Archivio mensile:marzo 2012

Marzo, i ravioloni e la Quaresima

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Verso la fine di febbraio, inizio marzo, anche il carnevale passava. Finivano tutti  i suoi riti pagani, le frappe, la pizza sfogliata, gli scherzi e i giochi. Un gioco, mio padre amava fare ogni anno, in attesa che la pizza sfogliata cuocesse sotto la brace, un gioco che noi chiamavamo “ncarnaove”. Un gioco, a mio avviso, abbastanza pericoloso, perché, ciascuno di noi, bendato e con un grosso coltello in mano (quello del pane che in dialetto chiamavamo “ la cortella”), doveva colpire un uovo sodo, sbucciato e posto sul tavolo e dopo che nostro padre ci aveva fatto fare tre o quattro giri su noi stessi, facendoci perdere il senso dell’orientamento. Per fortuna, ogni volta, per evitare guai, papà ci metteva nella direzione giusta e poi, quasi guidava la nostra mano fino all’uovo. La ricompensa consisteva nel fatto che, chi colpiva l’uovo nel centro spaccandolo in due, vinceva il gioco e mangiava l’uovo! Ricordo anche una zucca intagliata come un teschio, posta all’angolo del nostro orto all’imbrunire, con una candela accesa all’interno, esattamente come quelle di Halloween, ma molto prima che sentissimo parlare di questa festa anglosassone. Erano giorni allegri, poi, dopo che il prete, la mattina del mercoledì delle ceneri, ci aveva impolverato la testa con un po’ di cenere e ci aveva ricordato  che polvere eravamo e che polvere saremmo ridiventati, al monito di: “ Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris”, dopo che contriti e con l’anima mondata da ogni peccato, avevamo ricevuto debitamente l’Eucarestia, liberi e leggeri come uccellini, svolazzavamo fuori dalla Chiesa ed iniziavala Quaresima! La Quaresima, quaranta giorni prima della morte di Cristo, era ed è, il periodo che ricorda i quaranta giorni di Gesù nel deserto, durante i quali aveva digiunato in solitudine, era, perciò un periodo in cui tutte la manifestazioni gioiose erano sospese, dovendo ricordare tale avvenimento. Non ci si sposava per esempio, erano proibite feste di ogni tipo (almeno ufficialmente, perché noi bambini già al secondo giorno non ci pensavamo più) . Più che mai era proibito mangiare la carne il venerdì, ed altre cose di questo genere, legate al fatto di come  tale periodo, fosse un periodo in cui bisognasse essere probi e connessi col divino. Ricordo una cosa legata a tale ricorrenza, una cosa che ho avuto modo di osservare anche qualche tempo fa  e che credo si usi ancora da qualche parte. All’inizio della Quaresima, quasi in ogni famiglia, si preparavano dei vasi seminati con grano e si mettevano, poi, in un luogo buio a germinare. Alla fine dei quaranta giorni, infine, questi vasi con i germogli ormai cresciuti dritti come fusi, bianchissimi per mancanza di luce, si ponevano davanti al sepolcro di Cristo, durante i tre giorni fatidici, dal Giovedì Santo pomeriggio, giorno in cui Gesù moriva, fino  alla notte del Sabato Santo, quando resuscitava. I germogli rappresentavano appunto la Resurrezione.

Ma questo periodo, sebbene legato a queste serie ricorrenze, era il periodo in cui la natura si risvegliava. La neve si era finalmente sciolta ed il sole era tornato splendere su una natura ancora addormentata, ma che qua e là  già mostrava segni di una rinascita imminente. Gli alberi di mandorlo avevano gemme gonfie e turgide, i campi arati, emanavano sottili volute di vapore e il grano germogliato in autunno e che aveva lungamente dormito sotto la neve, si rinverdiva di nuova linfa. Un venticello leggero e profumato spingeva soffici nubi nel cielo terso e  le greggi, finalmente, non più costrette nelle stalle, belavano di nuovo al tramonto tornando verso gli ovili. Se adesso ci metto anche qualche garrulo volo di rondine il tutto apparirà troppo lirico ed edulcorato, ma non è proprio così l’inizio della primavera? Almeno per gli animi romantici!

