Archivio mensile:novembre 2011

L’Arrangiata

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Ma perché le cose possano avere un certo ordine temporale bisogna iniziare dal principio o dalla fine, dipende.
Tutte le ricette e le operazioni inerenti il cibo o l’approvvigionamento di esso, erano collocate in un preciso momento dell’anno. Tutto era legato alle stagioni e al tempo.
Non si poteva prescindere da questo, poiché ogni stagione aveva le sue ricette e le sue peculiarità che erano legate al tipo di raccolto o di consumo del raccolto a seconda dei casi.
Neanche l’allevamento degli animali da cortile, delle pecore e dei maiali, sfuggiva a questa regola.
C’era un tempo per seminare ed un tempo per raccogliere, un tempo per immagazzinare ed un tempo per consumare, un tempo per allevare, un tempo per tosare e purtroppo un tempo per uccidere.
Può sembrare crudele ma uccidere gli agnelli e i capretti a Pasqua, tirare il collo a una gallina per fare il brodo per una partoriente e macellare un maiale quando era bello grasso, beh erano cose che, lungi dal rattristare, rallegravano le famiglie, in vista dei lauti pranzi che ne sarebbero derivati.
La vita in campagna era molto cruda. Non ci si rammaricava per una bestia se essa moriva per qualche malattia, ci si rammaricava per tutto il lavoro svolto per farla crescere e per il mancato guadagno.
Ho visto mia madre piangere perchè il maiale aveva la broncopolmonite!!
Serviva un pollo? Gli si tirava il collo senza tanti complimenti!
Tutto ciò sembra crudele adesso, ma magari, in altri modi, oggi siamo ancora più crudeli con tutto il nostro amore verso gli animali. Li teniamo chiusi in gabbie, canili, pigiati, costretti, forzati a mangiare perchè crescano in fretta oppure tenuti a morire di fame.
Quando va bene li nutriamo con mangimi di dubbia provenienza e composizione, con conseguenti malattie che contagiano anche l’uomo.
Qualche decennio fa, a Santa Anatolia, gli animali erano liberi, le galline scorrazzavano dovunque, avevano solo un segno sulle ali per segnalare a chi appartenessero, pecore, mucche, asini, muli tutti liberi, questi ultimi al massimo avevano le pastoie.
Era il tempo in cui le vacche avevano un nome : Bianchina, Rosina ….
Ma di tutte le crudeltà, la peggiore si verificava verso la fine ed inizio anno, quando l’aria era invasa dalle grida disperate dei maiali moribondi che venivano ammazzati in una maniera così crudele che il legislatore ha pensato bene di proibirla in favore di un metodo più rapido e misericordioso.
Il metodo era crudele ma la morte del maiale era una festa, era cibo assicurato sotto forma di prosciutti, guanciali, spallette, lardo, salsicce , fegatelli, sanguinacci, strutto, ventresca, sfrizzoli, per buona parte dell’anno e, allora, non ci possiamo meravigliare se tutti erano felici e contenti!
La parte più gioiosa si verificava la sera, dopo che il maiale era stato diviso a seconda delle varie utilizzazioni.
Quello che restava, con altra carne rubata alle salsicce, andava a riempire una grande padella di ferro che veniva posta sul fuoco scoppiettante dove sfrigolava allegramente finchè non era ben arrostita.
Condita con spezie varie, andava a riempire i capaci stomaci della famiglia, dei parenti e anche dei vicini, che avevano partecipato a tutta l’operazione e che inzuppavano interi filoni di pane nell’unto, il tutto, accompagnato da fiumi di vino che davano la stura a cori improvvisati e risate fino a tarda notte.
“facemece nu bicchiere e facemecegliu mo’
Che mo’ c’iaveme tempe e addimà magari no!” e via a brindare! Si mandava giù anche la “ciarrapicchia” che era un vino tra l’aceto e l’acqua fatto se non ricordo male, con gli scarti dell’uva.
Questa era chiamata “L’arrangiata” presumo dal verbo arrangiarsi, cioè valersi di quello che si poteva racimolare per farsi una gran saporita mangiata! Questa era chiamata anche “Felicità” perché a me viene difficile immaginare un altro momento di condivisione, di unione, più felice di questo!
Mai sentito uno dire “ No grazie ho il colesterolo alto!”

