Luglio e la fiera di Santa Anatolia

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Che silenzio c’è stasera! Questa sera stellata di metà luglio, qui sotto al tiglio che muove leggermente le fronde al ritmo lento della brezza serotina, il silenzio è rotto solo da un lontano abbaiare di cani, un frinire di cicale, monotono e ipnotico, il rombo di un motore che passa per la strada dell’ara. Silenzio! Abbandonarsi ai ricordi è facile.

“non credere mica che un istante di felicità sia poco. La felicità esiste solo sotto forma di attimi” Ignazio Silone.

A volte, può invece capitare, che tu non ti accorga di essere felice in quell’attimo, ti capita poi di ricordarlo e dire “Ecco in quel momento sono stato felice”. E’ così con i ricordi. Sono stata felice in quei lunghi, assolati, aridi e frenetici mesi di luglio della mia infanzia? Ora posso dire di si.

Luglio era il mese della fiera di Santa Anatolia. Si iniziava con le novene il primo di luglio. Quelle funzioni così attese, così straripanti di persone, nel Santuario soffocante e ardente di candele accese.

Che attesa! Ci si vestiva bene per andare alla “novè”. Con il vestitino che sapeva di stiratura appena fatta con il ferro rovente pieno di brace, odore di terital  e di “biacca” per le scarpe. “Sbrigati è sonata la campanella!” e via giù per le Stalli Scure di corsa per non arrivare tardi. L’attesa era tutta per l’inno alla Santa cantata a squarciagola e con le lacrime agli occhi, da tutti gli astanti dove le voci profonde degli uomini facevano la differenza. “Salga l’inno di lode alla Santa……..” e poi “O Anatolia celeste eroinaaaaaaaaa……………” dove quella “celeste eroina” diventava per molti “celeste rovinaaaaaaaaaaa” non per dileggio, che la Santa è sempre stata venerata con devozione profonda, solo perché non si faceva caso alla parole, importava di più l’enfasi.

La fiera di adesso non è che una parodia di quella del passato. Il 9 di luglio a sera, la chiesa rimaneva aperta tutta la notte per accogliere i pellegrini che venivano da ogni dove. C’erano storpi, ciechi, persone mute e con mille altri malanni, che si accampavano sulle scale del sagrato e dentro la Chiesa, in attesa di poter chiedere la grazia alla Santa il giorno dopo. Ricordo quella moltitudine, avvolta in poveri stracci, sdraiata dove capitava, alla luce fioca delle candele che a malapena rischiarava le navate, con la statua della Santa, bianca, enorme, incombente su di loro, impassibile ai miasmi ed al cicaleccio continuo, incessante. Venivano da lontano, a piedi, con le bighe, con mezzi di fortuna i più disparati. Ho incontrato gente a Pescara e a Frosinone  che sapeva della nostra Santa e della nostra fiera il 10 di luglio. Ricordo un cieco, gli occhi bianchi nelle orbite scure, che con la fisarmonica cantava storie di sangue e vendette. Ricordo un altro uomo, senza una gamba, che raccontava come l’avesse persa durante la guerra per via di una bomba. Ricordo le urla di una madre davanti alla cappellina antichissima, dove si dice il corpo di Santa Anatolia sia stato ritrovato, urlare “Miracolo, miracolo!” perché la sua bambina muta, avrebbe improvvisamente riacquistato la parola. Ricordo mia madre che mi raccontava di tanti altri miracoli avvenuti. Noi bimbi, giravamo sempre accompagnati in quei giorni. Il paese brulicava di zingari, i pollai venivano accuratamente controllati, la sparizione di galline era quasi la norma. Ricordo mia madre che litiga con una zingara che le aveva rubato una gallina che aveva nascosto sotto le sue ampie gonne. Alla richiesta di mia madre di alzarle, le sue gonne, per vedere se c’era la gallina,  rispose con una frase facilmente intuibile, talmente scurrile, che mia madre lasciò perdere, ma che ogni anno raccontava tra l’ilarità e la rabbia, finendo con una tipica imprecazione santanatoliese “ che sci scontenta!” La fiera, poi, era una vera fiera. Potevi trovare di tutto, tutto quello che poteva servirti dai tegami di rame e le conche per l’acqua alle ceste di vimini, giocattoli e vestiti. C’era poi Antonio, con il camioncino dei gelati, non facili da trovare a quei tempi. Ricordo mio padre, che faceva la guardia per il comune e che era sempre in servizio in quei giorni, tornare a casa con una grande quantità di gelato. Ricordo soprattutto l’indigestione mia e di mia sorella per aver mangiato troppi ghiaccioli all’arancia, dopo di allora credo di non averne più mangiato. Solo l’odore mi dava la nausea! C’era, molto importante, la fiera del bestiame, di solito, “abballe agli quadri”. Bestie di tutti i tipi passavano sotto casa mia provenienti da Marano, Magliano o Rosciolo chissà! Asini, cavalli, pecore, mucche, un grande via vai per tutto il giorno. Era una grande fiera, la più grande del circondario e noi santanatoliesi ne eravamo “fieri”! Quante, quante cose ci sarebbero da dire! Una cosa curiosa, ad uso e consumo di noi bambini ero lo spauracchio degli “scortecaregli”. “ non ci j da soje abballe, che pe la via ci stanu i scortecaregli!” Cavolo se avevamo paura! Questi tipi, a detta dei nostri genitori, erano dei piccoli omini vestiti di rosso che si nascondevano sotto i cespugli e quando qualche bambino passava, gli saltavano addosso e praticamente lo scorticavano vivo. Chissà perché io li ho sempre immaginati vestiti come piccoli cardinali! Mah! Ogni anno mi davano cento lire da spendere come volevo, praticamente l’equivalente di 5 euro adesso? Boh! So solo che riuscivo, ogni anno, a comperarci una bambola che non muoveva ne le braccia ne le gambe, vogliamo ritornare al concetto di felicità? Ero felice! Con quella bambola giocavo tutto l’anno, non so più quanti vestitini io abbia cucito con tutte le pezze che riuscivo a trovare e con i campioni di stoffa rettangolari con il bordo tagliato a zig zag, che Adolfo Luce, il sarto, mi forniva su mia pressante richiesta.

