Archivio mensile:febbraio 2012

I riti di febbraio

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“Agli du la candelora
Agli tre Santu Biasola
Agli quattre la magnarella
Agli cinque Sant’Agata bella!

Ed ecco febbraio con i suoi riti.
Il 2 la Candelora, ci si alzava presto, fuori era ancora buio, i vetri delle finestre delle camere da letto, dove i fiati caldi dei dormienti si condensavano, erano ricamati da trine di ghiaccio geometricamente perfette e complicate.
All’aperto, l’aria gelida, trasformava i respiri in nuvole leggere, ma noi tutti, grandi e piccoli, andavamo in chiesa a prendere le candeline lunghe e sottili, che poi conservavamo nei cassetti religiosamente, per mesi, finche non si spezzettavano a forza di toccarle e, poi, chissà che fine facevano.
Il giorno dopo, il 3, era la ricorrenza di San Biagio e si replicava. Sveglia alle 6, di corsa in chiesa dove ci stringevamo gli uni agli altri ancora assonnati e congelati, le mani infilate nelle tasche dei cappotti e le teste avvolte in strati di lana che scostavamo solo per scoprire la gola che, Don Giovanni, ci ungeva con l’olio Santo, poiché San Biagio, come è noto, è il protettore di tutte le malattie della gola.
Il 4 la “magnarella”. Era un rito, quest’ultimo, che in realtà non ho mai visto fare a casa mia, ma nelle case di qualche mia amichetta. Si prendevano tutti i cereali e tutti i legumi che si avevano in casa e si mettevano a bollire in una pignatta di coccio vicino al fuoco, grano, orzo, granturco,ceci, cicerchie, lenticchie, fagioli, tutti insieme, si condivano e si mangiavano durante tutto il giorno. Una cosa simile si fa ancora oggi nella Marsica, la notte del 17 gennaio, Sant’Antonio, si fanno bollire pentoloni di questo miscuglio e le case rimangono aperte tutta la notte per tutti coloro che vogliono approfittare di tale leccornia.
Il 5 era ed è la ricorrenza di Santa Agata, in questo giorno non si faceva nulla di particolare, la citazione serviva solo per la rima, credo!
Ma febbraio era ancora un mese completamente invernale. Le stagioni, allora, erano per così dire normali. Faceva freddo in inverno e caldo in estate. Le primavere erano bellissime e colorate, gli autunni tristi e malinconici. Queste erano le stagioni.
I contadini potevano fare affidamento su tali certezze: si sarebbe falciato il fieno a maggio, si sarebbe mietuto alla fine di giugno, si sarebbe raccolto il mais ad agosto, le mandorle e le noci a settembre ottobre e cosi via.
Adesso capita che faccia caldo a gennaio e che il 1° di luglio ci siano 4 gradi centigradi, come è successo.
Tutto è sconvolto. La neve di quest’anno, assolutamente incredibile! Soprattutto dopo anni in cui ci eravamo abituati alla sua quasi assenza.
A memoria d’uomo, solo nel 1956 ci fu una nevicata simile, sempre in febbraio. Nella mia famiglia, sono diventati leggendari, i due bellissimi ciliegi che erano nel nostro orto e che dovettero essere abbattuti per ricavarne legna da ardere. La neve, comunque, c’era sempre. Era neve consolidata, neve gelata e poi rigelata, neve che si scioglieva solo a marzo, neve sporca, contaminata da sterco di animali, rifiuti, fango. Le strade allora non erano asfaltate, lo sono a malapena adesso, per cui la neve che si scioglieva, creava pantani di acqua sporca e fango che la notte gelavano, creando lamine di ghiaccio spesse che erano il divertimento dei bambini, i quali con i grossi scarponi, che avevamo tutti in dotazione, ci saltavano sopra finchè non si sfondavano e si sguazzava allegramente nelle pozzanghere.
Dai tetti gocciolava la neve che di giorno si scioglieva e che al mattino, solidificata dalla bassa temperatura della notte, formava ghirlande di ghiaccioli acuminati, che pendevano dalla grondaie come spade pronte a trafiggere lo sventurato che ci capitava sotto.
“ Attente! Non passà sotte alle runziane!” ci dicevano le nostre madri, ma chi le ascoltava! Saltavamo o ci arrampicavamo per raggiungere uno di quei ghiaccioli che poi succhiavamo con gusto!
