Aprile, il cuculo e le tisichelle

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Il tempo, questo implacabile, silenzioso tessitore che, lentamente ma inesorabilmente, ricama le nostre storie  in rotoli  di tessuto fittamente e finemente disegnato, questo pittore pieno di talento che dipinge tele su tele con le nostre esistenze , relegandole in cantine oscure, questo scrittore,che scrive libri su libri con caratteri minutissimi, riempiendo biblioteche perdute in palazzi dimenticati, il tempo, che, come un fiume placido scorre silenzioso e tutto trascina con sé, ci travolge e lascia tracce visibili sui volti, nei corpi, nelle anime. Il tempo,dicevo,  porta via, piano piano tutti i giorni, i mesi, gli anni, le feste, le gioie i dolori delle nostre vite.

Io adesso devo visitare tutte quegli angoli nascosti, devo srotolare tutti quei rotoli di tela ,visitare tutte quelle pinacoteche e rileggere tutti quei libri, per tornare indietro a quei mesi di aprile sonnolenti della mia infanzia. Quei mesi di aprile dove gli orti, i prati, i ruscelli e le montagne , lentamente cambiavano sotto i nostri occhi di bimbi e ci regalavano giornate in cui l’unica occupazione era essere totalmente liberi senza obblighi o costrizioni, dove l’unica nostra preoccupazione  era rotolarsi nell’erba alta dei prati, tra gialli ranuncoli più alti di noi e trovare un gioco che ci facesse essere tutto ciò che volevamo. Non c’era limite alla fantasia. Mi ricordo, adesso, di un gioco che, per un  poco , ci faceva sentire come pirati sbarcati in un’isola deserta.  Recuperavamo ogni pezzetto di carta colorata, argentata e dorata che trovavamo e ne facevamo pezzetti piccoli. Poi, trovavamo un pezzo di vetro, possibilmente non colorato e  cercavamo un posto lontano, di solito sotto un cespuglio, scavavamo leggermente e facevamo uno strato di pezzetti di carta colorata, mettevamo sopra il pezzo di vetro, pressando per bene e, poi,  ricoprivamo tutto con la terra. Quello era il nostro tesoro sepolto. A distanza di mesi andavamo a riscavare dove lo avevamo sepolto ed era sempre una gioia ritrovare il nostro tesoro esattamente dove pensavamo che fosse. Qualcuno di questi tesori deve essere ancora sepolto lungo la via della Madonna Addolorata, perchè ogni tanto  ci dimenticavamo dove l’avevamo nascosto.

Ma la vita in campagna non era sempre così idilliaca. C’era, purtroppo, chi,  in questi mesi, si dedicava ad una attività così crudele che difficilmente riusciremmo a capirla  adesso, perlomeno lo spero. Molti dei ragazzi maschi andavano a caccia di nidi. Quanti nidi di cardellini, verdoni ed altro sono stati distrutti!

Ricordo una volta un mio amico, che ora non c’è più, aveva trovato dei piccoli verdoni in un nido sull’olmo sotto casa mia. Erano così piccoli che ancora non avevano “spoppato” gli occhi!  Così li aveva presi ma, visto che non erano ancora svezzati ed avevano bisogno della madre, aveva preso il nido e lo aveva messo in una gabbia sull’olmo.La madre dei piccoli andava a portare loro da mangiare attraverso le sbarre della gabbia, li “rimpizziava” come si dice da noi.Quando il mio amico tornò per controllare come stessero i piccoli uccellini, ebbe una sgradita sorpresa. Una serpe era entrata attraverso le sbarre ed aveva ingoiato i passerottini rimanendo intrappolata per colpa del lauto pasto.Non vado oltre nel racconto perchè potete immaginare che fine abbia fatto  la serpe e che crudele spettacolo, il mio amico,  abbia offerto  al suo inorridito pubblico.

Noi assistevamo a tutto questo come a qualcosa di inevitabile. Ammazzare le serpi era bene, prendere i nidi degli uccellini era fico, acquistavi punti agli occhi dei tuoi amici. Ammazzare uccellini con la fionda “fionne” o la “scrocca” ammazzafionda, anche questo era fico.Le “fionne “si costruivano con lo spago che dovevi intrecciare lasciando al centro un’asola, poi,  dovevi farle roterare prima di lanciare il sasso, non era cosa facile. Le “scrocche “ si facevano con una forcella di legno che si cercava accuratamente sugli alberi vicini o nei cespugli, si scortecciava e si temprava sul fuoco rendendola forte e liscia, si  aggiungevano poi due elastici, di solito pezzi di camere d’aria delle biciclette e,  un pezzetto di pelle, dove andava  posizionato il sasso da fiondare. Non di rado, invece che gli uccellini, veniva colpito qualche ignaro passante, per caso o di proposito!

