Come volemo ji vauti!!! (Come vogliamo volare in alto!!!)

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La guerra, specialmente l’ultima, la seconda guerra mondiale è una fonte inesauribile di racconti tragici.  Fame, distruzione, miseria, sopraffazione, morte, morte e ancora morte, ma soprattutto, mancanza, assenza, vuoto e disperazione.

Anche dalle nostre parti, sebbene in maniera minore che in altri luoghi limitrofi, i racconti della guerra ricalcano lo scenario conosciuto e tragico ma, come a volte fiori solitari nascono dal fango e ci rallegrano la vista, alcune storie, come quella che mi accingo a raccontare, ci fanno sorridere pur tra tanta sofferenza a testimonianza di come la forza della vita, l’ironia, sebbene amara, ci salvino e ci aiutino a superare anche le cose più dolorose.

Mio cugino, grande bevitore dalla parlantina sciolta, soprattutto dopo qualche bicchiere di quello buono, mi raccontò un giorno questo episodio che mi fece ridere fino alle lacrime un po’ per il racconto stesso, un po’ per il modo suo di raccontare spassoso. Non è affatto facile raccontare cose divertenti in modo da rendere la giusta atmosfera, il giusto ritmo, la giusta dimensione.

Negli anni della guerra anche la nostra zona brulicava di tedeschi. Il fronte non era così lontano e tutti sappiamo dei forti bombardamenti subiti da paesi a noi vicini come Massa D’Albe e la stessa Avezzano. A tal proposito ricordo l’immagine suggestiva scritta da un bimbo di mia conoscenza che aveva la nonna originaria di Tremonti. Luigi, così si chiama il bimbo, scrisse in un suo tema “ Mia nonna ha visto la guerra e i bombardamenti dalla finestra della sua casa” poiché Tremonti si trova in alto, sopra Tagliacozzo e i bombardamenti avvenivano sulla piana di Avezzano che era più in basso. E l’immagine immobile e silenziosa di questa adolescente, dietro i vetri di una finestra, che guarda gli aerei sganciare bombe, come guardasse un film, con il rombo dei motori, cupo, attutito dalla lontananza e dai vetri chiusi,che le rimbomba nelle orecchie, mi parve così surreale da risvegliare im me echi di incubi infantili mai superati.

A Santa Anatolia, i tedeschi,  avevano stabilito il loro quartiere generale a casa dei Placidi e si narra di urla e pianti provenire dal Villino con il tetto di ardesia, di gente torturata e forse uccisa. Di donne straniere dalle lunghe trecce bionde, sepolte clandestinamente in tutta fretta, nel cimitero ed anche di  gente morta per le bombe o inseguita e uccisa a fucilate dopo una spiata.

Insomma tutto ciò che possiamo immaginare che potesse accadere in un quartier generale tedesco, o durante un’occupazione nemica, credo sia avvenuto anche da noi.

Mia zia Maria, un giorno che era andata a prendere l’acqua alla fonte Abballe e tornava a casa con la conca di rame in bilico sulla testa, ad un tedesco che le chiedeva qualcosa sbarrandole il passo, rispose terrorizzata: ” vaffanculo!” e fuggì spandendo acqua lungo il cammino, tenendo la conca con tutte e due le mani, inseguita dalle risate beffarde del soldato tedesco.

All’epoca la strada che collegava Avezzano a Santa Anatolia era ancora bianca, non asfaltata e le comunicazioni avvenivano con mezzi di fortuna, soprattutto con carretti dalle grandi ruote di legno, trainati da muli o asini o con qualche rara macchina.

Anche da noi ci fu chi combatté clandestinamente contro l’occupante tedesco, ci furono vittime e collaborazionisti, nonché ragazze che si concessero al nemico per convenienza o per divertimento.

Un giorno, una di queste persone legate ad un gruppo clandestino di resistenza, un corvarese, stava trasportando, con un carretto, un carico di esplosivo da Avezzano a Corvaro. L’esplosivo era mimetizzato sotto botti di vino varie e paglia. Il povero diavolo con l’ansia alla gola, andava incitando di tanto in tanto il mulo, con un leggero colpo di frusta, non vedendo l’ora di arrivare alla sua meta. Il viaggio si prospettava lungo, sia perché doveva andare piano a causa del suo carico, sia perché il mulo più di tanto non poteva dare.

La paura faceva si che il povero carrettiere pregasse in continuazione il Signore che nulla avvenisse lungo il tragitto, in modo da farlo arrivare sano e salvo alla meta.

Così,  pregando ed imprecando alternativamente a seconda delle situazioni, procedeva lentamente lungo la strada polverosa e sconnessa.

Appena dopo Magliano, con il sole del pomeriggio che gli faceva lacrimare gli occhi e con la polvere della strada che gli seccava la gola, vide un’ombra lontana sul ciglio della strada, ferma, in attesa apparente di un passaggio. Avvicinandosi capì che si trattava di un soldato tedesco.

” Cavolo! E mò che faccio?” pensò disperato.

Il carrettiere, in preda alla paura, avrebbe voluto cambiare strada, ansioso si guardò intorno, ma non vide vie di fuga possibili e proseguì sul suo cammino. 

Fischiettando, cercando di apparire il più innocente possibile, cercò di passare oltre facendo mostra di non essersi accorto del soldato. Sfortunatamente però, quest’ultimo lo fermò con un gesto della mano e senza chiedere niente si issò a bordo del carretto, al suo fianco.

Subito il soldato si mise a parlare giovialmente nel suo stentato italiano, facendo mille domande, alle quali, il carrettiere rispondeva a mugugni.

“Povero me” pensava “se s’accorge di cosa trasporto sono finito!”

Il tedesco intanto, volendo fare il simpatico, chiacchierava a più non posso tra mille “ach” “was”,  mille “gut”, commentando il paesaggio e ridendo di sue spiritosaggini, che il povero diavolo, in preda allo sconforto, neanche riusciva a capire. Il poveretto riusciva solo ad annuire ed a sorridere a denti stretti!

Poi, con suo sommo terrore, il tedesco si accese una sigaretta e scuotendo il fiammifero in aria per spegnerlo, lo buttò dietro di sé con noncuranza.

Il fiammifero disegnò una parabola in aria ed atterrò tra le botti di vino.

Il carrettiere sapendo ciò che c’era sotto la paglia sbiancò dalla paura ma stette zitto e pregò Dio che lo aiutasse. Nel frattempo, il tedesco, continuava a parlare e mentre parlava tirava lunghe soddisfacenti boccate dalla sua sigaretta, scrollando la cenere sul piano del carretto, sopra l’esplosivo.

Ogni tanto, vedendo che il suo interlocutore non rispondeva, preda di un mutismo terrorizzato, chiedeva:

“cosa dire tu?” e riprendeva a parlare senza attendere la risposta, chiedendo di questo e di quello e a buttare la cenere sull’esplosivo.

Boccata dopo boccata la sigaretta era finita, non rimaneva che la cicca con la punta incandescente.

Il tedesco , dopo aver fatto l’ultimo tiro, la spense in malo modo sul fianco del carretto e, sotto gli occhi terrorizzati del povero Cristo, la buttò dietro di sé tra le botti, sopra l’esplosivo. Nel buttarla fece l’ennesima domanda al carrettiere:

 “allora, dimmi, cosa dire tu?”

“Ehhhhh!” disse il poveretto rassegnato

 “ E che te pozzo dì? Come volemo ji vauti!!!!!”

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Signorina Nero e la lasagna a modo mio

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E’ molto che non scrivo. Le ragioni sono molteplici e non è il caso di elencarle tutte. Una di esse riguarda il fatto che mi sembrava di aver concluso un ciclo e la cosa mi aveva rattristato. Un anno era passato ed in quell’anno molte cose erano successe, belle e brutte. Qualcosa era irrimediabilmente cambiato intorno a me e l’aver rievocato i tempi passati con nostalgia e rimpianto, la constatazione che molte delle persone che avevano fatto parte di quel passato se n’erano andate per sempre, mi aveva gettato addosso una malinconia strana. Come se con l’ aver rievocato quei tempi, non più solo nella mia mente ma nero su bianco, io li avessi in qualche modo sepolti. Era una sensazione strana che mi faceva sentire svuotata di energia. Come se l’aver collocato quei ricordi altrove avesse lasciato in me un vuoto incolmabile che mi lasciava triste come dopo l’abbandono di una persona amata. Mi guardavo intorno e mi dicevo: “Cosa farò adesso?”Ero piena di progetti per la verità, ma allo stesso tempo non avevo la forza di attuarli. La situazione intorno a me non mi aiutava. Dovunque io guardassi non c’erano motivi per gioire. Crisi, politica, lavoro, non c’era una cosa che andasse bene. Poi, malgrado tutto, ho capito che ciò che provavo andava in qualche modo deprivato dal suo effetto distruttivo, ho capito che avrei dovuto reagire e riprendere ciò che avevo interrotto e che in qualche modo mi aiutava a vivere.

