Le ferratelle

Standard

Già, chissà perché alla luce dei ricordi tutto brilla come cosparso di polvere magica.
La magica polverina argentata delle nostra letterina di Natale, che immancabilmente, spargevamo dappertutto a forza di tirarla fuori dalla sua busta e mostrarla, segretamente, a tutti, prima di metterla sotto il piatto di nostro padre che, durante il pranzo della vigilia, avrebbe finto sorpresa ,scoprendo come per caso, quella busta sotto al piatto.
Che trepida attesa!
Le letterine le compravamo sempre alla bottega di Domenica.
A Natale questa bottega assomigliava alla fabbrica di cioccolato del famoso film di Tim Burton, almeno per noi bimbi.
L’atmosfera era la stessa, sebbene, ripensandoci adesso non ci fosse poi questa grande varietà di cose.
Cioccolate, torroncini avvolti nella carta argentata e colorata, grandi vasi di vetro pieni di caramelle, quelli che noi chiamavamo “robbis”, rossi e zuccherosi e che noi bambine usavamo per colorarci le labbra di rosso, qualche torrone, non ricordo panettoni neanche pandori, quelli sono venuti dopo, quando le cose erano già diverse.
Poi c’erano stoccafissi legnosi appesi al soffitto e grandi scatole di latta di pescetti marinati che sarebbero serviti per la cena della vigilia e di cui mio padre era ghiottissimo!
E, in un cassetto, c’erano le letterine, tante letterine, non ricordo quanto costassero se 10 o 15 lire, ricordo solo l’ansia e la gioia di correre a comprarle prima che altri scegliessero quella più bella.

Poi a scuola tra “ quela mè è più bella de quela tè” e “ ma che sta a dì questa è bellissima”
scrivevamo le solite sdolcinatezze ad uso e consumo dei nostri genitori, coprendo ciò che scrivevamo con una mano per non far copiare gli altri: “prometto, prometto, prometto………………..”
Innocenti promesse mai mantenute, soprattutto là dove promettevamo di essere più buoni!
Domenica, che grande donna! A volte, mentre noi eravamo nella sua bottega, scompariva, magari per girare il sugo che nel frattempo sobbolliva sulle braci del fornello, e, c’era sempre qualcuno che sgraffignava qualcosa, di solito i maschietti.
I più colpiti erano i torroncini che poi però venivano distribuiti equamente e mangiati con grande gusto durante la novena in chiesa.
Alla novena si andava per molti motivi, l’ultimo era quello per rendere grazie a Dio, almeno per noi bambini.
All’epoca non si metteva in discussione, almeno a Santa Anatolia, il fatto di essere cattolici o meno.
Eravamo tutti cattolici, oddio c’era un comunista “senza Dio”, Pippo Falcioni, che per ironia della sorte aveva sposato una donna che era stata suora e veniva chiamata ancora “la monica”. Ma questo comunista, secondo fonti attendibili (mio padre) nei momenti di pericolo invocava Dio!
Per dire come fosse radicato in noi il sentimento di appartenenza a questa religione, anche se poi, alla luce di nuove conoscenze, avresti voluto in parte distaccartene.
Così andavamo in chiesa con aspettative diverse, per dovere gli adulti, per divertimento i bambini.
La chiesa era tutto uno scintillare di luci e candele. Piano piano si riempiva di gente.
C’era sempre un gran cicaleccio, con gente che parlava a voce alta e che salutava quelli che erano tornati per le feste e che non si vedevano magari dall’anno prima, un gran sbirciare con:“chi è quela? Chi è quju?” “ Ma va? Ammazza e chi u reconosce più!”
Baci, abbracci e: ”chiudete la porta che fa friddu!” e “non se po’ chiude sta a entrà la gente!”……….. poi, “zitti è entratu u prete!”
Don Giovanni, sguardo truce, circolare su tutta la navata, silenzio… Poi, dopo che lo sguardo di rimprovero preventivo era stato accuratamente recepito, dava il via alla novena.
Raccontare l’atmosfera di questo rito natalizio intriso di sacro e profano, nello stesso tempo così innocentemente semplice, collocarlo in quell’arco di tempo del secolo scorso, in cui grandi cambiamenti premevano per venire alla luce, situarlo in un posto geograficamente così lontano dai grandi centri, con la televisione ancora relegata ad una condizione di solo sporadico divertimento, è compito quasi doveroso.
Soprattutto ora, alla luce dei nuovi accadimenti in campo nazionale ed internazionale, a conseguenza dei quali, una nuova semplicità viene auspicata ed incoraggiata e, nella quale condizione, è arduo, se non quasi impossibile, tornare.
Allora la semplicità era la norma. Non si faceva nessuno sforzo ad entrarci, già c’eri e non lo sapevi!
Se posso dire di essere stata felice nella mia vita, posso dire di essere stata felice in queste occasioni dove avevo poco o nulla ma dove una scintillante letterina di Natale faceva la differenza, faceva la felicità!
Certo se dopo la letterina arrivava anche qualche soldino eri doppiamente felice.
Quei pezzi argentati da 500 lire, pesanti, con sopra incisa una caravella chi se li scorda? (oggi sarebbe poco meno della terza parte di un Euro)
Erano il massimo a cui potevamo aspirare!
Ricordo la poesia di Natale di mio fratello Michele, il quale essendo sempre stato un furbetto, un anno la cambiò a suo proprio tornaconto.