Noi bambini correvamo nei prati dove l’erba iniziava a spuntare sotto quella secca e bruciata dal gelo. Cercavamo, invano, le prime timide violette sotto i cespugli che conservavano ancora rimasugli di neve cristallizzata, ma, ancora troppo presto! E poi, un giorno, ci accorgevamo che nei campi sodi, non ancora seminati, erano nati una profusione di fiori gialli e timidi: i bottoni d’oro! Erano i primi a spuntare! Migliaia di fiori gialli nella terra ancora brulla. Ne facevamo dei gran mazzi che portavamo a casa e che morivano subito. Ma che gioia, che meraviglia! La primavera era proprio arrivata!Ma quello che aspettavamo era veder spuntare le prime viole. Era quasi una gara a chi le trovava prima! Il nostro campo di ricerca era “abballe agli Quadri”, era il posto più assolato. Lasciavamo la via della Madonna Addolorata per ultima poiché era “all’appacina”  i Quadri invece, con la via fiancheggiata da siepi di biancospino, che conduceva verso “ U Coremanu”, era il posto dove spuntavano per prime. Ce n’erano di due colori, quelle esposte al sole erano di un violetto chiaro, quelle più nascoste e più difficili da raggiungere, di un violette scuro, naturalmente le più ambite! Era il periodo in cui, dopo la scuola, ebbri di sole, scorazzavamo finalmente nelle campagne liberi senza che nessuno ci limitasse o ci obbligasse a rimanere in casa. Erano i pomeriggi in cui, nel sole che ci abbronzava il viso, disegnavamo dei gran cerchi nella terra ancora bagnata per giocare a “Mondo” o alle “Città” a “Campana” oppure a “Palline” .

Ricordo che un giorno il nostro maestro di quarta elementare, Maestro Candido, ci aveva dato da studiare una poesia che iniziava così: “nei boschi da sera a mattina….”. La mia amica Paola era una campionessa del gioco delle biglie, palline in dialetto. Paola fu interrogata sulla poesia, della quale, non avendola studiata, ricordava solo le prime parole che ripeteva incerta, in continuazione ,bloccandosi ogni volta e guardandosi intorno in cerca d’aiuto: “nei boschi da sera a mattina………..” e non andava avanti. Così il maestro, perfido, finì per lei : “ nei boschi da sera a mattina, Paola Spera gioca a pallina!” non vi dico le sghignazzate!! Beh, comunque tutti giochi perduti! Come perduto sembra essere il gioco della “Tizza”, detto in italiano “Lippa”. Gioco che i bambini di oggi non conoscono e che era il terrore delle mamme. Questo gioco, si giocava, scavando due piccole buche distanziate di qualche metro l’una dall’altra, si usavano  due mazze, una per ogni squadra, con queste mazze si doveva colpire  un bastoncino al volo, e, se questo bastoncino ti colpiva in viso, come qualche volta accadeva,  poteva farti molto male. Capitava che in tutta questa rinascita, col sole che metteva allegria, con le giornate più lunghe e con la speranza di chissà che cosa dovesse accadere di bello di li a poco, chiedessimo a nostra madre qualcosa di speciale:

“ Ma’ facci i ravioi!” E mamma ce li faceva!

Eh, mamma, oggi l’ho fatti anch’io! Ma per dirla con papà “quij de mamma eranu più boni!”

Ecco qua, fateli anche voi e buon appetito!

Ingredienti x 4 persone (visto che sono grandi 2 ravioli a testa bastano)

Per la pasta: 300 grammi di farina e 3 uova

Per il ripieno :500 grammi di ricotta di pecora – 1 uovo – poco zucchero – cannella pestata nel mortaio 1 cucchiaino- poco sale – poco parmigiano (2 cucchiai) oppure anche senza – prezzemolo un ciuffetto.Unire tutti gli ingrediente del ripieno in una ciotola lasciare riposare per qualche minuto Nel frattempo fare una sfoglia sottile con la farina e le tre uova. Procedere poi come per i ravioli normali solo facendoli molto grandi “giganti” Condire poi con un sugo leggero di pomodoro fresco appena scottato, o, come più vi piace. Mi raccomando la cannella! Che sia pestata al momento e non quella in polvere! Lo zucchero, poco, serve per stemperare l’acidità della ricotta. Nel sugo di pomodoro mettete anche un po’ di peperoncino esalterà il gusto dell’insieme. Peperoncino e cannella!! Non suona molto esotico?!!

 

 

 

 

 

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