Ho in mente di raccontare storie legate alle famiglie di Santa Anatolia, andrò da chi vorrà collaborare e mi farò raccontare la Santa Anatolia vista nell’ottica delle loro famiglie. Ho idea che scoprirò cose interessanti, tragiche, divertenti, comiche. Vorrei riportare alla luce personaggi dimenticati che hanno fatto la storia di questo paese, prima che il tempo ci metta una pietra sopra e tutto cada nel dimenticatoio. Nel contempo vorrei che queste persone mi regalassero una ricetta legata alla loro famiglia con annesso aneddoto relativo alla preparazione o al consumo di essa.

Ci riuscirò? Spero di si con la collaborazione di chi vorrà!

Orai naturalmente inizierò con una storia che riguarda la mia famiglia e che mia madre mi ha raccontato alla sua maniera da affabulatrice innumerevoli volte.    

                                                      

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Oggi fredda giornata di un maggio insolito, ma poi perché tanto insolito non si sa. Ricordo altri mesi di maggio come questo. Ricordo quei mesi di maggio a Senigallia, al sesto piano dell’hotel Diana. Quelle piogge sferzanti, battenti contro i vetri delle finestre e i rondoni impazziti che venivano a schiantarsi contro di essi. Il mare in burrasca, latteo e verdastro all’orizzonte, le onde che si abbattevano sul bagnasciuga lasciando quintali di detriti. La musica di De Andre’ in sottofondo ed io che, sebbene assunta con mansioni di segretaria, pulivo le stanze non avendo altro da fare. Ero triste e nostalgica del mio paese lontano, il mio paese sui monti, mia madre, mio padre i miei fratelli. Tutto mi mancava! Pioveva sempre di maggio a Senigallia e la pioggia si accordava perfettamente al mio stato d’animo. L’hotel vuoto, grigio e polveroso, i miei passi rimbombanti sul linoleum  giallastro dei corridoi vuoti,   la solitudine. Sembrava che giugno con i primi clienti e l’allegria, non dovessero arrivare mai. Per questo, questo maggio così piovoso non lo sento estraneo, quasi lo riconosco nei suoi scrosci di pioggia gelida e nelle folate di vento  improvvise, sebbene il paesaggio sia diverso e, al posto del mare burrascoso, si scorgano montagne coperte da nubi minacciose e persino neve. Oggi, dicevo, per colpa della pioggia battente che non invogliava alla passeggiate, ho iniziato l’operazione nostalgia, spulciando nei cassetti alla ricerca di vecchie foto ed, ecco, dimenticata in fondo a uno di essi, la foto di mio zio Pasquale. Una foto datata inizio anni 40 del secolo scorso.

Povero sfortunato zio, morto solo un mese dopo la sua partenza per la guerra, morto di malattia perché partito già ammalato di broncopolmonite. Questa foto lo ritrae sorridente su di un aereo con tanto di casco. Naturalmente si tratta di un aereo finto, un fondale di quelli che usavano i fotografi all’epoca. Sorride mio zio nella foto, sorride ed è uguale a mio cugino, Pasquale, anche lui morto troppo giovane.

Mi sono seduta sul letto con la foto in mano e i ricordi hanno iniziato ad affollarsi nella mia mente. Mia madre, sua sorella, raccontava con dovizia di particolari aneddoti  di quel periodo, commoventi, tragici, comici anche. Ce n’è uno che io ricordo con commozione, non riguarda proprio mio zio direttamente,  ma è, in qualche modo, legato alla sua morte. 

Si era in tempo di guerra, mio zio era morto da poco e naturalmente, come si usava a quel tempo mia madre vestiva di nero in segno di lutto. Mia madre aveva una grande amica del cuore con la quale condivideva ogni più singolo e segreto pensiero, Maria (Maria Felicita, è per questo che io  mi chiamo così, ma questa è un’altra storia!), che abitava in una delle case post terremoto del 1915, da poco consegnate alla popolazione di Santa Anatolia. La casa era disposta su due piani, per salire al piano superiore c’era una scala esterna con un ballatoio in cima.

In quel periodo, penso fosse primavera, c’era in paese un contingente slovacco, aggregato alle truppe tedesche. Un giorno, questi slovacchi, avevano festeggiato una loro ricorrenza, durante la quale si erano divertiti a buttare secchiate d’acqua addosso alle ragazze del paese. Anche mia madre si era presa la sua bella secchiata di acqua gelida, con suo grande disappunto e le era rimasta una rabbia dentro difficile da digerire.

Il giorno seguente a tale ricorrenza, mia madre andò  a lavarsi i capelli in casa della sua amica Maria. Avevano tutte e due capelli bellissimi, neri, lunghi folti e ricci come usava in quegli anni. L’operazione era lunga e complicata poiché, dopo il lavaggio, dovevano avvolgere ogni singola ciocca in pezzetti di stoffa in modo che i ricci fossero perfetti, l’operazione  si  svolse sul ballatoio della casa, in cima alle scale. Vi era nei pressi il luogo deputato alla preparazione dei pasti delle truppe, ancora alleate, e tutto intorno alla casa, era un via vai di soldati che si recavano a prendere il rancio con le loro gavette.

Mia madre, vestita di nero e Maria asciugavano i capelli all’aria (non so perché ma ho sempre pensato che non fosse un giorno di sole, forse perché la guerra per me si è svolta in un grigiore triste e persistente, nel quale difficilmente il sole trova posto, per lo meno nel mio immaginario) e osservavano il via vai dall’alto del ballatoio con un catino pieno di acqua appoggiato sul muretto. Il catino era colmo dell’acqua con la quale si erano risciacquate i capelli. Così,  osservavano divertite l’andirivieni, facendo commenti  e ridacchiando tra di loro, come solo due ragazze giovani sanno fare  anche in momenti tragici. Mentre sghignazzavano commentando ora l’uno ora l’altro milite affamato, un giovane soldato ebbe la sfortuna di passare sotto il ballatoio con la gavetta piena di rancio fumante, e mia madre, improvvisamente presa da un impulso irrefrenabile,  afferrò il catino pieno d’acqua e glielo rovesciò addosso. L’acqua sporca finì dentro la gavetta con il rancio.  Il povero soldato alzò gli occhi verso il ballatoio, dove mia madre non fece in tempo a nascondersi, e con una voce triste, indicando mia madre disse sconsolato:

 “Io videre……….tu, signorina nero!” ,alludendo al fatto che mia madre vestiva di nero, poi abbassò la testa  rassegnato.

Bene, potete crederci o no, mia madre, ancora dopo tanti anni, pativa il senso di colpa per aver privato quel povero soldato del suo rancio quotidiano.

Io, da parte mia,  ogni volta che lei raccontava questa storia, piangevo con dei lacrimoni cocenti,  che, durante la fine del racconto, erano andati man mano maturando, gonfiandosi nei miei occhi, finché sgorgavano straripando lungo le guanciotte di bambina  finendo con sapido sapore, nella mia bocca spalancata,  dove i singhiozzi erano pronti, ma non potevano uscire, per via del nodo doloroso che mi stringeva la gola.

Ancora oggi, l’idea del povero soldato slovacco che quel giorno digiunò per colpa di mia madre, mi provoca lo stesso nodo alla gola. Per fortuna, mia nonna, li ripagò generosamente e con gli interessi, tant’è vero che agli inizi  degli anni ’60, uno di loro, Jan Kamenski, ci rintracciò e aprimmo una fitta corrispondenza, con lui ed i suoi figli, scambiandoci notizie e doni reciproci (ho ancora bellissimi bicchieri di cristallo di Boemia,  ambrati e finemente cesellati, sebbene arrivassero sempre in numero dispari poiché strada facendo se ne rompeva sempre qualcuno). Durò fino agli inizi degli anni ’70 quando, come spesso succede nella vita, altre cose ci distrassero e la corrispondenza si interruppe. Ma io ricordo i loro nomi e la loro felicità durante la breve primavera di Praga, interrotta bruscamente dai sovietici con i loro carri armati. Ricordo il nostro sgomento alla vista di quelle immagini in bianco e nero che spazzavano via le speranze di un popolo che aveva creduto nella ritrovata libertà.