Ma febbraio era il mese del carnevale ed in quelle sere, che si andavano allungando sempre più, potevi vedere orde di bambini e ragazzi, mascherati con cenci vecchi e con volti anneriti dal carbone, che brandivano un lungo spiedo di legno. Dietro di loro un codazzo di altri bambini li seguivano con campanacci rubati nelle stalle. I”Mascari” bussavano di porta in porta al grido di “Ciccia, ciccia!” mostrando lo spiedo.
Le donne che aprivano la porta, ridevano cercando di riconoscere la persona mascherata e, dopo aver esclamato con buonumore “ u sciccisu! chi si?!” davano ciò che avevano a disposizione: uova, farina, un pezzo di salsiccia, un pezzo di ventresca, che le maschere mettevano nelle bisacce, felici.
Tornati a casa questi “mascari” davano alle loro madri ciò che avevano racimolato e, con quei semplici ingredienti, le brave donne facevano la cosa più buona e lussuriosa che io abbia mai mangiato in vita mia : la pizza sfogliata!
Quella sfoglia sottile, fragrante, croccante, ripiena di salsiccia, ventresca pepe, zucchero e cannella usciva da sotto il coppo ricoperto di brace, sfrigolando nel suo grasso e sprigionando un profumo che si spandeva per tutta la casa, attraversava la porta e profumava il circondario.
Un capolavoro dorato, arrotolato su sé stesso, gonfio e lussurioso. Un piacere completo che soddisfaceva tutti e cinque i sensi e ti lasciava soddisfatto, sazio e felice!
Si può dire che essa sia l’essenza stessa del Carnevale: grassa, sontuosa, ricca ed assolutamente al di fuori di qualsiasi regola di buon senso, vista la notevole quantità di calorie. Ma d’altronde dopo c’era il pentimento con le Sacre Ceneri e la Quaresima con il digiuno, che rimetteva tutto a posto!
Gli ingredienti sono quelli che ho citato:
Per la sfoglia
400 gr di farina – 4 uova
Ripieno
Io faccio ad occhio, non peso le quantità, il ripieno non deve essere misero in ogni caso
Salsiccia, pancetta, mozzarella, olio sale, pepe, zucchero e cannella
Procedimento
Si tira una sfoglia sottilissima, si cosparge la sfoglia con un misto di pepe nero, poco zucchero, cannella macinata finissima (meglio pestata nel mortaio) olio e un po’ di sale, poi si distribuisce la salsiccia (meglio se precedentemente fatta cuocere velocemente in una padella per eliminare il grasso in eccesso) pancetta tagliata finissima a pezzetti e mozzarella sbriciolata.
Si arrotola, poi, la sfoglia su se stessa come un sigaro gigantesco e poi si riarrotola come un serpente dormiente.
Si inforna a 180° finchè non è bella dorata e croccante.
D’obbliogo un buon vino rosso corposo!
Ad onore del vero devo però dire che questa è una versione moderna.
Quella originale prevedeva salsiccia secca e pancetta stagionata (poiché il maiale si ammazzava due mesi prima circa, a febbraio sia le salsicce che la ventresca erano belle asciutte) non c’era la mozzarella perché all’epoca, dalle nostre parti, era sconosciuta.
C’era invece la cannella che è l’ingrediente anche dei ravioli di ricotta giganti di Santa Anatolia, dei quali parlerò prossimamente.
Questo ingrediente, la cannella, così particolare e che io adoro, è presente in molte delle nostre ricette, dà perciò, ragione a chi, chiamandoci “ zingari”, mette l’accento sulla nostra provenienza che si dice sia orientale.
Adesso chiunque può sbizzarrirsi usando gli ingredienti più diversi, io ne faccio una versione con broccoli romani e salsiccia che è una vera bontà! (senza cannella ovvio!)
Devo dire che la pizza sfogliata la fanno anche a Torano dove la chiamano “Pizza abbotata” a Corvaro ed in altri posti del Cicolano, nessuno di loro usa la cannella.
Ma la vera, unica, insostituibile Pizza Sfogliata (oppure abburritata che dir si voglia) senza voler peccare di campanilismo, è la nostra!
Nel corso degli anni, ogni volta che ho voluto risentire il calore di quei momenti, ho fatto una pizza sfogliata, ma non so perché, il gusto, lontano da casa, sebbene uguale, aveva sempre un fondo come d’amaro!

