Mio nonno e il fantasma



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Mio nonno, Michele Luce, era ai suoi tempi, un bravissimo falegname molto ricercato in zona. Probabilmente era quasi l’unico e la 
sua attività era richiesta anche in luoghi molto distanti da Santa 
Anatolia. 
Ancora oggi mi capita di trovare qualche persona avanti con 
l’età che si ricorda di lui e dei lavori da lui eseguiti.
Costruiva praticamente di tutto, dalle culle alle bare.
Ricordo ancora la culla dove io ed i miei fratelli abbiamo passato i nostri primi mesi di vita, mia madre ci cullava con un piede mentre le sue mani erano impegnate a lavorare alacremente, golfini, cappellini e scarpine, ai ferri.
Costruì, mio nonno, anche la bara per sua moglie e non oso immaginare i 
suoi sentimenti mentre compiva questa triste ma inevitabile opera. Era l’ultima cosa che poteva fare per la sua adorata moglie e sono sicura che lo fece con tutto l’amore che poteva.
Il suo laboratorio era una baracca di legno e calce, addossata alla nostra casa e che dopo la sua morte, avvenuta quando io avevo sei anni, diventò per noi bambini, il luogo delle meraviglie.
C’erano casse di legno piene di libri scritti in caratteri gotici, interi rotoli di carta da parati purpurea,con ricami in oro, che, a toccarla macchiava le mani di un rosso vivo.
Noi femminucce abbiamo passato interi, lunghi pomeriggi piovosi a pittarci le unghie ed il viso con quel colore cosi vivo, scimmiottando le signore di altri tempi con improbabili sciccosi vestiti recuperati dall’armadio di mia madre.
Quei libri, chissà di cosa parlavano!
Penso che mio nonno li avesse recuperati da sotto le macerie del palazzo Placidi, distrutto dal terremoto del 1915, che fece 100 morti a Santa Anatolia, tra i quali anche i suoi stessi figli e i miei bisnonni. Purtroppo, quei misteriosi libri, li abbiamo distrutti tutti, strappati nei nostri giochi infantili, non capendone l’importanza.
Ricordo le copertine marezzate, le pagine ingiallite che si sbriciolavano al contatto e quell’odore di muffa che permeava tutto ciò che era contenuto in quella enorme cassa di legno con serramenti di ferro arrugginito nella quale giacevano da più di quarant’anni
Mio nonno, era uomo di poche parole, determinato, con uno spiccato senso del dovere, calmo, ma, se perdeva la pazienza, meglio era, mettersi al riparo.
Mio padre raccontava, non senza ilarità, di quella volta che stava costruendo una botte.
Con pazienza aveva preparato le doghe, le aveva piallate, curvate, aveva 
preparato i cerchi di ferro, l’aveva, poi, assemblata. Ma, una volta 
finita non gli sembrava perfetta, così, la smontò e ricominciò, con 
santa pazienza, da capo.