Bozena, Dusan, Jan, i figli,  spero siano felici, ovunque essi si trovino in questo momento.

Sto guardando fuori dalla finestra e, tra un vaso di geranei intirizzito e un vaso di rose che si ostinano a credere che sia primavera, scorgo un pezzo di cielo plumbeo, in lontananza odo il rombo del tuono, ed allora penso che non sia il caso di uscire, uscirò insieme al sole come le “ciammaruche”.

Ma giusto perché l’ozio è il padre dei vizi, e voglio fare qualcosa di utile,  vi presenterò una mia ricetta, sperimentata oggi, che credo mi sia riuscita piuttosto bene.

Lasagna quasi vegetariana a modo mio

Le quantità dipendono da quanto grande volete fare la lasagna, dovrete fare ad occhio in modo che la lasagna non risulti troppo secca.

Per questa ricetta occorrono tutte le verdure che avete nel frigorifero o fuori e della pasta per lasagne.

Patate, carote, porri, cipolla, peperoni, zucchine, melanzane, topinambur (facoltativi io ce li avevo!) pomodorini, basilico, insomma qualsiasi cosa vegetale e commestibile che riuscite a trovare. Bisogna tagliare tutto a pezzetti molto piccoli.

Prendete una padella capiente, versateci dell’olio extra vergine ed il porro tagliato a rondelle (potete sostituire il porro con dello scalogno se volete) ed uno spicchio d’aglio, fate soffriggere per un po’ stando attenti che non brucino. Eliminate l’aglio e  versate tutte le verdure nella padella e fate stufare per una decina di minuti insieme al basilico (aggiungere poca acqua se le verdure tendono a bruciare, il fuoco comunque deve essere basso) Quando le verdure saranno diventate morbide, ne frullerete una parte insieme a poco latte (anche di soia). Mescolare poi le verdure frullate e quelle stufate, oppure potrete frullarle tutte grossolanamente. Aggiustate di sale e poco pepe. Prendere poi una pirofila rivestitela con la pasta per le lasagne (se si tratta di pasta fresca bisogna sbollentarla in acqua bollente per qualche minuto e poi raffreddarla in acqua fredda come per le altre lasagne canoniche). Versare una quantità sufficiente di ripieno di verdure e spolverizzare con parmigiano abbondate (oppure pecorino per chi ama sapori più forti). Procedere poi con altri strati fino ad esaurimento ingredienti. L’ultimo strato dovrà essere senza condimento. Prendete 2 uova sbattetele in un piatto con un po’ di sale e versatele, uniformemente, sulla superficie della lasagna. Come ultima cosa spolverizzate ancora con abbondante parmigiano ed infornate a 180° finché la superficie della lasagna non avrà preso un bel colore dorato. L’importante è che la farcia di verdure sia morbida (potete aggiungere del latte o della panna,  se è troppo secca) ma non liquida. Volendo potete unire al composto una mozzarella tagliata a dadini. Questo è un ottimo sistema per riciclare avanzi di verdure e formaggi che  a volte rimangono nel frigo in attesa di una qualche utilizzazione e che se non usati tempestivamente finiscono nel bidone dell’umido.

Visto i tempi meglio la mia lasagna!

 

 

 

 

 

 

 

 

Novembre, la malinconia e i carciofi

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Ecco che il ciclo si chiude. Era novembre quando iniziai questo viaggio nei ricordi, è di nuovo novembre, e sono qui, ancora sotto al tiglio, solo che adesso il tiglio, non mormora parole leggere con leggero stormire di foglie. Il tiglio geme, è scosso, frustato da un vento freddo e le foglie dorate di ottobre sono diventate brune e giacciono sul terreno, fradice di pioggia, sporche, scivolose. I suoi rami, grigiastri, striati di muschio, protendono le loro braccia al cielo grigio, uniforme.
Un sentore forte, dolciastro, di decomposizione mi arriva alla narici. Lo aspiro sebbene tutto dica: morte! Rabbrividisco di freddo e di tristezza.
Morte, vita, resurrezione! Smuovo piano, con la punta delle scarpe, lo strato di foglie marcescenti e, sotto, mi appare ancora l’erba verde e rigogliosa. La vita vegetale, sotto le foglie morte, resiste, non si arrende alle gelate, dovrà farlo prima o poi ma la sua non sarà che una morte apparente.
Al primo raggio di sole primaverile risorgerà più verde e rigogliosa di prima, sconfiggerà la morte con la forza della vita.
Mi guardo in giro, i gatti mi osservano da lontano, guardano questa figura avvolta in strati di calda lana e sono immobili. Ci fissiamo, mi scrutano, qualcuno di loro muove passi esitanti verso di me, aspettano. Ma io non ho nulla da dare loro, niente, sono solo di passaggio. E’ la nostalgia che mi ha spinto a tornare a casa.
Questa è la mia casa mi dico. La guardo, vuota, silenziosa, le imposte chiuse, muta.
Adesso entro ed accenderò il camino, farò un gran fuoco, la tristezza sparirà e i ricordi mi terranno compagnia.
Non so spiegarlo, ma, quando torno in questa, che è stata la mia casa per un lunghissimo arco di tempo, mi piace aprire tutti i cassetti, frugare negli armadi, sfogliare vecchi libri e album di fotografie alla ricerca del tempo perduto.
Apro, chiudo, sfoglio, ricordo.
Mia madre sorridente tra i suoi fiori, mio padre intento a spaccare legna con l’accetta, i miei nipoti piccoli, Matteo col braccio rotto, Marco vestito da piccolo marinaio per un carnevale, Paolo e Stefano tra i pomodori dell’orto, Luca, ad un anno, in braccio a mia madre, Federico a due anni, nella neve, che addenta una pizza bianca più alta di lui, Gianmarco, paffuto e roseo con una testa di ricci biondi, Alessia tra le ortensie piccola e bionda che mi guarda senza sorridere ed Eleonora, sul mio letto, che sgrana gli occhi mentre gioca con la mia bigiotteria e ancora feste di Natale e Pasque, di chissà quale anno e i miei fratelli, le mie sorelle tutti giovani, magri e belli. Dove sono andati quegli anni?
Il fuoco che arde allegro nel camino mitiga la mia tristezza, lascio che il calore mi bruci le ginocchia, mi arrossi la faccia e mi asciughi gli occhi. Guardo le fiamme che guizzano veloci, sono ipnotiche quasi si fa fatica a staccare gli occhi. Scoppiettii, scintille, “monachine” che salgono verso il cielo. Quanti giochi, quante risate, quante lacrime! Quanta gente è passata in questa stanza! Sono tutti qui, vivono nelle vibrazioni dei mobili nello scricchiolio dei tetti, nei pavimenti consumati dai passi, nell’intonaco dei muri che ha assorbito le loro emozioni.
Qui siamo nati tutti noi fratelli, queste mura hanno sentito il nostro primo vagito, qui abbiamo respirato la nostra prima boccata di ossigeno, abbiamo mosso i nostri primi passi e pronunciato le nostre prime parole. Questa è la nostra culla, il nostro nido, l’utero virtuale che ci ha partorito. E’ la mia, la nostra casa. Per quante case noi possiamo avere nel mondo, questa è “casa” e niente potrà mai cambiare questa realtà.

Mi rannicchio nella poltrona e chiudo gli occhi. Sento la voce di mio padre che racconta della guerra, della sua vita da carabiniere, sento mia madre che parla di notti di luna piena e “chiara” sento gli schiamazzi dei miei fratelli, la radio che canta insieme alle mie sorelle. Sento le risate dei miei nipoti e e il cicaleccio di quelle grandi, allegre, tavolate domenicali. E’ così che mi sento a novembre, piena di nostalgia e desiderosa di calore umano.
Per quanto mi sforzi, non riesco a visualizzare immagini allegre legate a novembre. Malinconiche si, ma non allegre.
Novembre iniziava con il giorno dei morti e con la visita al cimitero. Forse già questo predisponeva alla tristezza.
I campi arati erano scuri sotto un cielo di solito grigio, ma il grano seminato nei solchi aveva già iniziato a germogliare ed a me veniva in mente la filastrocca del chiccolino
“Chiccolino dove sei?
Sotto terra non lo sai?
E la sotto non fai nulla?
Dormo dentro la mia culla…………………….