La vita in campagna era così, si assisteva a scene crude,  come la nascita di agnellini in diretta, accoppiamenti di animali, bastonate ad asini e muli se non camminavano o non ubbidivano, sassate ai cani se non se ne andavano quando gli dicevi “passi via”. Tutto questo non era considerato crudele o disdicevole, era prassi comune e faceva parte della vita quotidiana,  e chi, come me,  guardava con aria inorridita e piangeva, veniva sbeffeggiato e preso in giro alla stregua di una mammoletta! Era una realtà dura che i bambini imparavano presto a conoscere, come imparavano presto la dura fatica del lavoro dei campi e la solitudine delle lunghe giornate al pascolo con le pecore o le vacche. Una vita dura, vera a contatto con la natura dalla quale imparavi tutto. Ricordo, ancora, mia madre che con la vanga, dissodava il nostro orto piantando, poi,  ogni sorta di ortaggi in spiazzi perfettamente geometrici, qui i pomodori, là l’insalata,più in là le zucchine, fagioli, piselli. Un orto in divenire, che nei mesi futuri sarebbe stato il suo vanto, insieme a fiori di ogni genere che crescevano, chissà per quale sua dote segreta, rigogliosi e lussureggianti davanti casa. Ogni anno mia madre voleva una foto tra i suoi fiori. Adesso quando le guardo muoio di nostalgia per quei tempi così sereni.

Ma  il mese di aprile che volgeva alla fine e l’inizio di maggio, oltre all’andirivieni incessante delle persone che svolgevano ogni sorta di attività legate ai campi offrivano  alla nostra vista uno  splendore di cieli azzurri e ciliegi fioriti,e,  in quelle mattine così cristalline nel silenzio profondo, verso le 10, ( chissà perchè io ricordo come ciò accadesse sempre verso le 10,00 e ricordo sempre un silenzio profondo) se tendevi l’orecchio a suoni lontani, potevi avere il  piacere di udire una suono ritmato e ovattato che ti arrivava a tratti, “ Cucù… cucù … cucù!” il canto del cuculo!

Per anni non l’ho più sentito e ne ho avuto dispiacere. Avevo detto addio al cuculo pensando che, come molti altri uccelli, fosse stato scacciato dalle cornacchie e dalle gazze che ormai hanno preso il sopravvento su molte specie di uccelli nella nostra zona. Ma l’altra domenica, davanti a casa mia, a Santa Anatolia, verso le 10,00 del mattino ho sentito lontano  lontano  un “ Cucù…..cucù…. cucù!” Si può essere felici per il canto di un cuculo? Si, si può. Io lo sono stata e spero di sentirlo ancora per molto tempo!

Tutto questo non è che mi dia un grande aggancio per la prossima ricetta che vi voglio propinare. Ho pensato di illustrarvi la ricetta delle tisichelle che mia madre e le altre madri, ovviamente, facevano e fanno, sempre per le feste o quando ne avevano voglia ed, adesso,  vado a comunicarvela con grande piacere.

Le tisichelle, a dispetto del loro nome e del loro aspetto da “Tisiche”, sono una delle cose che tutti amano mangiare per il loro gusto friabile e discreto, poco dolce,  ma che proprio per questo, proprio come le ciliegie che una tira l’altra,  se non smetti, in meno che non si dica, ne hai mangiate tante che sono belle e finite!

Ecco la ricetta:

6 uova – 1 bicchiere di zucchero – 1 bicchiere di olio extravergine di oliva –1 pizzico di sale – farina quanto basta per un impasto che deve risultare molto elastico, non duro.

Si impastano tutti gli ingredienti finchè non si ottiene una palla liscia e soda Si lascia riposare l’impasto per un’ora coperto, poi si prende e si formano delle ciambelle sottili,  lunghe  e strette (credo che ci siano delle misure precise di come debbano essere fatte, ma io le ho fatte di circa 8 cm di lato).

Nel frattempo si è messo a bolire un pentolone con l’acqua. Quando l’acqua bolle si buttano dentro le ciambelle un po’ per volta, quando  tornano a galla si tirano fuori con una schiumarola e si mettono a scolare su di un canovaccio. Finita questa operazione si prendono una per una e si incidono con un coltello torno torno per tutto il perimetro, si sistemano poi in una teglia e si cuociono nel forno già caldo (180°) avendo cura di non farle bruciare troppo, si tolgono quando hanno assunto un bel colore dorato.

Devo confessarvi che non sono una grande esperta di tisichelle, comunque vi invito a provare, le mie sono riuscite un po’ bruttine ma squisite. Buon appetito!

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  1. Per non parlare delle vivisezioni che infliggevamo alle malcapitate lucertole. Chissa’ perche’ molti bambini sono tanto crudeli verso gli animali.

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