Archivio mensile:aprile 2012

Fiori di mandorlo, Pasqua e i “fiauni”

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Con il passare dei giorni l’aria si faceva sempre più mite. Marzo passava in un lampo, giorni pieni di sole e cieli azzurri ma anche improvvisi ritorni di freddo con qualche nevicata.
In questo caso sentivi un coro di spicciola saggezza popolare: “ E commà, tantu duresse la mala vicina quanto dura la neve marzolina!” per dire che la neve di marzo durava molto poco. Ma, a quei tempi, ciò non era molto frequente, se lo fosse stato sarebbe stata una vera calamità.
Erano i tempi in cui ancora si contava sulla raccolta delle mandorle. I colli e le valli che circondano Santa Anatolia, erano piene di mandorleti, oggi quasi tutti secchi e moribondi. Perciò, a marzo, si aveva una esplosione spettacolare di mandorli fioriti dalle varie tonalità, dal bianco candido al rosa tenue a seconda della qualità. Era una meraviglia! Ancora oggi ne sopravvivono molti esemplari, rinsecchiti, contorti, sofferenti, ma che sfidano il tempo regalandoci fioriture sbilenche, sempre suggestive.
Che meraviglia il turbinare di bianchi petali ad ogni soffio di vento! Gli alberi scossi da refoli o a volte da vere raffiche di vento, lasciavano volare, nel cielo terso, milioni di piccole farfalline bianche, che dopo aver volteggiato nell’aria, si posavano sul terreno formando veri tappeti profumati e soffici. Sui rami rimanevano minuscoli frutti verdi circondati da stami, che noi bimbi non vedevamo l’ora crescessero per poterli mangiare!
“Le mandulicchie!” una vera squisitezza! Le mangiavamo finché erano morbide e con il nocciolo acquoso all’interno. Poi le mangiavamo ancora quando erano quasi mature. Le schiacciavamo con i sassi sporcandoci di verde tutte le mani, ma che dolcezza quel seme ancora fresco! Poi le mangiavamo secche e a forma di amaretti o serpentone. Insomma, adesso che ci penso, le mangiavamo sempre!
Le mandorle facevano parte di quei prodotti coltivati che davano ricchezza a chi le coltivava. Adesso con il clima così capriccioso, a quella altitudine, sarebbe un azzardo contare su quella fonte di reddito. Le gelate tardive, anche a maggio a volte, non danno garanzia di successo, chiunque le coltivasse, potrebbe ritrovarsi con nessun raccolto per anni di seguito, questo vale anche per altri tipi di frutti.
Ma Marzo finiva, la Quaresima ci avvicinava alla Pasqua e noi bimbi imparavamo la poesia che era sempre piena di campane festose, pecorelle e rondinelle.
Eh le rondini! Quante rondini! Garrule rondini sfreccianti nell’azzurro del cielo! Chissà perché le aspettavamo sempre il 21 di marzo! “San Benedetto la rondine sotto al tetto”! Ci credevamo e guardavamo il cielo in attesa. Naturalmente non arrivavano quasi mai, era troppo presto. Arrivavano più tardi ed allora era veramente primavera!
E così in men che non si dica era già aprile. Aprile, mi ricordo quella spossatezza languida dopo una giornata per i prati a correre e saltare. Senza più maglioni pesanti ci sentivamo leggeri, ma i vecchi ci ammonivano “ A zione, aprile non ti scoprire!”.
Aprile era ed è, il mese della Santa Pasqua.
Come per il Natale c’erano tutta una serie di riti da rispettare. Io neanche li ricordo più tutti. Mi ricordo che mia madre, questa volta solo lei, si alzava molto presto la mattina per andare in Chiesa dove si celebravano riti particolari. Ricordo solo che, in uno di essi, si dovevano battere dei bastoni sui banchi per ricordare le percosse ricevute da Cristo durante la sua passione. Ma è un ricordo molto vago.
Ricordo una canzone che mia madre cantava durante questo periodo, una canzone che parlava di Gesù morente sulla Croce e della Madonna sua Madre che lo guardava morire impotente.
Era una canzone che mia madre, partecipe del dramma, cantava con voce morbida ma accorata e dove Gesù, assetato ed in agonia, diceva a sua Madre: “ O mamma, mamma già che sei venuta, almeno ‘na goccia d’acqua me fussi portata……..” e la Madonna rispondeva: “ O figlio, figlio……” ma purtroppo non ricordo più cosa rispondesse. Ricordo solo che mia madre cantava mentre lavava i panni nella bagnarola di zinco ed io, seduta, la guardavo ed immaginando il grande dolore di Gesù, ma soprattutto la sua sete ed il fatto che la mamma non avesse acqua per lui, piangevo silenziosamente con calde e grosse lacrime che mi scorrevano sulle guance e mi arrivano in bocca copiose e salate.
Durante la settimana Santa tutto era improntato alla tristezza. Tutti dovevamo essere molto seri, anche la radio trasmetteva solo musica classica, dal giovedì al sabato Santo dopo la Resurrezione di Cristo.
In Chiesa dal giovedì Santo, giorno in cui Gesù moriva, si visitava il sepolcro. Una bianca urna con finiture dorate, era posta sull’altare di una delle cappelline laterali, adorna con candele e vasi di germogli di grano bianco, più vari paramenti luttuosi.
