Gennaio

Standard

Poi, passato il mese di gennaio, triste, grigio, freddo e normalmente segnato dal silenzio ovattato delle neve che cadeva e dal crack crack dei passi della gente nella neve gelata, passate le notti gelide e cristalline, passate le giornate corte e quella sensazione di stallo dove il tempo sembrava immobile, gli animi cominciavano a riprendere una certa fiducia nel futuro.
Le giornate, verso la fine di gennaio iniziavano ad allungarsi e, con maggiori ore di luce a disposizione, anche le persone sembravano come risvegliarsi da un lungo sonno.
Qua e la, dove il sole insisteva maggiormente, le colline cominciavano a scoprirsi e la tenera erba sottostante era manna per le povere bestie rimaste nelle stalle tutto il tempo. Allora si vedevano pastori con lunghe file di pecore e con i cani impazziti per la gioia del movimento, che andavano verso la Madonna Addolorata o verso altre colline, e, dietro le lunghe file di pecore belanti, che sporcavano la neve al loro passaggio di escrementi e di gialla urina, i loro padroni, che con un lungo bastone le incitavano a non disperdersi nella neve ancora alta nei campi ai lati della strada.
I bimbi, approfittavano di ogni momento per scivolare sulla neve rimasta nei prati con sci improvvisati, fatti con pezzi di legno improbabile e, di solito, con qualsiasi cosa scivolasse lungo i pendii. Di tanto in tanto si sentiva qualcuno, di solito i più piccoli che intonavano filastrocche a tema:
“ piove e fiocca, gennaru occa schiorta, se passi n’anzi casa tella tire na palloccata!!” E via a tirarsi palle di neve. Qualcuno ci metteva anche dei sassi all’interno, giusto per rendere la cosa più “divertente”
Erano però le lunghe sere passate vicino al camino che rendevano questo periodo così particolare. Non si aveva paura della neve, anche mezzo metro o un metro non costituiva un problema. Si facevano le “viarelle” tra una casa e l’altra e si continuava a farsi visita tra vicini come sempre. Vicino al camino la sera, si recitava il rosario per prima cosa e, poi, si facevano giochi con la cenere, con la brace o con qualsiasi cosa si avesse a disposizione. Giocavamo con le molle del camino, “co gliu suffjttu”,si facevano tanti giochi, peccato che io non ne ricordi neanche uno! Mi ricordo solo che si facevano delle righe con le molle nella cenere e poi ognuno doveva indovinare qualcosa, ma è tutto quello che riesco a farmi venire in mente.
Ma era in quei momenti che la tradizione del racconto orale veniva espressa nella maniera più peculiare.
Mentre si ricamava o si sferruzzava, i nonni o i genitori, ma anche i vicini che venivano a farci compagnia, raccontavano con dovizia di particolari storie antiche, tramandate da generazione in generazione. Quasi tutto perduto! Ne rimangono brandelli nella mia mente che io cerco disperatamente di salvare in questi miei semplici racconti.
Ricordo, per esempio questa storia che noi attribuivamo alla famiglia di mio padre, ma che invece mio padre attribuiva ad altri paesani. Non so quale sia la verità naturalmente, credo anche che i luoghi descritti non siano facilmente individuabili, ma questo è quello che io ricordo di aver sentito raccontare
“TA’*I TE’ I FERRI J’URSU?”
(*tata antico appellativo per papà usato fino al secolo scorso a Santa Anatolia, è curioso notare come anche nei paesi della ex Jugoslavia papà si dica appunto tata)