Una, due, tre volte, questa botte non veniva mai bene.
Intanto, man mano che i tentativi si susseguivano, la pazienza andava scemando e l’irritazione invece, andava salendo, fino a raggiungere, all’ennesimo tentativo fallito, quello stato che si pùò definire “fuori 
dalla grazie di Dio!”
Quando, anche l’ultimo tentativò fallì, non ci vedeva, ormai, più dalla rabbia!
Afferrò una mazza di ferro che stava li nei pressi e, bestemmiando tutto il calendario più qualche santo di sua invenzione, ridusse la botte a pezzi minutissimi! Poi, esaurita tutta la sua rabbia e finalmente calmo, si accese un sigaro e se lo fumò in santa pace.
Di questi episodi, mio padre, ne raccontava tantissimi, ma il più divertente era quello dell’incontro di mio nonno con un fantasma.
Era morta da poco una persona della famiglia Panei, un non meglio precisato Don Alessandro.
Le famiglie Panei e Placidi, erano le famiglie più facoltose del paese, 
perciò, i loro componenti, in segno di deferenza, venivano chiamati con l’appellativo di Don davanti al nome e, al loro passaggio, di solito, gli uomini si toglievano il cappello.
Capitò che, pochi giorni dopo questa dipartita, mio nonno, dovesse recarsi a Torano per un lavoro presso una famiglia del luogo. Così, eravamo nel mese di maggio, si alzò di buon’ora e tra il lusco ed il brusco si mise in cammino verso Torano.
Ad oriente, la Val di Teve, lasciava presagire l’alba che sarebbe sorta, con una luminescenza dorata illuminando il cielo di una luce opalescente, che rendeva nitidi i contorni delle montagne circostanti.
Il paesaggio, sebbene la mattinata si annunciasse soleggiata, era ancora avvolto in una nebbiolina leggera che dava al circondario un aura quasi magica, sembrava che le cose galleggiassero a mezza’aria, come sospese.
Mio nonno, non era particolarmente impressionabile, ma a quei tempi, stiamo parlando dei primi anni del secolo scorso, le leggende e le bastocchie 
sui morti redivivi e sugli spiriti,erano le cose che più si raccontavano la sera, intorno al fuoco, dopo aver recitato il rosario.
Così, il fatto di dover passate davanti al cimitero, in una atmosfera come quella descritta, metteva mio nonno in leggera agitazione. Ma, era 
l’unica via e poi, da uomo, non voleva cedere alla paura.
Così scese per le Stalli Scure, poi attraversò i Quadri, u Coremanu, u Pontone e di buon passo, continuò a camminare verso Torano.
Dopo l’ultima curva, quando infine si scorge il cimitero, in mezzo alla 
nebbiolina, sul ciglio della strada, proprio in corrispondenza della porta del 
cimitero, gli apparve un’ombra lunga lunga, con in cima una gran testa, che 
dondolava leggermente di quà e di là, come a dire e ridire no…no..no..
La prima cosa che venne in mente a mio nonno fu la buon’anima di Don Alessandro!
“e mo che facce?” si domandava mio nonno interdetto.
“Vabbè, mò passe, facce finta de gnente, u salute e 
me ne vaje” si diceva il poverino tra sé, convinto che l’ombra fosse proprio
lo spirito di Don Alessandro.
Nel frattempo, però, continuava a camminare non volendo cedere alla 
paura.
Camminado e rimuginando tra sé e sé, quello che avrebbe detto al momento dell’incontro e tenendo la testa bassa per non vedere l’ombra, 
si avvicinava sempre di più al fantasma che, nel frattempo, continuava a 
dondolare dolcemente la capoccia e dire di no.
Al momento dell’incontro, mio nonno, in preda ormai al 
panico, togliendosi il cappello con deferenza, mormorò con un filo di voce “ “Buongiorno don Alessà!” alzando nel contempo gli occhi e fissandoli incredulo su…..un cardo mariano con una capoccia enorme che dondolava dolcemente nella brezza mattutina!!!

Quante risate ci siamo fatti con questo racconto! 
Mio padre, che aveva uno spiccato senso dull’umorismo, ce lo
raccontava con dovizia di particolari, aggiungendone sempre di nuovi per farci ridere. E noi ridevamo, eccome se ridevamo!


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  1. Qello che è stato raccontato è pura e santa verità.Michele Luce faceva il falegname ed era molto bravo a costruire sia le bare, che le culle per i neonati, Mia nonna Maria Vittoria mi raccontava sempre che la mia culla me la fece proprio Michele e lei la pago un pò alla vota con qualche marmetta di grano e di grandurco perchè i soldi in quel tempo non si possedevano molto e per pagare si facevano i scambi con quello che davala terra.Qualche giorno fà parlando con mia madre le chidevo proprio questo:come era la mia culla e chi me l’aveva fatta, lei mi rispose prioprio le stesse parole, Micchele Luce issu le faceva e faceva pure le cassie pe gli motri. Allora io per farla ridere le dissi:quanne te mori tu tella facce fà pure a ti, lei mi ha risposto e!!!!!scia benedetta l’anima damo sè morte!!!!!!!! le cassie le faceva pure Domenico Pozzi conosciuto come Erano atri tempi ma sicuramente più duri e difficoltosi per tirare avanti, ma io di quei tempi ho bellissimi ricordi, per esempio quando era tempo di scartocciare le mazzocche si facevano i mucchi sull’ara di Placidi e tutti si aiutavano uno con l’altro, ache quando si mieteva il grano e si andavano a raccogliere i manoppi che, per avere qualche mille lire per la festa di Sant’Anatolia andavamo a raccoglierli per signr Mario Placidi nelle sue tenute e cosi tutte le altre faccede di campagna.Mi ricordo perfino quando andavo la mattina insieme a Berardinia a raccoglire le spighe di grano facendone dei matti che poi mettavamo uno da capo e uno da piedi si faceva una torza di 20 matti e poi si tornava a casa.Ricordo pure quando andavamo a raccoglire le mandorle dopo che avevano battute le piante e a coglire le nocchie nei bosci di Piedi Marano.Bellissimi e felici ricordi che mi fanno rivivere per un attimo la mia infanzia.

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