Segue……

Era buio pesto

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di Maria Felicita Luce

L’uomo, perfettamente vestito, girava da ore dentro casa. Era agitato, nervoso.
Si sentiva braccato.
Sarebbero venuti, lo sapeva!
Sarebbero venuti a prenderlo ed a portarlo via. Di nuovo.
Erano venuti altre volte. Gli avevano raccontato tutte quelle storie, quelle bugie.
Gli avevavo sorriso, lo avevavo rassicurato con voci dolci, carezzevoli, e, quando lui senza più difendersi, aveva creduto alle loro parole, lo avevano preso, imprigionato, infilato di forza in quella camicia di tela grezza che, più si muoveva più diventava stretta, graffiandolo, soffocandolo.
Aveva, allora, urlato, imprecato, minacciato, pianto… tutto inutile.
Un ago nel braccio aveva posto fine, ogni volta, alla sua ribellione.
No, non sarebbe successo di nuovo! Questa volta era pronto. Si sarebbe difeso!
E mentre si raccontava queste cose, la mano infilata nella tasca accarezzava la fredda consistenza di un coltello a serramanico ed un gelido sorriso gli compariva sulla faccia senza, peraltro, raggiungere gli occhi che rimanevano sbarrati, allucinati.
No, questa volta n0!
Sentiva perfettamente che stava accadendo di nuovo. Lo indovinava dai sorrisi melliflui, dalla frasi rassicuranti, dallo scantonare repentino delle persone quando lui passava, dalle pupille che si facevano più grandi quando lo fissavano.
Ma questa volta sarebbe stato diverso!
E loro vennero. Vennero sorridenti, vennero rassicuranti, di nuovo e lui?
Lui li colpì.
Un fendente al primo che gli capitò più vicino e quando il sangue, vermiglio, a fiotti, iniziò a zampillare, fuggì!
Fuggì lontano, veloce, sempre più veloce.
Correva sempre più svelto, sempre più lontano nel bosco, dove di sicuro non l’avrebbero trovato.
Sentiva i suoi inseguitori gridare dietro di lui, le loro urla sempre più vicine.
Ma dove nascondersi? Dove?
Ecco, una radura un tronco caduto! Doveva fermarsi, respirare e pensare, pensare……

Si sedette sul tronco. che pace! Chiuse gli occhi per un attimo e……… improvvisamente ecco la soluzione!
Certo! Se lui non li vedeva, loro non avrebbero visto lui! Era così semplice!
Sospirò di sollievo.
Così, seduto sul tronco di un albero caduto, nel centro di una piccola radura nel bosco, chiuse gli occhi ermeticamente, spasmodicamente.
Era così buio non lo avrebbero visto di certo !
Si sentiva al sicuro. Sorrise tra se contento.
Poi, qualcosa di freddo, di metallico proprio in mezzo agli occhi che si spalancano suo malgrado.
Di fronte a lui, il poliziotto con un ghigno feroce e una pistola spianata gli dice “ Amico, la tua corsa è finita!”

Ancora oggi, dopo molti anni di manicomio criminale, il pover’uomo non riesce a spiegarsi come l’abbiano trovato. Si era nascosto così bene! Era buio pesto!

