Archivio mensile:dicembre 2011

Le ferratelle

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Già, chissà perché alla luce dei ricordi tutto brilla come cosparso di polvere magica.
La magica polverina argentata delle nostra letterina di Natale, che immancabilmente, spargevamo dappertutto a forza di tirarla fuori dalla sua busta e mostrarla, segretamente, a tutti, prima di metterla sotto il piatto di nostro padre che, durante il pranzo della vigilia, avrebbe finto sorpresa ,scoprendo come per caso, quella busta sotto al piatto.
Che trepida attesa!
Le letterine le compravamo sempre alla bottega di Domenica.
A Natale questa bottega assomigliava alla fabbrica di cioccolato del famoso film di Tim Burton, almeno per noi bimbi.
L’atmosfera era la stessa, sebbene, ripensandoci adesso non ci fosse poi questa grande varietà di cose.
Cioccolate, torroncini avvolti nella carta argentata e colorata, grandi vasi di vetro pieni di caramelle, quelli che noi chiamavamo “robbis”, rossi e zuccherosi e che noi bambine usavamo per colorarci le labbra di rosso, qualche torrone, non ricordo panettoni neanche pandori, quelli sono venuti dopo, quando le cose erano già diverse.
Poi c’erano stoccafissi legnosi appesi al soffitto e grandi scatole di latta di pescetti marinati che sarebbero serviti per la cena della vigilia e di cui mio padre era ghiottissimo!
E, in un cassetto, c’erano le letterine, tante letterine, non ricordo quanto costassero se 10 o 15 lire, ricordo solo l’ansia e la gioia di correre a comprarle prima che altri scegliessero quella più bella.

Poi a scuola tra “ quela mè è più bella de quela tè” e “ ma che sta a dì questa è bellissima”
scrivevamo le solite sdolcinatezze ad uso e consumo dei nostri genitori, coprendo ciò che scrivevamo con una mano per non far copiare gli altri: “prometto, prometto, prometto………………..”
Innocenti promesse mai mantenute, soprattutto là dove promettevamo di essere più buoni!
Domenica, che grande donna! A volte, mentre noi eravamo nella sua bottega, scompariva, magari per girare il sugo che nel frattempo sobbolliva sulle braci del fornello, e, c’era sempre qualcuno che sgraffignava qualcosa, di solito i maschietti.
I più colpiti erano i torroncini che poi però venivano distribuiti equamente e mangiati con grande gusto durante la novena in chiesa.
Alla novena si andava per molti motivi, l’ultimo era quello per rendere grazie a Dio, almeno per noi bambini.
All’epoca non si metteva in discussione, almeno a Santa Anatolia, il fatto di essere cattolici o meno.
Eravamo tutti cattolici, oddio c’era un comunista “senza Dio”, Pippo Falcioni, che per ironia della sorte aveva sposato una donna che era stata suora e veniva chiamata ancora “la monica”. Ma questo comunista, secondo fonti attendibili (mio padre) nei momenti di pericolo invocava Dio!
Per dire come fosse radicato in noi il sentimento di appartenenza a questa religione, anche se poi, alla luce di nuove conoscenze, avresti voluto in parte distaccartene.
Così andavamo in chiesa con aspettative diverse, per dovere gli adulti, per divertimento i bambini.
La chiesa era tutto uno scintillare di luci e candele. Piano piano si riempiva di gente.
C’era sempre un gran cicaleccio, con gente che parlava a voce alta e che salutava quelli che erano tornati per le feste e che non si vedevano magari dall’anno prima, un gran sbirciare con:“chi è quela? Chi è quju?” “ Ma va? Ammazza e chi u reconosce più!”
Baci, abbracci e: ”chiudete la porta che fa friddu!” e “non se po’ chiude sta a entrà la gente!”……….. poi, “zitti è entratu u prete!”
Don Giovanni, sguardo truce, circolare su tutta la navata, silenzio… Poi, dopo che lo sguardo di rimprovero preventivo era stato accuratamente recepito, dava il via alla novena.
Raccontare l’atmosfera di questo rito natalizio intriso di sacro e profano, nello stesso tempo così innocentemente semplice, collocarlo in quell’arco di tempo del secolo scorso, in cui grandi cambiamenti premevano per venire alla luce, situarlo in un posto geograficamente così lontano dai grandi centri, con la televisione ancora relegata ad una condizione di solo sporadico divertimento, è compito quasi doveroso.
Soprattutto ora, alla luce dei nuovi accadimenti in campo nazionale ed internazionale, a conseguenza dei quali, una nuova semplicità viene auspicata ed incoraggiata e, nella quale condizione, è arduo, se non quasi impossibile, tornare.
Allora la semplicità era la norma. Non si faceva nessuno sforzo ad entrarci, già c’eri e non lo sapevi!
Se posso dire di essere stata felice nella mia vita, posso dire di essere stata felice in queste occasioni dove avevo poco o nulla ma dove una scintillante letterina di Natale faceva la differenza, faceva la felicità!
Certo se dopo la letterina arrivava anche qualche soldino eri doppiamente felice.
Quei pezzi argentati da 500 lire, pesanti, con sopra incisa una caravella chi se li scorda? (oggi sarebbe poco meno della terza parte di un Euro)
Erano il massimo a cui potevamo aspirare!
Ricordo la poesia di Natale di mio fratello Michele, il quale essendo sempre stato un furbetto, un anno la cambiò a suo proprio tornaconto.