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Gennaio

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Poi, passato il mese di gennaio, triste, grigio, freddo e normalmente segnato dal silenzio ovattato delle neve che cadeva e dal crack crack dei passi della gente nella neve gelata, passate le notti gelide e cristalline, passate le giornate corte e quella sensazione di stallo dove il tempo sembrava immobile, gli animi cominciavano a riprendere una certa fiducia nel futuro.
Le giornate, verso la fine di gennaio iniziavano ad allungarsi e, con maggiori ore di luce a disposizione, anche le persone sembravano come risvegliarsi da un lungo sonno.
Qua e la, dove il sole insisteva maggiormente, le colline cominciavano a scoprirsi e la tenera erba sottostante era manna per le povere bestie rimaste nelle stalle tutto il tempo. Allora si vedevano pastori con lunghe file di pecore e con i cani impazziti per la gioia del movimento, che andavano verso la Madonna Addolorata o verso altre colline, e, dietro le lunghe file di pecore belanti, che sporcavano la neve al loro passaggio di escrementi e di gialla urina, i loro padroni, che con un lungo bastone le incitavano a non disperdersi nella neve ancora alta nei campi ai lati della strada.
I bimbi, approfittavano di ogni momento per scivolare sulla neve rimasta nei prati con sci improvvisati, fatti con pezzi di legno improbabile e, di solito, con qualsiasi cosa scivolasse lungo i pendii. Di tanto in tanto si sentiva qualcuno, di solito i più piccoli che intonavano filastrocche a tema:
“ piove e fiocca, gennaru occa schiorta, se passi n’anzi casa tella tire na palloccata!!” E via a tirarsi palle di neve. Qualcuno ci metteva anche dei sassi all’interno, giusto per rendere la cosa più “divertente”
Erano però le lunghe sere passate vicino al camino che rendevano questo periodo così particolare. Non si aveva paura della neve, anche mezzo metro o un metro non costituiva un problema. Si facevano le “viarelle” tra una casa e l’altra e si continuava a farsi visita tra vicini come sempre. Vicino al camino la sera, si recitava il rosario per prima cosa e, poi, si facevano giochi con la cenere, con la brace o con qualsiasi cosa si avesse a disposizione. Giocavamo con le molle del camino, “co gliu suffjttu”,si facevano tanti giochi, peccato che io non ne ricordi neanche uno! Mi ricordo solo che si facevano delle righe con le molle nella cenere e poi ognuno doveva indovinare qualcosa, ma è tutto quello che riesco a farmi venire in mente.
Ma era in quei momenti che la tradizione del racconto orale veniva espressa nella maniera più peculiare.
Mentre si ricamava o si sferruzzava, i nonni o i genitori, ma anche i vicini che venivano a farci compagnia, raccontavano con dovizia di particolari storie antiche, tramandate da generazione in generazione. Quasi tutto perduto! Ne rimangono brandelli nella mia mente che io cerco disperatamente di salvare in questi miei semplici racconti.
Ricordo, per esempio questa storia che noi attribuivamo alla famiglia di mio padre, ma che invece mio padre attribuiva ad altri paesani. Non so quale sia la verità naturalmente, credo anche che i luoghi descritti non siano facilmente individuabili, ma questo è quello che io ricordo di aver sentito raccontare
“TA’*I TE’ I FERRI J’URSU?”
(*tata antico appellativo per papà usato fino al secolo scorso a Santa Anatolia, è curioso notare come anche nei paesi della ex Jugoslavia papà si dica appunto tata)