Natale sembrava ancora lontano, e i rintocchi delle campane, che al tramonto suonavano il Vespro, erano cupi e lenti. Se guardavi le montagne, poi, erano quasi sempre nascoste da una coltre grigia di nuvole pesanti e basse. La porzione di esse non nascosta dalle nuvole, era anch’essa grigia. Insomma ovunque si girasse lo sguardo era il grigio a dominare, in tutte le sue sfumature. Il grigio del cielo, delle montagne e dei tronchi degli alberi che sembravano, allo sguardo, soli ed abbandonati. Mandorli spogli, intrisi di pioggia, con solo qualche grigia cornacchia appollaiata sul ramo più alto, a far loro compagnia. Querce non ancora spoglie, grondanti pioggia con un tappeto di ghiande miste a fango alla base. Strade fangose, pozzanghere infide, scarponi che diventavano pesanti per la terra che si attaccava alle suole e infangava i pavimenti. La sera ci si stringeva vicino al camino e quando veniva l’ora di andare a letto c’era la cerimonia del prete.”U prete!” senza il quale il letto sarebbe stato freddo e umido e che spesso era causa di incendi e strinature di lenzuola.Era, il prete (chissà perchè era chiamato così? Ci vedo una certa malizia paesana) una gabbia di legno fatta di doghe convesse, due inferiorie due superiori, che si toccavano alle estremità a formare un’ellisse doppia e parallela con al centro assi di legno quadrate o rettangolari. Il prete veniva messo nel letto e sulla base inferiore veniva poggiato un braciere (u coppe) pieno di braci roventi, serviva a scaldare le lenzuola, ma se ti distraevi un attimo o non posizionavi bene il braciere, potevi fare un bel falò! Ma infilarsi nel letto dopo aver tolto il prete era un piacere al quale pochi rinunciavano. A novembre, poteva succedere, che una mattina, tuo padre, venisse nella tua camera, dove dormivi al calduccio abbracciata a tua sorella e spalancasse le imposte dicendo con tono gioioso:
“Ficcatevi sotto le coperte! Guardate che meraviglia!” e noi, insonnoliti, guardavamo increduli lo spettacolo della prima neve che scendeva copiosa e leggera dal cielo, imbiancando cose e case e coprendo tutto quel grigio con un meraviglioso e brillante manto bianco.
Allora ci stringevamo l’un l’altro sotto le coperte e guardando la neve scendere pregavamo Dio che la lasciasse scendere a lungo.
La neve ci restituiva la gioia, vestiti sommariamente, non vedevamo l’ora di tuffarci nella sua morbidezza, fare pupazzi di neve e a “palloccate”.
Poi i più bravi avrebbero improvvisato gare di sci lungo “ u prate” cioè il prato per antonomasia, il luogo mio dell’anima, quello che va dall’Ara de Placidi fino “agli Quadri”
Un pendio abbastanza lungo che in inverno era un campo da sci, in primavera un mare verde di erba e d’estate il luogo di tutti i nostri divertimenti all’ombra dei mandorli.
Si andava a scuola lo stesso però. Non c’era nevicata che bloccasse lo svolgersi regolare delle lezioni. Poiché in quegli anni le nevicate erano frequenti ed abbondanti, avremmo rischiato di perdere lunghi periodi di scuola altrimenti.
Si andava a scuola, scarponi rotti o no. Una bella passata di sego “siu” sulle scarpe per non farci “umà” l’acqua e via. La scuola era riscaldata da una stufa a legna e spesso portavamo con noi anche pezzi di legna per alimentarla.
Ricordo i miei maestri, qualcuno con affetto, altri no. Ne ricordo uno in particolare, neanche tanto malvagio, ci mandava in punizione nella neve, in ginocchio, con le mani alzate al cielo e senza cappotto. Ricordo mia madre, l’unica volta che è capitato a me, irrompere nella classe e con fare minaccioso dire al maestro ” che sia la prima e l’ultima volta, quando avrai figli tuoi, potrai trattarli così, mia figlia mai più!” Il maestro non aveva figli, rimase senza parole, ma nessuno andò più in punizione in quel modo!
C’era e c’è a Santa Anatolia una maestra, la Signora Ortensia, oggi novantaquattrenne, che per un periodo, appena diplomata, ha insegnato a Cartore. I santanatoliesi sanno dove si trova Cartore e quanto sia difficile ancora oggi raggiungerlo. Ortensia è una donna piccolina, si e no arriva al metro e cinquanta, ebbene questo scricciolo di donna andava ad insegnare a Cartore a dorso di cavallo e con qualsiasi temperatura o tempo atmosferico. Ogni giorno saliva sul suo cavallo e con la pioggia, con il sole o con la neve, andava a Cartore. Attraversava campi, valicava colline e attraversava boschi. Partiva all’alba in sella al suo cavallo, prendeva la strada che dal Pontone costeggia ‘Ncolanesce, sale sulla collina, arriva a Colle Pizzuto e poi va verso Cartore dove l’aspettava una scuola semidiroccata con il tetto sfondato, forse dal terremoto del 1915.
Una mattina doveva ripartire da Santa Anatolia ed essere a scuola in tempo per l’orario di apertura. Aveva nevicato molto, ma lei montò a cavallo con l’aiuto del padre e si avviò verso Cartore. La neve alta rendeva difficoltoso il cammino del cavallo e tutto intorno il silenzio era perfetto. Arrivata nei pressi di Colle Pizzuto il cavallo iniziò ad innervosirsi, divenne inquieto. Erano tempi quelli in cui i lupi erano molto numerosi e con il cattivo tempo scendevano a valle in cerca di cibo. Il cavallo aveva sentito i lupi che si aggiravano nei pressi. All’improvviso si imbizzarrì e disarcionò la povera Ortensia che fu sbattuta a terra dove per sua fortuna atterò sul soffice manto della neve. Il cavallo imbizzarrito, nitrendo di spavento, fuggì verso Santa Anatolia lasciando la poverina semisepolta dalla neve. Alla coraggiosa maestrina non restò che spolverarsi la neve di dosso e riprendere la via di casa nella neve che, quasi, era più alta di lei.
Arrivata a casa trovò il cavallo tranquillo nella stalla ed i suoi parenti che si preparavano ad andare a cercarla spaventati dal ritorno del cavallo “scosso”. Difficile pensare a qualcosa di simile adesso!
Novembre è un mese sospeso, è l’anno ormai incanutito che si avvia verso la fine, Novembre è un mese saggio, è un vecchio che racconta, parla tra sé e ricorda.
A volte Novembre ha guizzi di insospettata giovinezza, come un fiore piccolo e giallo che sbuca dal mucchio delle foglie morte, un raggio di sole, può darti l’illusione della primavera e si torna a sorridere.
Novembre è una calda coperta che ti avvolge, è la pioggia gelida che il vento ti sputa sulla faccia, è il muggire delle mucche nelle stalle è il belare stanco delle greggi nei crepuscoli bui, è il camminare rasente i muri delle case in cerca di riparo.
A novembre, più che mai, con il freddo che penetra nelle ossa, sentiamo il bisogno di qualcosa di gratificante per ritemprare corpo anima, allora potrà essere consolatorio il profumo di un bel pollo arrosto con le patate che ti accoglie quando torni a casa, un piatto di polenta con le salsicce, una densa minestra di fagioli o ceci.
Io ripenso alle polpette di mia madre ed al pane appena sfornato intinto nel loro sugo accompagnati da un bel tegame di carciofi e patate.
Per chi volesse gustarli ecco la ricetta:

Ingredienti:
Carciofi romaneschi, patate, olio, mentuccia, sale, mollica di pane, acqua.