Così, avrà avuto circa 6 anni, assistito da mia sorella Agnese, che è furbetta anche lei, salendo su di una sedia, ci stupì con questa poesia
“Buon Natale
È nato Gesù Bambino
Con il capo ricciolino
Date i soldi a Michelino!”
Non l’abbiamo mai più dimenticata!

Mia madre ci premiava invece con i dolci, tra i quali spiccavano le ferratelle che pur non essendo un dolce tipicamente natalizio, venivano fatte in grandi quantità in ogni occasione di festa.
La ricorderò sempre (mi chiedo quale infinita capacità di resistenza avesse) china sulle braci del fornello, a legna prima, e su quello a gas, dopo, munita del ferro che era stato di mia nonna e forse anche della mia bisnonna (del quale io ho perso le tracce), intenta a cuocere le ferratelle, due per volta, le quali uscivano così perfette da stupire noi bambini, che, mentre lei cuoceva, noi mangiavamo, rischiando di prenderle ogni volta!

La sua ricetta, e non solo la sua, è la seguente:
7 uova ( 4 intere e 3 solo tuorli)
7 cucchiai di olio
8 cucchiai di zucchero
1 buccia di limone grattugiata
Farina q.b.
Si impasta tutto secondo la consistenza voluta, si fanno delle palline con le mani unte di olio e si cuociono con l’apposito ferro sul fuoco stando bene attenti a non bruciarle e a non bruciarsi.
Poi si mangiano così o farcite con noci e miele, marmellata e adesso, anche con la nutella, oppure come volete.

Oggi esistono in commercio apparecchi elettrici che facilitano il compito, anche perché devo confessare che trovavo il ferro di mia madre complicatissimo, mi sfuggiva sempre dalle mani!

Quello che voglio ricordare di quei tempi è la sensazione di attesa. Eravamo sempre in attesa di qualcosa, che nevicasse, che venisse il Natale, che venisse la befana, il carnevale.
L’aspettativa di qualcosa di inusuale, meraviglioso: un Avvento perenne!
Ogni cosa a suo tempo ed ogni tempo con le sue cose, semplici succulente e terribilmente appaganti!
Non riuscirò mai a rendere l’idea del gusto e della soddisfazione che si ricavava dal rubare dalla dispensa una ferratella o altro dolce, per poi andarsela a mangiare di nascosto con la paura di essere scoperti e credendo di essere la persona più furba dell’universo!

Tempo di Natale: gli amaretti

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Mentre l’aria si faceva gelida e cristallina, per la neve e le gelate notturne, i tetti si adornavano di lunghi ghiaccioli acuminati che noi bimbi staccavamo e succhiavamo proprio come ghiaccioli. Le mani si arrossavano e dolevano, “ncennevano” come dicevamo infilandocele nelle tasche per scaldarle.
Quasi mai portavamo cappotti, solo maglioni di lana sapientemente lavorati dalle nostre mamme e nonne e scarponi quasi sempre risuolati da ‘Ngelucciu’ o Sabbatinu’ i scarpari “degliu paese ammonte”, “agliu paese abballe” ci stava invece ‘Lisandru’. Ma per Natale tutti avremmo avuto qualcosa di nuovo, un paio di scarponi o un vestito, se andava benissimo, magari, un cappotto.
Noi bimbi eravamo eccitati al pensiero, pensavamo alla Messa di Mezzanotte e come tutti ci saremmo scrutati per vedere chi avesse ricevuto la cosa più bella!
Come ci saremmo pavoneggiati nei nostri nuovi vestimenti e come le nostre mamme ci avrebbero adornato i capelli con nastri e boccoli. Parlo naturalmente sempre dei mitici anni ’50 e ’60. I vestiti erano meravigliosi all’epoca, le bimbe sembravano tutte piccole principesse, con vestitini colorati e sottogonne inamidate, ma questo più durante l’estate, in inverno, per la domenica e le feste, mettevamo cappottini colorati sui quali spiccavano le nostre scure trecce, ben strette e legate con nastri rossi. E’ chiaro, come con il passare del tempo, i ricordi si facciano sempre più dolci, perdano per strada quelle asperità, quelle crudezze, che nel momento in cui si vivono le cose, per forza ci debbono essere.
Così si dimenticano i pavimenti delle case sporchi di fango, la strada che va verso la fonte “ammonte” completamente ghiacciata e le “culate” dolorose per ogni caduta sul ghiaccio, o i geloni che piagavano i piedi e a volte anche le mani, o la mancanza cronica di legna per ardere che rendeva i dintorni di Santa Anatolia, brulli, poiché chiunque, per alimentare il fuoco nel camino, tagliava dove poteva. Chi se li scorda quegli asinelli carichi di frasche con il padrone dietro ad incitarli “ah, ah! e giù una frustata!
Ma poi, finiti i giochi nella neve, ricoverati gli animali nelle stalle, arrivava la sera. Le campane iniziavano a suonare all’imbrunire, ci chiamavano per i vespri e, prima di Natale per le novene. Non ricordo quante volte suonassero ma ogni chiamata aveva un suono diverso, l’ultimo scampanio era per “accennare”. Allora si sentivano donne, sempre donne, dire: “Ha accennatu? Scine? U allora me tocca sbrigà, mo sona pure u campaneglie!”

