se non camminavano o non ubbidivano, sassate ai cani se non se ne andavano quando gli dicevi “passi via”. Tutto questo non era considerato crudele o disdicevole, era prassi comune e faceva parte della vita quotidiana,  e chi, come me,  guardava con aria inorridita e piangeva, veniva sbeffeggiato e preso in giro alla stregua di una mammoletta! Era una realtà dura che i bambini imparavano presto a conoscere, come imparavano presto la dura fatica del lavoro dei campi e la solitudine delle lunghe giornate al pascolo con le pecore o le vacche. Una vita dura, vera a contatto con la natura dalla quale imparavi tutto. Ricordo, ancora, mia madre che con la vanga, dissodava il nostro orto piantando, poi,  ogni sorta di ortaggi in spiazzi perfettamente geometrici, qui i pomodori, là l’insalata,più in là le zucchine, fagioli, piselli. Un orto in divenire, che nei mesi futuri sarebbe stato il suo vanto, insieme a fiori di ogni genere che crescevano, chissà per quale sua dote segreta, rigogliosi e lussureggianti davanti casa. Ogni anno mia madre voleva una foto tra i suoi fiori. Adesso quando le guardo muoio di nostalgia per quei tempi così sereni.

Ma  il mese di aprile che volgeva alla fine e l’inizio di maggio, oltre all’andirivieni incessante delle persone che svolgevano ogni sorta di attività legate ai campi offrivano  alla nostra vista uno  splendore di cieli azzurri e ciliegi fioriti,e,  in quelle mattine così cristalline nel silenzio profondo, verso le 10, ( chissà perchè io ricordo come ciò accadesse sempre verso le 10,00 e ricordo sempre un silenzio profondo) se tendevi l’orecchio a suoni lontani, potevi avere il  piacere di udire una suono ritmato e ovattato che ti arrivava a tratti, “ Cucù… cucù … cucù!” il canto del cuculo!

Per anni non l’ho più sentito e ne ho avuto dispiacere. Avevo detto addio al cuculo pensando che, come molti altri uccelli, fosse stato scacciato dalle cornacchie e dalle gazze che ormai hanno preso il sopravvento su molte specie di uccelli nella nostra zona. Ma l’altra domenica, davanti a casa mia, a Santa Anatolia, verso le 10,00 del mattino ho sentito lontano  lontano  un “ Cucù…..cucù…. cucù!” Si può essere felici per il canto di un cuculo? Si, si può. Io lo sono stata e spero di sentirlo ancora per molto tempo!

Tutto questo non è che mi dia un grande aggancio per la prossima ricetta che vi voglio propinare. Ho pensato di illustrarvi la ricetta delle tisichelle che mia madre e le altre madri, ovviamente, facevano e fanno, sempre per le feste o quando ne avevano voglia ed, adesso,  vado a comunicarvela con grande piacere.

Le tisichelle, a dispetto del loro nome e del loro aspetto da “Tisiche”, sono una delle cose che tutti amano mangiare per il loro gusto friabile e discreto, poco dolce,  ma che proprio per questo, proprio come le ciliegie che una tira l’altra,  se non smetti, in meno che non si dica, ne hai mangiate tante che sono belle e finite!

Ecco la ricetta:

6 uova – 1 bicchiere di zucchero – 1 bicchiere di olio extravergine di oliva –1 pizzico di sale – farina quanto basta per un impasto che deve risultare molto elastico, non duro.

Si impastano tutti gli ingredienti finchè non si ottiene una palla liscia e soda Si lascia riposare l’impasto per un’ora coperto, poi si prende e si formano delle ciambelle sottili,  lunghe  e strette (credo che ci siano delle misure precise di come debbano essere fatte, ma io le ho fatte di circa 8 cm di lato).

Nel frattempo si è messo a bolire un pentolone con l’acqua. Quando l’acqua bolle si buttano dentro le ciambelle un po’ per volta, quando  tornano a galla si tirano fuori con una schiumarola e si mettono a scolare su di un canovaccio. Finita questa operazione si prendono una per una e si incidono con un coltello torno torno per tutto il perimetro, si sistemano poi in una teglia e si cuociono nel forno già caldo (180°) avendo cura di non farle bruciare troppo, si tolgono quando hanno assunto un bel colore dorato.