Mio padre si arrabbiava moltissimo ogni volta che raccontavo a qualcuno questa storia che io attribuisco ad un suo antenato.
Solo poco prima di morire mi ha invece detto il nome della famiglia a cui attribuire il fatto,“quissi de Zuccaretti” . Naturalmente non so se sia vero, poiché è una storia molto antica.
Facendo collegamenti azzardati potrei anche capire chi sono, ma non è così importante ed io, preferisco dire che si trattava di un avo di mio padre.
Mio padre, (come anche mia madre) era un narratore affascinante perché i suoi racconti venivano direttamente da quella abitudine di tramandare storie in maniera esclusivamente orale, per cui il racconto risulta pieno di immagini suggestive e di particolari che lo rendono vivo.
Ascoltando mio padre, le immagini scorrevano nella mente di chi ascoltava come in un film e, forse, ancora meglio. Mio padre aveva anche uno spiccato senso dell’umorismo , cosicché i suoi racconti erano spesso divertenti, anche se l’argomento era tragico, non erano mai storie lacrimevoli o patetiche.
Ma veniamo alla nostra storia…..
Molti anni fa “quissi de Zuccaretti “avevano una vigna , ammonte agliu Pacu, dalla quale ricavavano un vinello leggero ma molto buono che era il vanto della famiglia.
Un bel giorno, o meglio, una bella notte, la vigna fu presa di mira da un orso che apprezzando molto quell’uva speciale iniziò a frequentarla assiduamente suscitando la rabbia della famiglia Zuccaretti.

Il capofamiglia stufo della situazione, dopo averle provate tutte per spaventare l’orso, decise di passare alle maniere forti e nottetempo si recò con il suo unico figlio nella vigna.
Il tragitto per raggiungere la vigna era abbastanza lungo ed in salita , presero così con loro il loro unico cavallo che all’epoca era più prezioso di una Ferrari, e padre, figlio e cavallo si avviarono verso la vigna.
Arrivati che furono, lasciarono il cavallo impastoiato, libero di pascolare e si appostarono armati di schioppo, dietro un cespuglio.
Era una notte di luna piena, (mia madre avrebbe detto ”c’era una luna chiara calcando sul quel “chiara” e tutto il paesaggio circostante ti sarebbe apparso nel suo chiarore, rendendo visibili le montagne circostanti, le valli e persino le più piccole pietre. Sotto il chiarore di quella luna piena, avresti camminato in silenzio senza inciampare, la luna ti avrebbe illuminato ed incantato esattamente come incantava me bambina ogni volta che lei iniziava un racconto con “C’era una
Luna chiara………………..”)
Così il padre ed il figlio si disposero, sotto il chiarore lunare, ad aspettare che l’orso arrivasse per poterlo accoppare.
Aspetta, aspetta il tempo passava e l’orso non arrivava.
Ad un certo punto al padre venne sonno. Chiamò il figlio e gli disse “te’.. ecche u fucile, sta attente appena vidi j’ ursu spara!”
E se ne andò in un a grotta vicina chiamata “ la rotte de Zuccaretti” e si addormentò.
Il figlio si mise ad aspettare con il fucile spianato. Ma anche per lui il sonno era in agguato, ogni tanto si appisolava per subito risvegliarsi e puntare il fucile verso qualsiasi cosa si muovesse.
Dopo un po’ vide un’ombra caracollare tra le viti e esclamando “ Ecche j’ursu finalmente!”
senza perdere tempo prese la mira… sparò. E che mira!!!
Vide l’ombra cadere di botto, Si avvicinò per controllare ancora col fucile spianato e fumante ed, alla luce della luna, vide l’animale a zampe all’aria e, sulle zampe rivolte verso il cielo, dei ferri che brillavano sotto luce lunare.
Si mise a correre ed arrivò dove il padre dormiva. Lo scosse, lo svegliò e gli disse “ eh Tà, i tè i ferri j’ursu?” (eh papà ce l’ha i ferri l’orso?)
L’urlo del padre, che sebbene mezzo addormentato aveva capito la situazione, lo sentirono forse fino a Torano:
“ CHE SCICCISU TI PARETU ME SICCISU U CAVAGLIU!!!!!

E sì aveva sparato al cavallo!!

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...