Da Natale alla Befana

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Quando penso a quegli anni, non posso non pensare ad una costante, una presenza senza la quale tutta l’atmosfera cambia, diventa grigia e senza gioia: la neve.
La neve ricopriva con un candido manto immacolato, tutto il nostro mondo conosciuto, fatto di alberi spogli, prati di erba fradicia, rocce, tra le quali giocavamo, ricoperte di muschio e licheni, strade fangose e pozzanghere ghiacciate.
Improvvisamente, tutto cambiava!
La guardavamo scendere col naso in su, ci scendeva sulla faccia, sugli occhi, nella bocca.
La mangiavamo, ci dissetavamo, aprivamo le mani ad accoglierla, correvamo nella tormenta per acchiapparla.
Certamente non ci tappavamo in casa a tremare dal freddo, noi correvamo nel vento insieme alla neve!
Non ricordo affatto di aver avuto freddo, anzi le nostre facce arrossate bruciavano come braci!
Se poi, la neve, fosse arrivata per Natale, il Natale sarebbe stato perfetto!
Ed essa arrivava quasi sempre. I miei Natali di bambina sono, nel ricordo, tutti bianchi.
Dopo il cenone della vigilia, fatto di cose semplici: spaghetti al tonno, baccalà fritto o in bianco, cavoli, zucchine e carciofi fritti, la pizzella colle nuci, amaretti e ferratelle, torrone ed altro ancora, si andava alla Messa di Mezzanotte.
Si lasciava il ciocco di Natale ad ardere nel camino surriscaldato, dove per l’intera serata, un gran fuoco aveva tenuto compagnia a tutta la famiglia e ci si avventurava nella notte gelida verso la Chiesa, dalla quale, già da qualche tempo, provenivano i richiami delle campane che suonavano a festa.
Man mano che si procedeva , altra gente si veniva aggregando con grandi esclamazioni di auguri e commenti su quello che ciascuno aveva mangiato.
Nella Chiesa regnava la confusione più completa, alla quale, non era estranea, una certa propensione al consumo di bevande alcoliche da parte degli uomini, ma anche delle donne, che, rendendo tutti più allegri, generava una gazzarra poco degna di una casa di culto.
La messa cantata era in latino, ed io ricordo tutte le preghiere dal “Gloria in excelsis Deo “ al “Pater noster” cantati a squarciagola e con grande partecipazione, da donne, uomini e bambini.
Naturalmente, il nostro latino, era alquanto maccheronico, ma, quando alle voci da contralto femminili, facevano eco le voci baritonali degli uomini, la suggestione era tale che la commozione diventava autentica e parecchi occhi si inumidivano con partecipazione sentita.
L’armonium per l’accompagnamento musicale era suonato quasi sempre dal Maestro Amanzi.
“Gloria in excelsis Deo” attaccava Don Giovanni con la sua voce stentorea in accordo con le campane che suonavano a festa “ et in terra pax hominibus” proseguiva tutta la congregazione all’unisono. Questa era la giusta frase in latino, io invece dicevo:
“Gloria in eccelsi Deo e in terra passa omnibus” e vedevo questa carrozza trainata da cavalli (omnibus) che passava ogni volta e, mi chiedevo come potesse conciliarsi con una messa cantata, ma cantavo contenta anch’io, con tutto il fiato che avevo!
Poi, alla fine, accompagnati da canti natalizi, si baciava Gesù Bambino, facendo una lunga fila fino all’altare, si ammirava il presepe e si usciva dalla parte della sagrestia, cercando di non cadere sui gradini perennemente sconnessi.
La canzone natalizia più bella per me, era “In notte placida”, dove la voce di mia madre vibrava di accoramento partecipe ed a me regalava brividi lungo la spina dorsale.
Fuori si salutavano parenti ed amici, rinnovando gli auguri e si tornava a casa dove un odore di legna ed un piacevole calore provenienti dal camino, ci accoglieva insieme al russare energico di nostro padre che, in genere, rimaneva a casa!
Poi, passata l’euforia dei giorni precedenti il Natale, man mano che le feste passavano, una dopo l’altra, e, le persone cominciavano a ripartire per i luoghi dove avevano la loro vita lavorativa, un velo di tristezza iniziava a ricoprire ogni cosa.
Si facevano visite ai parenti in partenza, di solito la sera dopo cena, si portava una torta e una bottiglia di vino e si festeggiava la partenza augurando un buon viaggio.
Ricordo un anno, ero tornata dal collegio dove studiavo e dove non ero affatto felice, una mia zia, zia Mariuccia, venne con una torta ed una bottiglia di spumante per augurare a me ed a mia sorella un buon ritorno a Rieti.
Mangiammo la torta che aveva portato e bevemmo la bottiglia di spumante.
Anch’io, sebbene non avessi più di 15 anni, bevvi un po’ di spumante. Improvvisamente, senza nessun’altra avvisaglia, mentre ridevo, iniziai un pianto convulso dal quale nessuno riuscì a farmi smettere, piansi tutte le mie lacrime a grandi singhiozzi, con grande costernazione dei presenti che non sapevano cosa fare e mi lasciarono piangere!
Solo mia zia Mariuccia, continuava a dire “U sci ‘mbesa, ecche a zia, bivite n’atra cria de spumante!”
Ho sempre avuto la sbronza triste!
Poi arrivava “la Bifania” che tutte le feste porta via.
La mattina trovavamo nella cenere del camino una calza piena di mandarini e caramelle
Era tutto! Ma la notte prima, con la faccia premuta contro il vetro ornato da trine di ghiaccio, avevamo cercato, con tutte le nostre forze, di individuare, tra un ghirigoro e l’altro il passaggio di una vecchina a cavallo di una scopa che ghignando si sarebbe infilata nel camino per lasciarci quei poveri, meravigliosi doni!
Ho un ricordo vivido di quei tempi, dovevo essere molto, molto piccola, ricordo mia madre che mi tiene in braccio e che mi porta sull’uscio di casa, poi mi dice indicandomi il cielo buio:
“guarda, quella è la stella cometa!” ed io guardando il cielo ricordo una grande stella luminosa, esattamente come quella che mettevamo sull’albero di Natale: cinque punte ed una lunghissima coda.
Per anni ho creduto che questo episodio fosse realmente accaduto, ma a ripensarci da adulta ho realizzato come dovesse, per forza, trattarsi di un sogno.
Un sogno bellissimo!
Di Befane però ne ho viste tante!