Pulire bene i carciofi, togliere le foglie più dure, tagliare la punta di due o tre cm.
Allentare la consistenza delle foglie senza romperle, metterli per una decina di minuti in acqua dove avrete spremuto mezzo limone.
In una ciotola preparare una panure con mollica di pane sbriciolata, sale, olio e mentuccia
oppure prezzemolo.
Preparare un tegame dove verserete dell’olio, non molto.
Riempire i carciofi con la farcia cercando di farla penetrare bene tra un giro di foglie e l’altro. Posizionare i carciofi nel tegame con l’olio facendoli rimanere ben dritti.
Perché non si adagino su un fianco, tagliare una patata o due a pezzi e metterla nel tegame a sostegno dei carciofi.
Riempire il tegame di acqua fino a circa ¾ dell’altezza dei carciofi e salarla.
I carciofi non devono mai essere sommersi dall’acqua altrimenti la mollica diventa una pappa.
Far cuocere per circa una ora aggiungendo acqua ogni volta che occorre perché i carciofi non brucino (fare attenzione che l’acqua non vada sulla sommità dei carciofi mentre bolle).
Non coprire il tegame mai. Quando l’ultima acqua sarà evaporata, le patate e i carciofi saranno cotti a puntino ed alla base rimarrà solo l’olio insaporito dai carciofi e dalle patate.
Ricetta semplice ma gustosa, non proprio santanatoliese ma io l’ho sempre mangiata fin da piccola e devo dire la verità, avendola mangiata molte volte da altre parti, “quela de mamma era più bona!” ed a me ricorda molto mia madre.

Ottobre, la luna e la pizza gialla

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10 novembre 201 021020001004

Cos’è questo brivido freddo, questa voglia di avvolgersi in un caldo scialle e salire sulla collina a farsi sferzare il viso dal vento e da gelide gocce di pioggia.
Cos’è questa voglia di andare, guardare tra le pietre, sbirciare tra i cespugli, frugare tra l’erba, alzare gli occhi verso questo cielo plumbeo e sfidare le raffiche di tramontana che strappano i vestiti di dosso e le foglie dagli alberi.
Cos’è quest’ansia che mi afferra, questa urgenza di vedere, controllare, imprimere nella mente ogni cosa, prima che tutto cambi, prima che tutto muti e piombi nel silenzio ovattato della stagione malinconica, della stagione struggente, della stagione degli addii, l’autunno. Devo controllare tutto, imprimermi nella mente tutto ciò che tra qualche tempo muterà.
I cespugli di more con ancora frutti semisecchi attaccati, i mandorli con le foglie sottili e giallastre che cadendo formano tappeti marcescenti e dall’odore pungente sull’erba bagnata, le querce con ancora le foglie verdi e vitali, tra le quali si intravedono piccole ghiande perfette, lucide e dal cappuccio rugoso.
Controllare i cespugli di rosa canina con le rosse bacche mature e dall’interno peloso, il muschio odoroso, i licheni abbarbicati alle pietre, le felci ingiallite, i piccoli fiori rosa e gialli che sfidano il vento indomiti.
Tutto, tutto devo incamerare nella mia mente. Tra breve le piogge ed il gelo cambieranno il paesaggio ed io voglio ricordare.
Lo so, tornerà la primavera, ma se c’è una cosa che ho imparato nella mia vita è che niente ritorna davvero. Ogni cosa sarà nuova, come l’acqua del fiume che sebbene sembri immutabile, non è mai la stessa a scorrere davanti ai nostri occhi.
Tornerà la primavera, ma per il momento è l’acqua gelida delle prime vere piogge ottobrine che ci fa già piombare in quell’atmosfera uggiosa, che solo un bel fuoco scoppiettante, dalle lunghe fiamme saettanti, può fugare .
Guardando ad est verso il Monte Velino, nulla si scorge se non nuvole minacciose che nascondono le montagne ed ad ovest, il monte dietro a Torano è scuro e misterioso, solo un chiarore aranciato appena visibile,dietro la coltre di nuvole, lascia intuire a tratti, che il sole, sebbene nascosto, non è scomparso del tutto e che forse domani ci scalderà di nuovo.
“ Rosso di sera o piscia o soffia!” dicevano i nostri padri.

Una volta, ai miei tempi, ad ottobre si tornava a scuola. Non vedevo l’ora di tornare. Non vedevo l’ora di avere i nuovi libri. Mi piaceva il loro odore di stampa fresca, li annusavo, li toccavo, li sfogliavo con ansia e poi nel giro di una settimana, soprattutto il libro di lettura era bello che finito. Che meraviglia! Le illustrazioni, i racconti, mi proiettavano in mondi per me fantastici. Mi immergevo completamente nella lettura, talmente profondamente che i richiami di mia madre non riuscivano a penetrare quel mondo fantastico e, spesso, venivo svegliata da quel sogno, con uno strattone energico.
Era il tempo in cui, mia madre mi mandava a prendere il latte da Fernando Panei. Fernando aveva solo una mucca, la ricordo nella sua stalla, agliu Travineglie, la testa sporgente dalla porta chiusa da un mezzo cancello di legno e rete metallica, era marroncina e mansueta, e ci scrutava tranquilla con i suoi occhi bovini, mentre tornavamo da scuola, allegri e vocianti.
Non so quanto latte producesse, ma di quel latte, un litro veniva messo da parte per noi bambini.
Io ero felice di andare a prenderlo. Adoravo quella casa così diversa dalla mia. Era una casa che la Signora Cristina rendeva calda ed accogliente. Il fuoco era sempre acceso nel loro soggiorno e dalla cucina provenivano sempre degli odorini allettanti!
Ma cosa per me fiabesca, vicino al camino c’era una scaffale pieno di libri. Libri per ragazzi poiché il loro figlio aveva solo un anno più di me.
Ho letto tutti quei libri. Credo io li divorassi letteralmente.
Ricordo quei crepuscoli freddi, tra il lusco ed il brusco, io che camminavo spedita verso la loro casa con la bottiglia del latte vuota, il vento che soffiava o a volte, la neve che mulinava e rendeva il mio viso rosso e bruciante. Salivo le scale di corsa e tutto ciò che aspettavo era il momento in cui avrei scelto il libro da leggere.
Poi, con la bottiglia del latte piena ed il libro, stretti bene bene al mio petto, correvo verso casa per immergermi nella lettura, sorda a tutti gli schiamazzi e le urla dei miei fratelli.
Ottobre, le prime nevicate sui monti:

“Quanne Veglinu se mette u cappeglie, vinnite le capri e fatte u manteglie, quanne Veglinu se scopre le braghe, vinnite u manteglie e fatte le capre!”

Mio padre diceva questa filastrocca tutte le volte che il Velino si imbiancava per la prima volta.
Da tempo armai i pastori avevano lasciato la montagna per far ritorno al paese e all’imbrunire, il monotono belare delle pecore che tornavano all’ovile, era ridiventato consuetudine.
Li vedevi passare con l’ombrello a tracolla, un grande ombrello robusto, di solito di un verde scuro sbiadito dalle piogge, con righe orizzontali di vari colori.
Avevano, poi, un bastone al quale appoggiarsi e con il quale rimettevano in riga le pecore indisciplinate. Li seguivano i cani, i bianchi pastori abruzzesi, sporchi di fango, inzaccherati e dalle lingue penzoloni.
Cani intelligenti che a seconda dei fischi del padrone, eseguivano mansioni diverse, governando il gregge in maniera perfetta.
Ma ad ottobre, all’improvviso, dopo giorni di pioggia durante i quali l’autunno sembrava dominare, capitava che uscisse il sole e per vari giorni l’estate sembrava tornata.
Allora era tutto un correre e rincorrersi nei prati, tutto un tracciare disegni sul terreno a seconda del gioco che volevamo giocare: Il mondo, le città, la campana, la tizza. Fino a tarda sera si giocava fino allo sfinimento, poi erano le urla delle madri che ci chiamavano per la cena, che mettevano fine agli schiamazzi.
A casa ci aspettava il camino acceso, la cena in tavola, i rimproveri delle mamme e se non li avevi fatti prima, i compiti.
Dopo cena, almeno quando ero piccola io, si diceva il Santo Rosario, con devozione mia madre, celando le risate noi bambini. Ricordo la lunga sfilza di litanie in latino, con noi che ripetevamo ad ogni litania “ora pro nobis” e le risate inevitabili se guardavi l’uno o l’altro dei tuoi fratelli. Alle litanie seguiva tutta una sfilza di preghiere antiche per i morti e poi, finalmente, ci potevamo sedere comodi e dare inizio ai racconti. La televisione non c’era ancora!
Si raccontavano storie antiche, bastocchie e filastrocche.
Peccato che io ne ricordi poche.
Ne ricordo una in particolare perchè mia madre, negli anni, ha continuato a ripeterne una rima, per ricordare al prossimo quanto lei soffrisse e quanto invece gli altri si lamentassero a sproposito.
“Pe le coste e pe le pianu josse ruttu reporta u sanu!”
Si narrava di un lupo e di una volpe che andarono a rubare delle galline in un pollaio, di notte.
La volpe entrò per prima nel pollaio e riuscì a mangiare una gallina, ma fece tanto fracasso che il padrone della galline si insospettì ed accorse nel pollaio con un grande bastone. La volpe fece in tempo a scappare e al buio disse al lupo “Compà entra tu mo!”
Il lupo non se lo fece ripetere due volte ed entrò spedito ma, ad accoglierlo, trovò il padrone delle galline che lo riempì di legnate.
Quando riuscì a scappare, pesto e dolorante, trovò fuori la volpe tutta sporca del sangue della gallina che aveva mangiato. La furbastra sazia e soddisfatta disse al lupo “ Compà, famme sallì ‘ngroppa che non ce la facce a camminà, guarda so tutta sporca de sangu!