Devo confessarvi che non sono una grande esperta di tisichelle, comunque vi invito a provare, le mie sono riuscite un po’ bruttine ma squisite. Buon appetito!

Gennaio

Standard

Poi, passato il mese di gennaio, triste, grigio, freddo e normalmente segnato dal silenzio ovattato delle neve che cadeva e dal crack crack dei passi della gente nella neve gelata, passate le notti gelide e cristalline, passate le giornate corte e quella sensazione di stallo dove il tempo sembrava immobile, gli animi cominciavano a riprendere una certa fiducia nel futuro.
Le giornate, verso la fine di gennaio iniziavano ad allungarsi e, con maggiori ore di luce a disposizione, anche le persone sembravano come risvegliarsi da un lungo sonno.
Qua e la, dove il sole insisteva maggiormente, le colline cominciavano a scoprirsi e la tenera erba sottostante era manna per le povere bestie rimaste nelle stalle tutto il tempo. Allora si vedevano pastori con lunghe file di pecore e con i cani impazziti per la gioia del movimento, che andavano verso la Madonna Addolorata o verso altre colline, e, dietro le lunghe file di pecore belanti, che sporcavano la neve al loro passaggio di escrementi e di gialla urina, i loro padroni, che con un lungo bastone le incitavano a non disperdersi nella neve ancora alta nei campi ai lati della strada.
I bimbi, approfittavano di ogni momento per scivolare sulla neve rimasta nei prati con sci improvvisati, fatti con pezzi di legno improbabile e, di solito, con qualsiasi cosa scivolasse lungo i pendii. Di tanto in tanto si sentiva qualcuno, di solito i più piccoli che intonavano filastrocche a tema:
“ piove e fiocca, gennaru occa schiorta, se passi n’anzi casa tella tire na palloccata!!” E via a tirarsi palle di neve. Qualcuno ci metteva anche dei sassi all’interno, giusto per rendere la cosa più “divertente”
Erano però le lunghe sere passate vicino al camino che rendevano questo periodo così particolare. Non si aveva paura della neve, anche mezzo metro o un metro non costituiva un problema. Si facevano le “viarelle” tra una casa e l’altra e si continuava a farsi visita tra vicini come sempre. Vicino al camino la sera, si recitava il rosario per prima cosa e, poi, si facevano giochi con la cenere, con la brace o con qualsiasi cosa si avesse a disposizione. Giocavamo con le molle del camino, “co gliu suffjttu”,si facevano tanti giochi, peccato che io non ne ricordi neanche uno! Mi ricordo solo che si facevano delle righe con le molle nella cenere e poi ognuno doveva indovinare qualcosa, ma è tutto quello che riesco a farmi venire in mente.
Ma era in quei momenti che la tradizione del racconto orale veniva espressa nella maniera più peculiare.
Mentre si ricamava o si sferruzzava, i nonni o i genitori, ma anche i vicini che venivano a farci compagnia, raccontavano con dovizia di particolari storie antiche, tramandate da generazione in generazione. Quasi tutto perduto! Ne rimangono brandelli nella mia mente che io cerco disperatamente di salvare in questi miei semplici racconti.
Ricordo, per esempio questa storia che noi attribuivamo alla famiglia di mio padre, ma che invece mio padre attribuiva ad altri paesani. Non so quale sia la verità naturalmente, credo anche che i luoghi descritti non siano facilmente individuabili, ma questo è quello che io ricordo di aver sentito raccontare
“TA’*I TE’ I FERRI J’URSU?”
(*tata antico appellativo per papà usato fino al secolo scorso a Santa Anatolia, è curioso notare come anche nei paesi della ex Jugoslavia papà si dica appunto tata)