E andavamo in chiesa per la novena.

Don Giovanni ti guardava con sguardo severo se arrivavi tardi. La chiesa si riempiva di gente, gli uomini da una parte e le donne rigorosamente dall’altra e si iniziava. Allora si pregava ancora in latino e al momento del “Tantum Ergo”, io e le mie amichette ci sbellicavamo dalle risate con tutte quelle parole che finivano per “ò” come “giubilaziò” (jubilatio) e benediziò (benedectio) o laudaziò (laudatio) urlate a squarciagola da tutte le donne e uomini del paese, non avevamo assolutamente idea di cosa stessimo dicendo!
Ma mentre tutto ciò succedeva, alcune donne che avevano il loro turno nel forno continuavano a cuocere pane e dolci e, quando il vespro finiva, passando davanti al forno, capitava di trovarci donne intente a cuocere grandi “stagnatelle” di amaretti sapientemente preparati perché così doveva essere.

Ricetta degli amaretti così come si fanno a Santa Anatolia

Kg 1 di mandorle dolci
Kg 0.200 di mandorle amare
Kg 0,700 zucchero
N° 7 bianchi d’uovo
Scorza grattugiata di un limone

Si tritano le mandorle (oppure si frullano) si avrà cura di far asciugare bene le mandorle prima di tritarle o frullarle
Si uniscono alle mandorle tritate lo zucchero, gli albumi e la scorza grattugiata del limone, si amalgama per bene, poi si formano gli amaretti della grandezza voluta e si cuociono nel forno a fuoco moderato finché non sono di un bel colore dorato.
Attenzione a non cuocerli troppo altrimenti diventano dei bei sassi color caramello!

Quello che porterò sempre con me come immagine indelebile è il vociare a volte allegro a volte stizzito o addirittura incavolato, delle solite donne, intente a cuocere cose, nella luce del giorno morente e che al lume di una candela aspettavano che gli ultimi dolci cuocessero per poi lasciare il posto ad altre donne che con identici, antichi gesti, avrebbero ripetuto il miracolo della creazione di delizie prelibate

Tempo di Natale: la pizzella co le nuci

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Piu o meno nello stesso periodo di tempo in cui il maiale veniva sacrificato in nome della sussistenza o sopravvivenza di intere famiglie, l’aria iniziava a riempirsi di quella aspettativa gioiosa che preludeva al periodo più bello dell’anno, il Santo Natale.
No, non c’erano le luminarie che oggi fanno scintillare le strade delle nostre città o dei nostri paesini.
Non c’erano i supermercati affollati e stracolmi di ogni ben di Dio con folle vocianti e carrelli della spesa pieni fino all’orlo, cassiere stressate, avventori terrorizzati ad ogni battuta di cassa con sussulti finali allorché la cifra finale finalmente si palesa.
Conoscete tutti questa degenerazione, questa ansia d’acquisto, come se dovessimo affrontare interi mesi di carestia, questo spreco immane che svuota le tasche e stravolge le giornate.
Confesso che molto spesso dopo un visita al supermercato, in uno di questi giorni, ho anelato con tutta me stessa alla pace monastica ed la silenzio di un convento sulla cima di un monte!
Il Natale della mia infanzia era sempre un Natale bianco, immacolato, ovattato, con solo il suono delle campane che ci chiamavano per le novene nei tramonti belanti di pecore e, se per caso, la neve tardava a venire, noi bimbi la cercavamo nel cielo buio, minaccioso ma anche in quello limpido e stellato.
Con il naso in su cercavamo di capire quando sarebbe arrivata, scambiando per fiocchi di neve qualsiasi piccola cosa volasse nell’aria.
L’annusavamo, la chiamavamo, e, che gioia quando cominciava a scendere leggera leggera, con fiocchi minuscoli e perfetti o a grandi falde bagnate, che si scioglievano sui nostri visini accaldati da corse nel freddo che ci facevano sentire vivi.
Non avevamo niente, neanche i regali a volte. L’unica cosa che forse avremmo avuto era un paio di scarponi nuovi per la neve. Scarponi nei quali non dovesse “umare” l’acqua e che regolarmente nostro padre ci ungeva col sego.
No, non erano belli quegli scarponi, erano utili.