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Una risposta »

  1. Carissima Raffaella. ho letto il tuo racconto e, per un attimo mi sono commossa ritrovando la mia infanzia perduta. Mam mano con lo scorrere degli anni ti accorgi che era proprio in quel piccolo paese che sensibilizzavi il significato e il valore del Natale per ritrovarci tutti a messa a mezzanotte per attendere la nascita di Gesù, si aspettava per ricevere un pò di soldini dai nostri genitori e parenti dopo aver letto la letterina e ripetuta la poesia di auguri, si aspettava per aver un vestitino nuovo cucito dalla comare Gina oppure da Lidia,per avere un paio di scarponi nuovi e per ingozzararci di dolci che le nostre mamme facevano con le loro mani. Quanti anni sono passati da allora!!!!!!!!!le giornate trascorse in piazza a giocare a schiupparella e a mezza luna anche se la neve ricopriva il marciapiede e le nostre mani diventavano viola dal freddo e le guance rosse come due mele mature, non si prendeva un raffrreddore nemmeno se lo pagavi oro.Ricordo tutto perfettamente, come quando si andavano a portare dolci alle famiglia dei parenti che aveva avuto un lutto e per tradizione le famiglie strette non facevano i dolci.Il Natale si festeggiava con pochi soldi ma, cera tanto amore, bontà e fraternità.Valori che sono ormai tamntati ma noi eravamo felici

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