Così il lupo mosso a pietà se lo caricò in groppa e sofferente com’era si incamminò verso il bosco. La volpe durante il tragitto, facendo finta di lamentarsi cantava un ritornello che era appunto questo : “ Pe le coste e pe le pianu josse ruttu reporta u sanu!”

Dopo le chiacchiere ed i racconti, poteva succedere che la legna per il camino non fosse sufficiente e bisognava uscire per prenderne dell’altra. Nessuno di noi figli aveva il coraggio di andare nella legnaia da solo, così nostro padre ci accompagnava fuori e se c’era la luna piena ci diceva una filastrocca che mi è rimasta nel cuore e che ripeto ai miei nipoti:

Ecche la luna
Ecche la stella
Ecche la figlia e la piccirella
Ecche n’ursu ncatenatu
Porta ngoglie nu castratu
U castratu non è ju mé
È de quiss’e Giammatté
Giammatté è jtu a Roma
E s’è persa la corona
La corona e ju tricche e tracchi
Pe spara ncuju agli jatti!

Poi guardando il perfetto disco giallo luminoso della luna diceva: “ Guarda che pizza gialla!”

E già! La pizza gialla, la pizza di granturco cotta “sotte agliu coppe” dalla crosta croccante che svuotata dalla mollica e riempita con cicoria ripassata in padella con aglio, olio e peperoncino, era una delizia autunnale ed invernale. Un’altra di quelle leccornie contadine, povere e semplici di cui si va perdendo la memoria.

Volete farla?
Ecco qua la ricetta

Mezzo chilo di farina di granturco, sale, un cucchiaino di bicarbonato e acqua tiepida quanto basta per fare un impasto non troppo duro e che non si sfarini.

Si impasta per bene, si da alla focaccia una forma rotonda alta qualche centimetro, tre o quattro centimetri sono sufficienti. Si incide poi la superficie della pizza con righe incrociate a formare delle losanghe poco profonde. Si pulisce la base del camino, nel quale si avrà avuto cura di far bruciare abbastanza legna da fare un bel po’ di brace, si posiziona la pizza sui mattoni ardenti e si copre con “gliu coppe” catino di ferro. Si ricopre poi il catino con la brace e si lascia cuocere finche la crosta non sia diventata bella croccante.
Si svuota poi l’interno (operazione alquanto difficile!) e si riempie con la cicoria di campo, ripassata in padella con aglio, olio e peperoncino ed anche, volendo, parte della mollica.
Io l’ho fatta di recente, ma l’ho dovuta cuocere nel forno ed ho sostituito la cicoria con gli spinaci. Era buona lo stesso, ma “sotte agliu coppe” è tutta un’altra storia!

Settembre, i Mandorli e il Serpentone

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Ecco è già settembre!
Ancora il tiglio mi ripara dalla calura che sembra non voler finire mai,
ancora il sole gioca con le foglie screziando il suolo di magici giochi di luce, ancora gli insetti ronzano ubriachi di frutta matura e nettari preziosi. Gatti indolenti passeggiano con sbadigli annoiati e passi felpati. Ogni tanto un “miaooooooooooo” nella mia direzione, mi ricorda che loro mi associano al cibo e che vorrebbero mangiare, ma il loro è un miagolio fiacco, un tentativo debole. Li osservo vagare davanti alla mia casa. Entrano ed escono dall’orto, si acciambellano al sole come anime paghe, soddisfatte.
Eppure, inaspettati ed improvvisi colpi di vento, fanno volare i panni stesi al sole, li fanno sbattere con schiocchi di frusta, fanno cantare le foglie appassite, le scombinano, le fanno volteggiare nell’aria e le fanno ricadere mulinando, a terra.
Un brivido nella schiena ed improvvisamente è settembre!
Settembre, eccitazione.
Settembre, malinconia.
Sebbene l’estate sia stata caldissima, gli ultimi acquazzoni hanno portato refrigerio alla natura assetata, che ne ha subito approfittato per regalarci una seconda primavera rigogliosa. Mi guardo intorno tutto è rinverdito, rinverdito e colorato.
Ogni singolo pezzetto di suolo libero, è invaso da erbe fragranti: cicorie amare, respini, ed erbe bianche, dovunque.
Nell’angolo vicino al cancello dell’orto, sono spuntate delle violette, più in là margherite ed altri fiori non meglio identificati, gialli, fucsia o violetti. Davanti alla porta della mia casa una tardiva rosa, bellissima e profumata, dondola il capo indolente e sfacciata: la rosa di mia madre!
Malinconia!
Settembre è la bellezza di una donna matura che da il meglio di sé prima di cedere all’avanzare del tempo, prima che l’autunno della sua vita la catturi regalandole altri colori, altre bellezze.
Settembre è la pienezza, è la maturità, è la consapevolezza di ciò che è stato e di quello che verrà. Settembre è il tempo dell’ultimo raccolto, almeno dalla nostre parti.
Vigne ubertose, grappoli d’uva ronzanti di vespe ubriache, pronti per la vendemmia, meli carichi di frutti rossi e maturi, noci che precipitano al suolo ad ogni colpo di vento, nocciole minuscole e dorate e mandorle, quelle dolci e quelle amare dal sapore di arsenico.
Era il tempo in cui, mio padre, tornava a casa dai suoi giri di lavoro nelle campagne circostanti o dalla caccia, con il tascapane pieno di meraviglie, noci, mandorle, nocchie e uva spina.
Lo rivedo tornare, preceduto dalla danza sfrenata dei suoi cani ancora eccitati dall’odore di selvaggina, stanco, odoroso di muschio e tabacco, con il cappello da guardia a sghimbescio ed il suo sorriso storto: “Ndonioluce!”
Settembre era il mese in cui la caccia veniva riaperta. Mio padre era un cacciatore appassionato. Ricordo decine di cani, perlopiù segugi, che si sono succeduti nella mia casa, nel corso della mia infanzia. Ricordo i loro nomi, le femmine si chiamavano quasi tutte Laika, i maschi andavano da Bill a Dingo. Solo,una volta abbiamo avuto due spinoni, arruffati e dal colore incerto, che mia sorella Patrizia chiamò Punto e Virgola.
Con loro ho giocato, per loro ho pianto, a loro ho dato di nascosto quasi tutto il mio cibo di bambina schizzinosa e inappetente. Rivedo mio padre, vestito da cacciatore e con il fucile in spalla, tornare stanco ed a carniere vuoto. Ricordo il sarcasmo di mia madre che lo prendeva in giro.
L’ultimo cane, Bill ce lo rubarono. Era un segugio eccezionale! Mio padre non volle venderlo, malgrado glielo avessero chiesto a più riprese aumentando di volta in volta l’offerta. Dopo pochi giorni sparì, semplicemente non tornò più a casa dalla battuta di caccia. Mio padre lo cercò per giorni, noi bimbi morti di tristezza, abbiamo aspettato il suo ritorno per mesi. Non tornò mai più. Pochi giorni prima che Bill sparisse nel nulla, mio padre tornò felice dalla caccia, con tre lepri nel suo carniere. Lui non aveva sparato neanche un colpo, le lepri le aveva prese tutte e tre Bill, il nostro cane mai dimenticato.
Fu per questo che ci fu rubato, credo.
Ma avreste dovuto vederli quei cacciatori di allora! Fernando Panei, Antonio Amanzi, Ciceru, Ottaviu.
Avreste dovuto ascoltare i loro racconti, i racconti dello loro gesta di cacciatori.
Seduti intorno al tavolo, davanti ad un fiasco di vino, ognuno di loro cercava di raccontarla più grossa dell’altro.
Racconti di poste fatte alla lepre, di inseguimenti, di schioppettate dalla cima di un colle all’altro. Chissà perché nei loro racconti, le schioppettate non suonavano mai come “Pam..pam…! Ma sempre Pin… pin… mimando contemporaneamente il gesto dello sparare a qualcosa chiudendo un occhio! Vanterie di cacciatori che tornavano quasi sempre senza preda. Ricordo lo scuotere della testa di mia madre, intenta a fare i suoi lavori, che con un sorrisetto ironico, diceva senza parlare, che cosa pensasse di tali vanterie. E noi piccoli ad ascoltare a bocca aperta, sperando che nostro padre, avesse compiuto l’impresa più ardita della storia della caccia.
Quanti racconti ho ascoltato mentre loro mangiavano l’ultima lepre ammazzata e cucinata da mia madre in salmì! Quante “balle” esagerate!
Ho un ricordo vivido di mio padre intento a fabbricarsi le cartucce da solo. Dosava con cura la polvere da sparo ed i pallini di piombo di varie dimensioni a seconda del tipo di animale da cacciare. Aveva un bilancino di precisione e pesava tutto alla perfezione. Ricordo l’odore acre della polvere da sparo e la consistenza scivolosa dei pallini di piombo che io cercavo di trattenere nel pugno e che fuggivano, invece, da tutte le parti.
Già allora, la caccia non era più una necessità per la sopravvivenza della famiglia, ma agli uomini veniva riconosciuta la possibilità di praticarla quasi fosse un diritto inalienabile. Mia madre metteva in discussione molte attività velleitarie di mio padre ma mai una volta l’ho sentita recriminare circa questa attività.
Ricordo una filastrocca che mio padre ha insegnato a noi figli e a tutti i suoi nipoti, l’aveva composta la madre di Domenica de “Fiore” e diceva così:

Tenghe nu figliu cacciatore
Che va a caccia a tutte l’ore
Scarpi sfonna e panni straccia
Revè sempre senza caccia
Che la caccia che ci piglia?
Se freca issu e la famiglia!

Poi continuava, ma io ricordo solo questo incipit, purtroppo!
Mio padre smise di fare il cacciatore quando si accorse che ormai c’erano più i cacciatori che prede e che i nuovi arrivati sparavano a qualsiasi cosa si muovesse, non importava cosa fosse.
Settembre, odore di legna bruciata nei camini, rumore allegro di frasche scoppiettanti e sprigionanti scintille nelle sere luminose e fresche.
Settembre, mattinate avvolte in un candido manto fluttuante di nebbia impalpabile.
Le cime dei mandorli ne escono come leggiadre figure femminili avvolte da candidi teli di garza sottile. Al di sopra, il cielo azzurro risplende di luce dorata e l’erba novella gronda rugiada come dopo una pioggia.
Che meraviglia camminarci attraverso! Fermarsi ed appoggiarsi al tronco rugoso e contorto di un vecchio mandorlo. Può assalirti uno struggimento profondo in tali momenti.
Provate a toccare il tronco di un mandorlo, passate la vostra mano aperta sulle asperità della corteccia, sentitene la consistenza, odoratene l’umore resinoso, assorbitene il calore. Appoggiate al tronco ruvido la vostra guancia e chiudete gli occhi per un momento. Sentirete le vostre paure, le vostre ansie sparire, dissolversi attraverso il tronco e le radici.
La comunione con la natura è ciò che abbiamo perso ed è ciò a cui aneliamo tornare.
Mi tornano in mente quelle luminose giornate settembrine del passato con in mano “cottorelle” di latta con manici improvvisati con fili di ferro arrugginiti, alla ricerca di mandorle e noci rimaste a terra dopo che erano state “vattute”.
Allora, quando le stagioni esistevano ancora , le mandorle erano una risorsa per gli abitanti di Santa Anatolia. Gli alberi venivano curati e ripiantati all’occorrenza, poi, a settembre, “se vattevanu”, si raccoglievano e la sera nelle case si “rescrucchievanu”.
La maggior parte dei mandorli appartenevano ai Placidi o ai Panei, per cui, si andava spesso presso le loro abitazioni a fare opera di “rescrucchiamento” (si toglieva la buccia esterna ormai secca rimasta attaccata al frutto) Poi si lasciavano asciugare al sole e, successivamente, il raccolto veniva venduto a Sulmona per la fabbricazione dei confetti.
Ma una considerevole quantità di mandorle rimaneva non raccolta sotto gli alberi battuti, Era per questo, che, armate di cottorelle, battevamo il circondario alla ricerca delle mandorle dimenticate.
Ne facevamo sempre una bella raccolta e tornavamo a casa con le cottorelle stracolme!
Stessa cosa succedeva con le noci.
Tutto ciò che raccoglievamo sarebbe servito poi per preparare i numerosi dolci a base di mandorle che sono tipici del nostro circondario.
Santa Anatolia, le mandorle ed il serpentone inseparabili!
L’aspetto classico dei dolci santanatoliesi è sempre stata fortemente rappresentato dalla forma acciambellata di un serpente. Dalla “pizzella colle nuci” alla “pizza sfogliata”, dalle “ciammelle summe” al “serpentone”.
Le serpi, i serpenti, fanno parte di numerose storie che ho sentito raccontare dai vecchi intorno al camino d’inverno e all’ombra delle case d’estate!
C’è, nell’immaginario collettivo dei santanatoliesi, la convinzione dell’esistenza di un mitico serpente dalle dimensioni enormi, che si sposterebbe, a seconda delle stagioni, dalla montagna della Duchessa alla montagna di Torano.
Quante volte ho sentito mio padre raccontare di gente che lo aveva visto!
Sembra che una volta, durante i lavori di consolidamento della strada che va da Colle Pizzuto a Cartore, vicino alla “Rotte de Santa Natolia”, un camion carico di sassi, non abbia fatto in tempo a fermarsi e sia passato sopra questo serpente che, non solo non morì, ma sbilanciò talmente il camion, che quest’ultimo, rischiò di capovolgersi!
Mia madre, invece, raccontava di quella volta che suo padre, Ventura, pascolando le pecore all’imbrunire, le vide improvvisamente correre impazzite come se fossero state spaventate da qualcosa di tremendo e, contemporaneamente, da una “macerina” di sassi poco distante, vide rotolare numerose, grosse, pietre. Mio nonno corse verso la macerina ma, quando arrivò, non c’era più traccia del serpente, solo le pietre smosse testimoniavano il passaggio di un qualcosa di grosso e strisciante.
Altre storie narrano di tracce sinuose lasciate nei campi di grano e di giganteschi “cori” di serpente trovati nella campagna.
Chissà se è veramente esistito e se esiste ancora! Comunque, se esiste, è un serpente “migrante”. D’estate lo potete trovare sulla Duchessa d’inverno sul Monte di Torano!
Quante volte l’ho immaginato solitario, possente, le spire luccicanti e smeraldine, attraversare i campi giù a Colanesce, passare davanti al Cimitero, attraversare la strada e sparire verso i campi di Torano!
Ma tornando alla forma a serpente del tipico dolce santanatoliese, il serpentone, la sua forma classica potrebbe essere legata alla storia della nostra Santa: Santa Anatolia.
Santa Anatolia fu rinchiusa, a causa della sua conversione al Cristianesimo, in una stanza insieme ad un serpente velenoso, il quale, durante la notte, avrebbe dovuto ucciderla
La Santa, invece, addomesticò il serpente che la mattina dopo cercò di mordere proprio colui che l’aveva condannata a simile fine.
Si narra di come Santa Anatolia, alzando una mano bloccasse il serpente salvando il suo carnefice e, di come, quest’ultimo, un marso di nome Audace, si convertisse al Cristianesimo subendo, per questo motivo, il martirio insieme alla nostra Santa.

Se ricevete un serpentone in regalo da un abitante di Santa Anatolia, sappiate che la persona che ve lo dona vi sta facendo un grande onore. Ricevetelo perciò con la giusta considerazione se non volete destare lo sdegno o la riprovazione di chi ve lo regala!
In passato si regalavano serpentoni solo nelle occasioni più importanti e solo alle persone a cui tenevi veramente oppure dalle quali volevi ottenere favori.