Nevicava molto in quei tempi, anni ’50 e ’60 del secolo scorso, le nevicate erano abbondanti, ma la vita non si fermava, continuava a scorrere intensa, anche se in maniera diversa.
Gli animali rimanevano nelle stalle e bisognava stramarli, accudirli.
Le Stalli Scure erano tutto un belare di pecore e un andirivieni di persone indaffarate che sporcavano la neve, di letame e fango compattandola al terreno e rendendolo liscio come vetro, ma tutto somigliava ad un presepe, molto di più di quelli che oggi si fanno ogni dove.
Un presepe vero, con case, stalle e pagliai illuminati da fioche, calde luci, dove asini e buoi scaldavano ancora le persone con i loro fiati caldi.
Il tempo di Natale a Santa Anatolia iniziava con la presa dei forni da parte delle donne
Ho gia scritto del forno che serviva per tutti, ma per il periodo di natale si faceva “ u furnu e gli furnittu” cioè “u furnu” per il pane e
“gli furnittu”per i dolci.
Il calendario dei forni di Natale si stabiliva mesi prima. Un calendario preciso con scadenze precise dalle quali non si derogava. era a ciclo continuo per giorni e giorni, anche di notte.
Il forno di Natale era un forno speciale si cuoceva il pane per tutte le feste ma, insieme al pane, si cuocevano tutti i dolci natalizi che dovevano essere abbondanti, poiché servivano per fare regali, per eventuali ospiti e anche per la famiglia, ma in maniera molto ridotta,
I dolci venivano custoditi dalle mamme in maniera così stretta che rubarne qualcuno diventava un’impresa!
Il principe dei dolci di Natale era “ La pizzella co le nuci”
Era considerata una cosa così preziosa che nostra madre la nascondeva per non farcela trovare ed ogni tanto, durante il giorno, ce ne dava un pezzettino. Ma era una gratificazione al fatto che eri stata buona o avevi fatto una faccenda per bene, oppure i compiti.
Anni dopo, quando ho provato a farla io, mio padre, dopo averla assaggiata, diceva immancabilmente “ Scine, è bona, ma quela de mammeta era più bona!”.
Purtroppo mia madre ci aveva già lasciato per altre dimensioni.
Per forza di cose, io qui devo essere concisa, ma tornerò a parlare del Natale ancora.
Sono tali e tanti i ricordi che mi affollano la mente e che premono per uscire, che io devo disciplinarli prima di raccontarli, proprio come un gomitolo di lana aggrovigliato che va dipanato prima di essere lavorato.
Una cosa posso descrivere ora ed è proprio la “Pizzella co le nuci

Servono per una pizzella
Farina 200 gr
Uova 2
Con questi due ingredienti si tira una sfoglia sottile, molto sottile che da Santa Anatolia si deve vedere Torano
Nel frattempo si deve già preparare la farcia con:
noci frullate, cioccolata fondente grattugiata, miele quanto basta per amalgamare, fichi secchi tagliati a piccolissimi pezzi e rum.
Si amalgama il tutto e si stende per bene sulla sfoglia, poi si arrotola la sfoglia su se stessa ,come fosse un sigaro gigante e poi si avvolge come fosse un serpente.
Si spennella con un po’ di uovo sbattuto e si inforna per almeno una mezz’oretta a 180°
Ma ognuno puo regolarsi secondo il proprio forno, io faccio ad occhio.

Non scorderò mai mia madre intenta a rompere le noci con il martello, usando come base una forma per scarpe di ferro, con il fuoco scoppiettante alle sue spalle e noi figli che separavamo le bucce dai gherigli. Erano più quelli che finivano nelle nostre bocche che quelli che finivano nel recipiente che doveva raccoglierli, mia madre ci sgridava noi ridevamo!