Mio padre si arrabbiava moltissimo ogni volta che raccontavo a qualcuno questa storia che io attribuisco ad un suo antenato.
Solo poco prima di morire mi ha invece detto il nome della famiglia a cui attribuire il fatto,“quissi de Zuccaretti” . Naturalmente non so se sia vero, poiché è una storia molto antica.
Facendo collegamenti azzardati potrei anche capire chi sono, ma non è così importante ed io, preferisco dire che si trattava di un avo di mio padre.
Mio padre, (come anche mia madre) era un narratore affascinante perché i suoi racconti venivano direttamente da quella abitudine di tramandare storie in maniera esclusivamente orale, per cui il racconto risulta pieno di immagini suggestive e di particolari che lo rendono vivo.
Ascoltando mio padre, le immagini scorrevano nella mente di chi ascoltava come in un film e, forse, ancora meglio. Mio padre aveva anche uno spiccato senso dell’umorismo , cosicché i suoi racconti erano spesso divertenti, anche se l’argomento era tragico, non erano mai storie lacrimevoli o patetiche.
Ma veniamo alla nostra storia…..
Molti anni fa “quissi de Zuccaretti “avevano una vigna , ammonte agliu Pacu, dalla quale ricavavano un vinello leggero ma molto buono che era il vanto della famiglia.
Un bel giorno, o meglio, una bella notte, la vigna fu presa di mira da un orso che apprezzando molto quell’uva speciale iniziò a frequentarla assiduamente suscitando la rabbia della famiglia Zuccaretti.

Il capofamiglia stufo della situazione, dopo averle provate tutte per spaventare l’orso, decise di passare alle maniere forti e nottetempo si recò con il suo unico figlio nella vigna.
Il tragitto per raggiungere la vigna era abbastanza lungo ed in salita , presero così con loro il loro unico cavallo che all’epoca era più prezioso di una Ferrari, e padre, figlio e cavallo si avviarono verso la vigna.
Arrivati che furono, lasciarono il cavallo impastoiato, libero di pascolare e si appostarono armati di schioppo, dietro un cespuglio.
Era una notte di luna piena, (mia madre avrebbe detto ”c’era una luna chiara calcando sul quel “chiara” e tutto il paesaggio circostante ti sarebbe apparso nel suo chiarore, rendendo visibili le montagne circostanti, le valli e persino le più piccole pietre. Sotto il chiarore di quella luna piena, avresti camminato in silenzio senza inciampare, la luna ti avrebbe illuminato ed incantato esattamente come incantava me bambina ogni volta che lei iniziava un racconto con “C’era una
Luna chiara………………..”)
Così il padre ed il figlio si disposero, sotto il chiarore lunare, ad aspettare che l’orso arrivasse per poterlo accoppare.
Aspetta, aspetta il tempo passava e l’orso non arrivava.
Ad un certo punto al padre venne sonno. Chiamò il figlio e gli disse “te’.. ecche u fucile, sta attente appena vidi j’ ursu spara!”
E se ne andò in un a grotta vicina chiamata “ la rotte de Zuccaretti” e si addormentò.
Il figlio si mise ad aspettare con il fucile spianato. Ma anche per lui il sonno era in agguato, ogni tanto si appisolava per subito risvegliarsi e puntare il fucile verso qualsiasi cosa si muovesse.
Dopo un po’ vide un’ombra caracollare tra le viti e esclamando “ Ecche j’ursu finalmente!”
senza perdere tempo prese la mira… sparò. E che mira!!!
Vide l’ombra cadere di botto, Si avvicinò per controllare ancora col fucile spianato e fumante ed, alla luce della luna, vide l’animale a zampe all’aria e, sulle zampe rivolte verso il cielo, dei ferri che brillavano sotto luce lunare.
Si mise a correre ed arrivò dove il padre dormiva. Lo scosse, lo svegliò e gli disse “ eh Tà, i tè i ferri j’ursu?” (eh papà ce l’ha i ferri l’orso?)
L’urlo del padre, che sebbene mezzo addormentato aveva capito la situazione, lo sentirono forse fino a Torano:
“ CHE SCICCISU TI PARETU ME SICCISU U CAVAGLIU!!!!!

E sì aveva sparato al cavallo!!