Poi, dopo la processione solenne, con la statuetta d’argento coperta di gioielli ex voto, che si trasferiva in casa del festaiolo di turno, dopo gli spari che duravano un’eternità, dopo un lauto pranzo, dopo che il paese veniva abbandonato, dai bancarellari, dalle bestie  e dai pellegrini, lasciando per terra quintali di rifiuti, non restava che godersi il concerto serale ad opera della banda chiamata per l’occasione. La Gazza Ladra, il Guglielmo Tell, la banda ci deliziava per tutta la serata, mentre giovani bandisti transfughi si appartavano con giovani donzelle disponibili a flirtare, innocentemente, negli angoli più bui del paese.

Alla fine del concerto c’era il ballo della “Pantasima” un fantoccio di carta con sembianze femminili, ricoperto di petardi, nel quale si infilava colui che pagava di più, il più temerario ed al suono di una tarantella ballava, mentre i petardi scoppiavano rumorosamente tra il battimani, le risate e gli incitamenti delle persone tutte intorno.

Dopo l’estrazione dei numeri della lotteria dove si solito si vinceva un agnello, c’erano gli spari e la festa finiva.

Quante, quante cose avrei ancora da dire! Ma è notte fonda, le foglie del tiglio continuano a stormire leggere sulla mia testa, riportando alla memoria sussurri di voci lontane, perdute, che premono per essere ascoltate. La voce di mia madre che racconta di Baldasarre, il brigante nostalgico, che pur datosi alla macchia, non rinuncia a godere di un pezzetto di questa festa tanto sentita e che attraversa campi di grano maturo, per assistere dalla cima della collina, al concerto serale della banda, lasciando a testimonianza della sua presenza, una lunga scia di spighe calpestate, come prova per la sua mamma. La voce di mia zia Rosa, che racconta della commozione dei santanatoliesi emigrati in Argentina, che il 10 di luglio, riproducevano un clone della festa di Santa Anatolia alla Plata, esattamente come quella che ricordavano del loro paese perduto, lontano ma mai dimenticato. Ma il sonno incombe e questo silenzio e queste presenze invisibili mi mettono addosso una strana inquietudine, devo lasciare ma tornerò a dare voce a coloro i quali hanno vissuto, amato e lasciato questo angolo di mondo che piano piano sta cambiando, si sta modificando e non sempre come loro avrebbero voluto.

Buonanotte Santanatoliesi, ovunque voi siate, buonanotte e che Santa Anatolia ci protegga!

 

 

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