Giugno, i papaveri, il matrimonio e il bianchetto

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C’è così tanta bellezza nel mondo! Benché l’uomo si affanni a distruggerla non ci riuscirà mai completamente. Mi guardo in giro, in questo mese di giugno del 2012 e sebbene dalla mia finestra non veda altro che palazzoni, non posso fare a meno di rallegrarmi per quei pezzetti di verde tra un edificio e l’altro dove i papaveri con forza, ribadiscono il loro diritto ad esistere. Papaveri dappertutto, rossi, sfacciati, prepotenti e indomiti, bagnati fradici dopo la pioggia e di nuovo allegri al primo raggio di sole. Papaveri a profusione sui mucchi d’erba, tra i calcinacci, negli anfratti nascosti, ma soprattutto ai bordi delle strade tra bottiglie di plastica schiacciate, cartacce e rifiuti di ogni genere, a coprire lo schifo, a gridare a gran voce: “c’è bellezza nella natura e la natura vi sconfiggerà!”

Anche l’uomo è parte della natura, l’unica parte della natura con la consapevolezza di esistere, di essere, almeno per quanto ci è dato di sapere. L’unica parte della natura che conosce il bene ed il male, avendo mangiato per così dire, il frutto della conoscenza. L’unica parte della natura che può decidere da che parte stare e, chissà perché, questo libero arbitrio lo porti, spesso, a scegliere di stare dalla parte del male. Sporca, distrugge, disprezza, oltraggia senza sapere che ciò che distrugge, disprezza e oltraggia non gli appartiene, gli è solo concesso di viverne,  di gioirne, di ammirare  e servirsi di ciò che gli viene offerto per sedare la sua innata sete di bellezza ma il  tutto va restituito e conservato perché altri, dopo di lui possano, servirsene e gioirne allo stesso modo.

Mesi di Giugno della mia infanzia! Così lontani da sembrare irreali eppure così vivi! Dalla fine dell’anno scolastico all’inizio del nuovo, generalmente ad ottobre, il tempo sembrava dilatato, interminabile! Si prospettava davanti a noi un’estate lunghissima, calda, luminosa e felice. Per la maggior parte del tempo vivevamo nei prati. L’erba era stata tagliata, lasciata seccare al sole, e poi trasportata nei pagliai sulle schiene dei somari, e noi eravamo liberi di correre giocare e vivere la nostra vita di fantasia sul prato ispido di erba secca e pungente.

Non so se giugno fosse un mese speciale per i matrimoni, non so neanche se ci sia mai stato un mese speciale per i matrimoni, ma io ricordo alcuni di essi proprio in questo mese.

Può sembrare strano, ma il primo matrimonio che ricordo e che ho vivido nella mia mente come fosse accaduto ieri, risale al 1955, quando avevo solo 2 anni. E’ in quella occasione che ho sentito parlare per la prima volta di televisione. Tra le braccia di  mio padre, nella sala stracolma di persone già alticce per il vino generosamente tracannato e sazie per il cibo altrettanto generosamente ingerito, ricordo la discussione precisa della descrizione di quella meraviglia nuova di zecca e di come io immaginavo fosse. Nella mia mente vedevo la radio, grande, di celluloide marroncina che avevamo in casa, con la finestrella in basso verde, illuminata e mi immaginavo sbirciare attraverso di essa ed assistere allo svolgersi di tutti quegli avvenimenti meravigliosi che la radio ci raccontava in quegli anni e di vedere il famoso uccellino della Radio cinguettare felice sul ramo di un albero.

Il matrimonio era una faccenda complicata, e agli occhi di una ragazza di oggi, quasi assurda.

Quanto ci entrasse l’amore non mi è dato saperlo. So per certo che alcuni, cito mia madre e mio padre perché conosco la loro storia, si fidanzavano in prima elementare e finivano con lo sposarsi tra molte difficoltà.

Ma c’erano anche molti matrimoni legati all’interesse, tanto è vero che si ascoltava molto cosa avesse da dire in proposito la famiglia. Bastava il possesso di un asino a fare la differenza.

Possedere un asino o un cavallo o un mulo, non era cosa da poco. Significava non chiedere a nessuno l’aiuto per il trasporto di tutte le cose trasportabili, dal fieno al grano e soprattutto per l’approvvigionamento della legna da ardere. Erano anche un mezzi di locomozione, andare a Magliano o a Borgorose a cavallo era molto meglio che andarci a piedi!