Mio padre si arrabbiava moltissimo ogni volta che raccontavo a qualcuno questa storia che io attribuisco ad un suo antenato.
Solo poco prima di morire mi ha invece detto il nome della famiglia a cui attribuire il fatto,“quissi de Zuccaretti” . Naturalmente non so se sia vero, poiché è una storia molto antica.
Facendo collegamenti azzardati potrei anche capire chi sono, ma non è così importante ed io, preferisco dire che si trattava di un avo di mio padre.
Mio padre, (come anche mia madre) era un narratore affascinante perché i suoi racconti venivano direttamente da quella abitudine di tramandare storie in maniera esclusivamente orale, per cui il racconto risulta pieno di immagini suggestive e di particolari che lo rendono vivo.
Ascoltando mio padre, le immagini scorrevano nella mente di chi ascoltava come in un film e, forse, ancora meglio. Mio padre aveva anche uno spiccato senso dell’umorismo , cosicché i suoi racconti erano spesso divertenti, anche se l’argomento era tragico, non erano mai storie lacrimevoli o patetiche.
Ma veniamo alla nostra storia…..
Molti anni fa “quissi de Zuccaretti “avevano una vigna , ammonte agliu Pacu, dalla quale ricavavano un vinello leggero ma molto buono che era il vanto della famiglia.
Un bel giorno, o meglio, una bella notte, la vigna fu presa di mira da un orso che apprezzando molto quell’uva speciale iniziò a frequentarla assiduamente suscitando la rabbia della famiglia Zuccaretti.

Il capofamiglia stufo della situazione, dopo averle provate tutte per spaventare l’orso, decise di passare alle maniere forti e nottetempo si recò con il suo unico figlio nella vigna.
Il tragitto per raggiungere la vigna era abbastanza lungo ed in salita , presero così con loro il loro unico cavallo che all’epoca era più prezioso di una Ferrari, e padre, figlio e cavallo si avviarono verso la vigna.
Arrivati che furono, lasciarono il cavallo impastoiato, libero di pascolare e si appostarono armati di schioppo, dietro un cespuglio.
Era una notte di luna piena, (mia madre avrebbe detto ”c’era una luna chiara calcando sul quel “chiara” e tutto il paesaggio circostante ti sarebbe apparso nel suo chiarore, rendendo visibili le montagne circostanti, le valli e persino le più piccole pietre. Sotto il chiarore di quella luna piena, avresti camminato in silenzio senza inciampare, la luna ti avrebbe illuminato ed incantato esattamente come incantava me bambina ogni volta che lei iniziava un racconto con “C’era una
Luna chiara………………..”)
Così il padre ed il figlio si disposero, sotto il chiarore lunare, ad aspettare che l’orso arrivasse per poterlo accoppare.
Aspetta, aspetta il tempo passava e l’orso non arrivava.
Ad un certo punto al padre venne sonno. Chiamò il figlio e gli disse “te’.. ecche u fucile, sta attente appena vidi j’ ursu spara!”
E se ne andò in un a grotta vicina chiamata “ la rotte de Zuccaretti” e si addormentò.
Il figlio si mise ad aspettare con il fucile spianato. Ma anche per lui il sonno era in agguato, ogni tanto si appisolava per subito risvegliarsi e puntare il fucile verso qualsiasi cosa si muovesse.
Dopo un po’ vide un’ombra caracollare tra le viti e esclamando “ Ecche j’ursu finalmente!”
senza perdere tempo prese la mira… sparò. E che mira!!!
Vide l’ombra cadere di botto, Si avvicinò per controllare ancora col fucile spianato e fumante ed, alla luce della luna, vide l’animale a zampe all’aria e, sulle zampe rivolte verso il cielo, dei ferri che brillavano sotto luce lunare.
Si mise a correre ed arrivò dove il padre dormiva. Lo scosse, lo svegliò e gli disse “ eh Tà, i tè i ferri j’ursu?” (eh papà ce l’ha i ferri l’orso?)
L’urlo del padre, che sebbene mezzo addormentato aveva capito la situazione, lo sentirono forse fino a Torano:
“ CHE SCICCISU TI PARETU ME SICCISU U CAVAGLIU!!!!!

E sì aveva sparato al cavallo!!