Così, avrà avuto circa 6 anni, assistito da mia sorella Agnese, che è furbetta anche lei, salendo su di una sedia, ci stupì con questa poesia
“Buon Natale
È nato Gesù Bambino
Con il capo ricciolino
Date i soldi a Michelino!”
Non l’abbiamo mai più dimenticata!

Mia madre ci premiava invece con i dolci, tra i quali spiccavano le ferratelle che pur non essendo un dolce tipicamente natalizio, venivano fatte in grandi quantità in ogni occasione di festa.
La ricorderò sempre (mi chiedo quale infinita capacità di resistenza avesse) china sulle braci del fornello, a legna prima, e su quello a gas, dopo, munita del ferro che era stato di mia nonna e forse anche della mia bisnonna (del quale io ho perso le tracce), intenta a cuocere le ferratelle, due per volta, le quali uscivano così perfette da stupire noi bambini, che, mentre lei cuoceva, noi mangiavamo, rischiando di prenderle ogni volta!

La sua ricetta, e non solo la sua, è la seguente:
7 uova ( 4 intere e 3 solo tuorli)
7 cucchiai di olio
8 cucchiai di zucchero
1 buccia di limone grattugiata
Farina q.b.
Si impasta tutto secondo la consistenza voluta, si fanno delle palline con le mani unte di olio e si cuociono con l’apposito ferro sul fuoco stando bene attenti a non bruciarle e a non bruciarsi.
Poi si mangiano così o farcite con noci e miele, marmellata e adesso, anche con la nutella, oppure come volete.

Oggi esistono in commercio apparecchi elettrici che facilitano il compito, anche perché devo confessare che trovavo il ferro di mia madre complicatissimo, mi sfuggiva sempre dalle mani!

Quello che voglio ricordare di quei tempi è la sensazione di attesa. Eravamo sempre in attesa di qualcosa, che nevicasse, che venisse il Natale, che venisse la befana, il carnevale.
L’aspettativa di qualcosa di inusuale, meraviglioso: un Avvento perenne!
Ogni cosa a suo tempo ed ogni tempo con le sue cose, semplici succulente e terribilmente appaganti!
Non riuscirò mai a rendere l’idea del gusto e della soddisfazione che si ricavava dal rubare dalla dispensa una ferratella o altro dolce, per poi andarsela a mangiare di nascosto con la paura di essere scoperti e credendo di essere la persona più furba dell’universo!

Annunci

Una risposta »

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...