La chiesa rimaneva aperta giorno e notte ed era un continuo andirivieni di persone che contrite, pregavano in silenzio.
Ai piedi dell’altare c’era un Crocifisso ligneo con Gesù morto, ed in segno di penitenza, si facevano “Le strascinarelle” che consistevano nel percorrere in ginocchio tutta la navata della chiesa, dall’ingresso fino a Gesù morto. Si camminava sulle ginocchia pregando e, più percorsi facevi, più acquistavi meriti agli occhi di Dio. Chissà perché io non sono mai riuscita molto a stare in ginocchio, neanche adesso se devo inginocchiarmi in Chiesa soffro di dolori tremendi alle rotule, perciò di strascinarelle ne ho fatte ben poche! Ma ricordo però di averle fatte su un pavimento pieno di sassolini e fango, ricordo soprattutto il dolore, ma in tutto non devo averne fatte più di due.
Era persino proibito suonare le campane delle chiese, le campane erano, metaforicamente, “legate”. Per avvertire la popolazione che le funzioni o la messa stavano per iniziare, alcuni ragazzi giravano il paese con la “trappola”.
La trappola era una tavola fatta proprio come una trappola per topi ma più grande, con la parte metallica libera che, sbattuta con forza sul legno della base, produceva tanto fracasso da svegliare anche i dormienti più duri.
Anche per la messa di mezzanotte la popolazione veniva chiamata per mezzo della trappola. Mezzi assonnati venivamo di colpo svegliati da questo frastuono e ci preparavamo per andare in chiesa.
Sul sagrato della Chiesa ardeva già da un po’ il Fuoco Santo. Un grande falò con il quale il prete, dopo aver benedetto il fuoco, accendeva il Cero Pasquale.
Ci scaldavamo intorno ad fuoco (ricordo il calore intenso delle braci sulla faccia e sulle mani, le persone che nel buio della notte risplendevano della calda luce arancione delle fiamme e la schiena invece gelata dal vento notturno), poi entravamo in chiesa. Appena Gesù risorgeva, le campane si “slegavano” e cominciavano a suonare a festa, mentre la congregazione tutta, intonava il “ Gloria” a gran voce.
Poi, usciti dalla chiesa, dopo i saluti e gli auguri di rito, le mamme o i papà, ma più le mamme, prelevavano un tizzone ardente dal Fuoco Santo e lo portavano a casa per accendere il camino, che, in teoria, sarebbe rimasto acceso per un anno intero, poiché non si lasciava mai che il fuoco morisse del tutto.
La mattina di Pasqua era d’obbligo mangiare la frittata con la mentuccia, mentuccia rigorosamente cercata nei prati, tenera e profumata.
Naturalmente anche per Pasqua si ripeteva la trafila dei forni come per Natale e si preparavano chili di dolci da sfamare un esercito. Per settimane si aveva la cucina in fermento e le mamme con le mani in pasta dalla mattina alla sera, si preparavano sempre gli amaretti, le tisichelle ecc.
Ma il dolce pasquale per eccellenza, a Santa Anatolia, ma anche in Abruzzo in genere, sono i fiadoni o fiatoni altrimenti detti in santanatoliese i fiauni.
“I FIAUNI”.
Anche in questo caso la ricetta santanatoliese differisce dalle altre per alcuni ingredienti peculiari che si usano solo da noi come la cannella e l’uvetta.
Ieri io li ho fatti e devo dire che mi sono venuti una meraviglia! E dire che era la mia prima volta!
INGREDIENTI E DOSAGGIO
Per la pasta
400 Gr di farina e 4 uova
Per il ripieno
3 etti di parmigiano grattugiato
1 etto di pecorino grattugiato
4 uova
Una manciata di uva passa
1 cucchiaino di cannella macinata al momento
Impastare la farina con le uova – stendere una sfoglia sottile
Mettere tutti gli ingredienti del ripieno in una ciotola – amalgamare ben bene con l’uvetta e la cannella. Il ripieno deve essere morbido ma non troppo liquido ne troppo secco.
Procedere poi mettendo piccole quantità di ripieno sulla sfoglia e formare dei bauletti a forma di raviolo, che prima di essere infornati dovranno essere spennellati con l’uovo sbattuto (solo il rosso). Metterli in una teglia e infornare a 180° con forno già caldo.
Sfornare quando avranno preso un bel colore dorato.
Essi sono una meraviglia dove, il salato del formaggio ed il dolce dell’uvetta, se sapientemente dosati, si sposano meravigliosamente tra loro, dando vita ad un connubio sublime. La presenza della cannella deve solo intuirsi, mai deve prendere il sopravvento, la stessa cosa dicasi per il pecorino, non deve sovrastare il gusto del parmigiano ma solo renderlo più piccante.
Non so se mia madre adesso sia in grado di vedermi. Al ritorno dal forno di Pasqua, io mi mettevo vicino a lei e le rubavo sempre qualche “fiaone” caldo e tutti i rotondini solidificati e croccanti del ripieno fuoriuscito da essi. Che bontà, mamma! Adesso, per la prima volta l’ho fatti da sola come vorrei che tu potessi assaggiarli sono quasi come i tuoi!