Molto, nella preparazione  del matrimonio era a carico della donna. Il corredo della sposa, per esempio, era composto di cose precise : 12 paia di lenzuola di cui, quella per la prima notte di nozze bianca ricamata a mano e di puro lino. 6 coperte : 1 di lana abruzzese, 1 di mollettone, 1 di velluto (bellissima con gli angioletti ed i fiori sotto la quale io e le mie sorelle abbiamo inventato mille storie usando le sue raffigurazioni), 1 imbottita, 1 lucchesina (tessuto leggero per l’estate) 1 di piquet e 1 all’uncinetto.  8 tovaglie, di cui una bianca di tela di fiandra. 24 strofinacci, un numero imprecisato di tovaglie per il pane di cotone bianco a nido d’ape (io ne conservo un pezzo di quelle di mia madre) tessute a mano. 48 asciugamani tra quelli di lino, tela di fiandra  e cotone. 12 pannolini di lino, per ovvie ragioni femminili, con le iniziali ricamate a punto croce. 1 materasso di lana e  4 cuscini.  Varie suppellettili di rame come la conca per l’acqua con “gliu manere”, 1 paiolo “u cutturu”, 1 scaldaletto, 1 schiumarola, 1 mestolo “ u scommareglie”, vari tegami di varia grandezza, 1 catino “baccile”, 1 secchio bianco smaltato igienico, 1 vaso da notte “ u rinale”. Inoltre camicie da notte varie con il coordinato bianco per la prima notte di nozze, generalmente di lino ricamato, anche questo, a mano come tutto il resto.

La sposa, la sera prima del matrimonio, portava a casa dello sposo un piccolo corredo per il futuro marito: calzini, canottiera, camicia, cravatta e mutande, in cambio riceveva….. una gallina!!

Doveva inoltre provvedere ad altri indumenti per il marito come pigiami, canottiere, mutande , calzini e fazzoletti.

Qualche giorno prima del matrimonio, la sorella dello sposo e la sorella della sposa stilavano una lista di tutto il corredo perché, in caso di morte della sposa ed in mancanza di figli, tutto tornava alla famiglia d’origine.

Poi, sempre le due rispettive sorelle, oppure altre parenti strette, preparavano il letto per la prima notte con il lenzuolo di lino bianco ed il giorno dopo tornavano per controllare se il suddetto fosse macchiato di rosso o meno, a testimonianza di come  la sposa fosse arrivata all’altare come mamma l’aveva fatta! Ma la mia mente maliziosa ha idea che quella gallina regalata servisse a ben più di uno scopo!

All’epoca  già non si usavano più le camicie da notte lunghe come un sacco e con un buco strategico nel mezzo, sovrastato dalla scritta “ non lo fo per amor mio, ma per far piacere a Dio”!

Ah! Se quelle stalle e quei campi potessero parlare! Ne sentiremmo delle belle!

Molto caratteristico era il trasferimento del corredo dalla casa della sposa alla casa dello sposo: “ U carriaggiu”. A bordo di carretti colorati ed infiocchettati si trasportava ben esposto alla vista del paese, tutto il corredo della sposa, tra capannelli  di persone accorse per ammirare e criticare ciò che vedevano. Da ciò si evinceva la ricchezza più o meno consistente della dote e il prestigio più o meno elevato della famiglia. I festeggiamenti duravano una settimana, tutto il paese andava (e va) alle nozze, cioè ci si reca nelle case dei rispettivi sposi con borse piene di cibarie (pasta, zucchero, caffè, liquore) dove ci si sofferma a fare gli auguri e a bere e mangiare dolciumi vari, si torna poi a casa con la borsa piena di dolci e confetti e con la classica bomboniera.

Un dolce caratteristico di queste ricorrenze erano e sono le “ciammelle summe co j’anasi” talmente dure che per lavorarle si diceva che molti sputassero nelle loro mani, leggenda? Comunque oggi non dobbiamo preoccuparci, visto che tutto si compra nei forni e vengono fatte  con macchinari appositi.

Questa usanza, del portare cibarie in casa degli sposi, aveva un suo significato nel passato, quando i matrimoni si celebravano in casa. Tutto ciò che veniva portato serviva per il pranzo di nozze e per la riuscita del secondo giorno.

I parenti più stretti portavano vari, enormi canestri di vimini, infiocchettati e abbelliti da fiori, con regole precise da rispettare. Nel primo canestro, quello più grande,  grandi mazzi di pasta lunga legata con nastri colorati, pagnotte di pane, recipienti con farina nella quale venivano poste anche le uova, zucchero, caffè.

Nel secondo canestro più piccolo bottiglie di vino decorate con frutta fresca.

Si portavano poi galline vive infiocchettate ed agnelli belanti con al collo un bel fiocco rosso.

Il giorno delle nozze la sposa accompagnata dal padre arrivava in chiesa, come da copione non molto variato nel tempo. All’uscita dalla chiesa, gli invitati buttavano sugli sposi e sugli astanti chili di confetti,  cannellini con l’anima di cannella e di “confette” con all’interno “ i nucci di mandola”. Noi bambini, ma anche i grandi, ci fiondavamo a raccoglierli nella polvere e tra i piedi della gente, facendo a gara a chi ne raccoglieva di più. Erano sporchi? Pazienza li mangiavamo lo stesso, d’altronde, la verminosi era cosa comune nei bimbi dell’epoca, proprio per l’abitudine di mangiare qualsiasi cosa commestibile venisse dal suolo, senza lavarla o con le mani sporche di terra. Nessuno è morto a causa dei vermi che io sappia. Lo spauracchio era il tifo, ricordo che dicevamo per qualsiasi cosa fosse acerba: “ non te la magnà  sa pronga (prugna) è cereva, te fa venì u tifu!” ma solo se era acerba se era sporca la pulivi sul vestito e te la mangiavi con gusto!