Il lievito

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Poiché il lievito si lasciava di volta in volta, credo che tutti noi santanatoliesi abbiamo mangiato pane risalente alla notte dei tempi!
Rigenerato ogni volta, il lievito era come il fuoco che ogni sera veniva “abbelato” nel focolare e fatto riardere ogni mattina.
Il lievito riprendeva la vita “abbelata” ogni settimana per poi tornare a dormire nel suo contenitore, sempre lo stesso, per poter essere di nuovo svegliato in un ciclo continuo e perenne che ha alimentato una
moltitudine di persone nei secoli dei secoli.
A vederlo, così secco e quasi ammuffito, l’avresti buttato alle ortiche. Invece, nel momento in cui riprendeva vita si rianimava e, unito alla farina ed alle patate lievitava, tornava ad essere il magnifico, il mezzo attraverso il quale ricevevamo il nostro pane quotidiano profumato e fragrante.
Mia nonna, Cleonice, faceva la fornaia per i P..
Nel periodo della mietitura, ogni mietitore, alla fine della giornata, riceveva oltre al compenso pattuito, una pagnotta di pane di 2kg circa.
Faceva parte di una consuetudine non scritta ma dalla quale non si poteva prescindere, da secoli. Questa usanza era ritenuta molto importante, perché il pane era il cibo per eccellenza ed il pane bianco una rarità all’epoca.
Normalmente la gente del popola mangiava il “parrozzo”, pane fatto con la farina di granturco, cibo povero che però al giorno d’oggi consideriamo una prelibatezza! Come cambiano i tempi!
Poiché i P. erano dei grandi proprietari terrieri , e, coloro i quali mietevano, decine, non oso immaginare la fatica di mia nonna , che impastava tutto a mano, ed il caldo che deve aver sofferto durante quei mesi di luglio in cui la mietitura veniva praticata!
Qui di seguito gli ingredienti e le quantità per un buon pane:

Per ogni kg di farina
1 cucchiaino e mezzo di sale (oppure niente se si vuole il pane sciapo)
Acqua tiepida quanto basta
20% di lievito madre (o un cubetto di lievito i birra in alternativa)
Due patate schiacciate con lo schiacciapatate
Tanto olio di gomito per impastare!
Formare le pagnotte come si desiderano, poggiarle nel contenitore prescelto che sarà stato coperto con un telo pulito e cosparso di farina gialla e lasciarle lievitare in un posto al riparo da correnti d’ aria, naturalmente dovranno essere coperte con un panno leggero, meglio se di lana.
Quando le pagnotte avranno raddoppiato il proprio volume e la loro superficie presenterà delle crepe, è il momento di infornarle nel forno già caldo a 250 gradi.
(Potete mettere un contenitore con l’acqua nel forno in modo che la crosta del pane risulti più croccante) dopo 10 minuti si può abbassare la temperatura del forno a 220 gradi.
Il pane è cotto quando la crosta sottostante percossa, darà un suono come a vuoto.
Naturalmente ci si può sbizzarrire nell’uso di farine differenti per creare pane dal sapore e dal valore nutritivo diverso, tenendo presente che le farine integrali vanno integrate con la giusta quantità di farina bianca per risultati ottimali, di solito metà e metà ma dipende dalle farine usate.
Se si adopera il lievito madre lasciato dalla volta precedente, bisogna mettere la “messetura” la sera prima. Cioè bisogna formare una pastella liquida ma non troppo con il lievito secco e con l’acqua e lasciarlo crescere durante la notte, il tutto verrà impastato la mattina dopo con gli altri ingredienti.
Se avete pazienza, il lievito madre potete farlo anche da voi, ecco come:
200 gr di farina di segale,
100 ml di acqua, un cucchiaino di olio, un cucchiaino di miele
Mettere tutto in un barattolo di vetro, girare con un cucchiaino e lasciare all’ aria meglio se vicino a della frutta matura.
Ogni due giorni aggiungere farina ed acqua per almeno quattro volte.
Quando la pastella, che dovrà essere piuttosto liquida, avrà preso l’odore classico del lievito esso è pronto da essere usato.
Se non lo usate mettetelo in frigorifero però coperto.
Ma c’è niente di più buono del pane appena sfornato?
Sì , la pizza al pomodoro appena sfornata, cotta dopo aver cotto il pane nel forno a legna ancora caldo,
Alta, succosa di pomodoro ed olio, qualche volta con pezzetti di acciughe, qualche volta con il prezzemolo che io però non amavo e che toglievo fogliolina per fogliolina! Sempre comunque succulenta, tanto succulenta
da sparire nel giro di pochi minuti!
Ma questa è un’altra storia!