Tempo di Natale: la pizzella co le nuci

Standard

 

 

 

 

Piu o meno nello stesso periodo di tempo in cui il maiale veniva sacrificato in nome della sussistenza o sopravvivenza di intere famiglie, l’aria iniziava a riempirsi di quella aspettativa gioiosa che preludeva al periodo più bello dell’anno, il Santo Natale.
No, non c’erano le luminarie che oggi fanno scintillare le strade delle nostre città o dei nostri paesini.
Non c’erano i supermercati affollati e stracolmi di ogni ben di Dio con folle vocianti e carrelli della spesa pieni fino all’orlo, cassiere stressate, avventori terrorizzati ad ogni battuta di cassa con sussulti finali allorché la cifra finale finalmente si palesa.
Conoscete tutti questa degenerazione, questa ansia d’acquisto, come se dovessimo affrontare interi mesi di carestia, questo spreco immane che svuota le tasche e stravolge le giornate.
Confesso che molto spesso dopo un visita al supermercato, in uno di questi giorni, ho anelato con tutta me stessa alla pace monastica ed la silenzio di un convento sulla cima di un monte!
Il Natale della mia infanzia era sempre un Natale bianco, immacolato, ovattato, con solo il suono delle campane che ci chiamavano per le novene nei tramonti belanti di pecore e, se per caso, la neve tardava a venire, noi bimbi la cercavamo nel cielo buio, minaccioso ma anche in quello limpido e stellato.
Con il naso in su cercavamo di capire quando sarebbe arrivata, scambiando per fiocchi di neve qualsiasi piccola cosa volasse nell’aria.
L’annusavamo, la chiamavamo, e, che gioia quando cominciava a scendere leggera leggera, con fiocchi minuscoli e perfetti o a grandi falde bagnate, che si scioglievano sui nostri visini accaldati da corse nel freddo che ci facevano sentire vivi.
Non avevamo niente, neanche i regali a volte. L’unica cosa che forse avremmo avuto era un paio di scarponi nuovi per la neve. Scarponi nei quali non dovesse “umare” l’acqua e che regolarmente nostro padre ci ungeva col sego.
No, non erano belli quegli scarponi, erano utili.

Nevicava molto in quei tempi, anni ’50 e ’60 del secolo scorso, le nevicate erano abbondanti, ma la vita non si fermava, continuava a scorrere intensa, anche se in maniera diversa.
Gli animali rimanevano nelle stalle e bisognava stramarli, accudirli.
Le Stalli Scure erano tutto un belare di pecore e un andirivieni di persone indaffarate che sporcavano la neve, di letame e fango compattandola al terreno e rendendolo liscio come vetro, ma tutto somigliava ad un presepe, molto di più di quelli che oggi si fanno ogni dove.
Un presepe vero, con case, stalle e pagliai illuminati da fioche, calde luci, dove asini e buoi scaldavano ancora le persone con i loro fiati caldi.
Il tempo di Natale a Santa Anatolia iniziava con la presa dei forni da parte delle donne
Ho gia scritto del forno che serviva per tutti, ma per il periodo di natale si faceva “ u furnu e gli furnittu” cioè “u furnu” per il pane e
“gli furnittu”per i dolci.
Il calendario dei forni di Natale si stabiliva mesi prima. Un calendario preciso con scadenze precise dalle quali non si derogava. era a ciclo continuo per giorni e giorni, anche di notte.
Il forno di Natale era un forno speciale si cuoceva il pane per tutte le feste ma, insieme al pane, si cuocevano tutti i dolci natalizi che dovevano essere abbondanti, poiché servivano per fare regali, per eventuali ospiti e anche per la famiglia, ma in maniera molto ridotta,
I dolci venivano custoditi dalle mamme in maniera così stretta che rubarne qualcuno diventava un’impresa!
Il principe dei dolci di Natale era “ La pizzella co le nuci”
Era considerata una cosa così preziosa che nostra madre la nascondeva per non farcela trovare ed ogni tanto, durante il giorno, ce ne dava un pezzettino. Ma era una gratificazione al fatto che eri stata buona o avevi fatto una faccenda per bene, oppure i compiti.
Anni dopo, quando ho provato a farla io, mio padre, dopo averla assaggiata, diceva immancabilmente “ Scine, è bona, ma quela de mammeta era più bona!”.
Purtroppo mia madre ci aveva già lasciato per altre dimensioni.
Per forza di cose, io qui devo essere concisa, ma tornerò a parlare del Natale ancora.
Sono tali e tanti i ricordi che mi affollano la mente e che premono per uscire, che io devo disciplinarli prima di raccontarli, proprio come un gomitolo di lana aggrovigliato che va dipanato prima di essere lavorato.
Una cosa posso descrivere ora ed è proprio la “Pizzella co le nuci

Servono per una pizzella
Farina 200 gr
Uova 2
Con questi due ingredienti si tira una sfoglia sottile, molto sottile che da Santa Anatolia si deve vedere Torano
Nel frattempo si deve già preparare la farcia con:
noci frullate, cioccolata fondente grattugiata, miele quanto basta per amalgamare, fichi secchi tagliati a piccolissimi pezzi e rum.
Si amalgama il tutto e si stende per bene sulla sfoglia, poi si arrotola la sfoglia su se stessa ,come fosse un sigaro gigante e poi si avvolge come fosse un serpente.
Si spennella con un po’ di uovo sbattuto e si inforna per almeno una mezz’oretta a 180°
Ma ognuno puo regolarsi secondo il proprio forno, io faccio ad occhio.

Non scorderò mai mia madre intenta a rompere le noci con il martello, usando come base una forma per scarpe di ferro, con il fuoco scoppiettante alle sue spalle e noi figli che separavamo le bucce dai gherigli. Erano più quelli che finivano nelle nostre bocche che quelli che finivano nel recipiente che doveva raccoglierli, mia madre ci sgridava noi ridevamo!

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...