Poi c’era il pranzo di nozze,  tra schiamazzi e canti. Ecco il menu: per antipasto un piatto con prosciutto, salame, una rondella di burro con sopra un’alice sott’olio ed una oliva, formaggi. Seguiva poi il brodo di gallina con la stracciatella , il lesso di gallina che era servito per il brodo, la sagna, l’ arrosto misto e l’agnello col bianchetto (di cui vi do ricetta) il tutto annaffiato da fiumi di vino. Si finiva con il dolce tradizionale, “u serpentone”,  con la glassa bianca ed i confettini d’argento, gli occhi fatti con chicchi di caffè e la lingua biforcuta con carta rossa. Poi liquori e frutta a volontà. Il tutto durava fino a tarda notte tra lazzi, motti, canzoni dialettali allusive cantate a squarciagola e brindisi a non finire. Si replicava il giorno dopo a casa dello sposo, dopo che si era constatata la verginità della sposa e dopo che gli sposi avevano assistito alla messa, durante la quale la sposa doveva indossare un velo nero.

Poi c’erano quelli che “scappavano” per evitare tutto questo o perché non avevano soldi, oppure perché le famiglie non volevano dare loro il permesso ed allora erano costretti ad una mesta cerimonia riparatrice alle 6 del mattino, con la chiesa quasi vuota e la sposa vestita di blu.

Mia madre, la mia adorata madre, fu una di queste spose in blu. Non perché le famiglie fossero contrarie ma perché mio padre era un carabiniere e non poteva sposarsi prima di aver compiuto 33 anni. Così convissero per due anni more uxorio. Che coraggio mamma nel 1948! Adesso sarebbe prassi normale. Peccato che lei, religiosa fino al midollo, di una religiosità non bigotta ma fatta di conoscenza e frequentazione dell’Azione Cattolica, abbia vissuto questa cosa come colpa grave non perdonandosi finchè è vissuta. Ma l’amore di mia madre e mio padre è cosa leggendaria e prima o poi dovrò raccontarla perché i miei nipoti ne abbiano memoria.

Ho talmente tante cose da dire su giugno! Penso però, che , perché questo racconto non sia troppo lungo, io debba suddividerlo in due parti, tornerò a parlare di giugno, questo mese sospeso che scivola lentamente verso la seconda parte dell’anno, verso quel luglio di pienezza dorato di spighe ubertose. Giugno, invece,  conserva ancora in sé parte della freschezza della primavera, come una bella trentenne con un abito di seta a fiori svolazzante nel vento, malizioso e profumato!

La ricetta legata ai matrimoni e che veniva cucinata solo dalle cuoche più brave è l’agnello con il bianchetto, una salsa di uova e limone fatta scivolare lentamente sulla carne di agnello cotta ed a fuoco spento.

Per chi volesse cimentarsi:

1kg di spezzatino di agnello, olio, sale , vino bianco, uova e limone, 1 stecca di cannella

Si fa soffriggere in un tegame dell’olio nel quale si versa  lo spezzatino di agnello. Si lascia rosolare per bene senza farlo bruciare, si sala, si versa nel tegame un mezzo litro di vino bianco e si aggiunge la stecca di cannella. Si lascia cuocere l’agnello finché il vino non sia quasi del tutto evaporato. Deve rimanere sul fondo del tegame una cremina composta dal grasso dell’agnello, dall’olio e dal vino. A parte si sbattono 3 uova con il succo di mezzo limone Si toglie il tegame dal fuoco e sullo spezzatino fumante si versano a filo, lentamente, le uova sbattute con il limone, molto lentamente. Si gira il tutto  con un cucchiaio di legno, velocemente, in modo che le uova ricoprano tutta la carne come un velo e che il calore della stessa cuocia la salsa senza farla rapprendere. Qualora la salsa,  risultasse troppo liquida si può rimettere il tegame sul fuoco e girando energicamente la carne fare rapprendere per qualche secondo.

Il gusto acidulo del limone dona a questo piatto, di per sé abbastanza grasso, freschezza e gusto e si sposa splendidamente con il gusto deciso della carne d’agnello.

Io ho, quello che ho fatto per le foto, nel frigo e visto che è ora di pranzo, adesso lo scaldo e me lo “magno”

 Buon appetito!

 

 

 

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  1. Squarci di ricordi, volti ed emozioni antichi evocati dal tuo racconto E riemerge così un passato che ha segnato la nostra storia personale e collettiva, che cerca spazio in un quotidiano frenetico, caotico che ci tiene lontani dalle emozioni, linfa vitale per la nostra esistenza.

    • Si Marialuisa, ricordi, perché il passato non muoia del tutto, perché chi non c’era possa sapere cosa abbiamo vissuto, di cosa ci siamo nutriti, cosa ci ha fatto ciò che siamo. Le nostre radici, quelle che ci tengono ben saldi a terra. Ciao un abbraccio!

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