Il serpentone era il dolce per antonomasia dei matrimoni. Ricoperto di “ghiaccio” glassa bianca con profusione di confettini argentati, faceva bella mostra di sé a tutti i matrimoni.
Per gli occhi due chicchi di caffè e la lingua biforcuta fatta con carta rigorosamente rossa.
Ora sto per darvi la ricetta, so già che i puristi che leggeranno, se leggeranno, storceranno la bocca per alcune pratiche non proprio ortodosse da me usate, ma questa è la mia versione e vi assicuro che mi è venuto, ciccione sì, ma buonissimo!
Ecco qui la ricetta:

500 grammi di mandorle dolci
100 grammi di mandorle amare
4 albumi d’uovo
350 grammi di zucchero
Buccia grattugiata di un limone

Fate bollire una pentola di acqua. A fuoco spento buttate dentro l’acqua sia le mandorle dolci che le mandorle amare. Con una schiumarola tiratele man mano fuori dall’acqua e togliete la pellicina che le ricopre.
Fatele asciugare per bene.
Frullatele (Oppure passatele nell’apposita macchinetta che le trita o per i puristi schiacciatele con una bottiglia )
Mettete le mandorle tritate in un contenitore capace, unite i 4 albumi d’uovo, lo zucchero e la buccia grattugiata del limone(l’impasto deve risultare abbastanza solido)
Lasciate riposare una notte.
Prendete poi una teglia larga, ricopritela con della carta forno leggermente unta, e formate
con l’impasto un serpente acciambellato .
Sagomate la testa e fate due fossette al posto degli occhi.
Mettete in forno, non troppo caldo, finchè non sarà dorato ( non fatelo cuocere troppo)
Toglietelo dal forno, lasciatelo raffreddare e a piacere ricoprite con glassa di zucchero e confettini colorati o argentati (anche senza glassa va bene!)
Nelle fossette degli occhi mettete due chicchi di caffè, formate una lingua biforcuta con un pezzettino di carta rossa e mettetela dove si suppone il serpente abbia la bocca.

Per l’eventuale glassa (ghiaccio a Santa Anatolia)
2 albumi – mezzo etto di zucchero – qualche goccia di succo di limone – un pizzico di sale
Sbattere tutto con il frullatore (oppure con due forchette come in passato) finché gli albumi e lo zucchero non diventano bianchi come la neve e ben corposi.
Stendere poi sulla superficie del serpentone e decorare a piacere, lasciare asciugare bene prima di toccare o mangiare.

Agosto, le mazzocche ed il negligé

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Che caldo che fa!
A memoria d’uomo non si ricorda un’estate così calda! Tutto sembra assopito, stanco! La natura boccheggia sotto un cielo azzurro cobalto. Sdraiata sotto al tiglio, seguendo i giochi di luce che le foglie, muovendosi stanche, hanno ingaggiato con i dardi infuocati del sole, sonnecchio nel silenzio profondo del primo pomeriggio. Tutto tace! Anche i pensieri arrivano stanchi, si perdono ancora prima di venire alla luce. Tutto sembra liquefarsi in quest’aria bollente che sfiora o oltrepassa i quaranta gradi.
Formiche, lunghe file di formiche trasportano carichi più grandi di loro, salgono, scendono, incessantemente vanno, dove? Chissà! Poi, improvvisamente, dapprima lontano come un eco, poi sempre più vicino, il rumore cupo di un motore di un aereo rompre il silenzio perfetto. Un canadair va ad approvvigionarsi di acqua nel lago del Salto. Maledizione! Da qualche parte il solito idiota incendiario ha dato fuoco ad un bosco che si rigenererà, se lo farà, solo fra decine di anni! Impreco silenziosamente, stremata dal caldo e dalla stupidità del genere che chiamiamo umano. Per me che faccio fatica ad estirpare anche le erbacce, distruggere ciò che la natura ci ha donato del tutto gratuitamente, è qualcosa che travalica il mio grado di comprensione. Ma tanto sono molte le cose che non capisco ultimamente! Non mi resta che cercare di ignorare il fatto che da qualche parte un bellissimo bosco stia bruciando, non mi resta che sperare che presto il fuoco verrà spento.

Chiudo gli occhi ed immancabilmente altre immagini sostituiscono quelle tremende delle fiamme. Immagini che mi riportano indietro verso quel tempo in cui tutto era più semplice più a dimensione umana. Agosto! Anche allora, naturalmente, questo mese era il più caldo, si era al culmine dell’estate e la terra arida per mancanza di pioggia, mostrava spaccature lunghe e profonde. Era il tempo in cui, all’ombra delle case, tra un caseggiato e l’altro, tutti noi, ma soprattutto le donne, portandosi dietro una seggiola da casa, ci sedevamo a ricamare, sferruzzare o semplicemente a spettegolare. Quante cose della vita ho appreso durante quei pomeriggi all’ombra di una casa! Mentre i bimbi giocavano a “riccia,” le donne raccontavano, litigavano e si riappacificavano, senza soluzione di continuità. C’era quella vestita di nero, con gonne lunghe e pesanti e con un fazzoletto in testa con le cocche ripiegate, che mentre sferruzzava calzini marroni con i quattro ferri appuntiti, chiedeva a me, nera di sole come un’africana e con uno striminzito vestitino bianco, (avrò avuto sei anni) di chinarmi a raccogliere una foglia per poi sbeffeggiarmi e dire che nel chinarmi mostravo il didietro! C’era quell’altra, grassa, avanti con l’età e con due magnifici baffi bianchi, che come nella canzone di De Andre,’ dava consigli perchè non poteva dare più il cattivo esempio! C’era poi chi vantava il suo passato di bella del paese e di quanti l’avessero corteggiata: “ Mi bastava un fischio e li avevo tutti ai miei piedi!” Io, piccola, mi chiedevo come mai a me sembrasse una strega! C’erano le ragazze in età da marito che ricamavano bianchi lenzuoli a punto pieno, punto erba e chissà quali altri punti, sognando vite diverse. Tutte li eravamo, a ridere a litigare a fare pace, tutte tranne mia madre. Mia madre era in casa a leggere e ad ascoltare “Aria di casa mia” alla radio. Assaporava i suoi momenti di libertà con voluttà, come un dolce pieno di crema disperatamente desiderato! Ricordo enormi bruchi, verdi fosforescenti con puntini rossi, abbarbicati sul muro della casa di Pasqualino e del terrore che suscitavano in me e in mia sorella. Non li ho più visti da quando hanno tagliato il noce nell’orto del mio vicino, li ho cercati su internet per essere sicura di non averli sognati e credo si tratti di bruchi Saturnia Pyri, almeno si somigliano.
Lunghe, pigre giornate d’agosto! Ferragosti passati a Colle Pizzuto e mio padre che inventava una storia su un piccolo cinghiale da lui catturato. Racconto lungo, avvincente, pieno di particolari veritieri. L’ansia di noi figli di vedere il piccolo cinghiale nascosto nel cofano della macchina e la delusione nello scoprire che nostro padre ci aveva raccontato solo una storia! Gran burlone mio padre! Poi, verso la fine di agosto, dopo i grandi falò notturni vicino ai campi di granturco, dove enormi quantità di pannocchie rubate venivano arrostite e mangiate con gusto, le “mazzocche” venivano raccolte dai campi riarsi dal sole e portate tutte “ammonte all’ara de Placidi”. L’ara de Placidi! Avreste dovuto vederla allora! La lunga costruzione rosa della rimessa dove le granaglie venivano ammassate dietro la porta di legno grigia. Il largo spiazzo lastricato di bianchi ciottoli, tra i quali spuntavano germogli di grano o granturco, a seconda del periodo e di che cosa era stato là lavorato in precedenza. I due gelsi, uno bianco ed uno nero, sotto i quali orde di bambini si sono radunati negli anni per mangiarne i frutti succosi. Il prato verde che la circondava, con i mandorli che, a seconda della stagione, erano candidi di fiori, carichi di verdi mandorle o pronti per essere battuti per la raccolta. In inverno, ormai spogli, ancora regalavano mandorle nascoste nell’erba bagnata dalla pioggia o imbiancata dalla brina. Inaspettati ritrovamenti che noi bambini celebravamo come scoperte di tesori preziosi. Spesso il nocciolo interno era in via di germogliamento ma noi lo mangiavamo come fosse una leccornia. Quasi ho timore a scrivere di quelle serate. Ho timore di non potervi regalare la giusta atmosfera, di non potervi trasmettere le giuste sensazioni e la spensieratezza di quelle sere passate a “sfroscià le mazzocche”. Tutto il paese partecipava, vecchi, giovani e bambini! Sul dorso di asini, muli o su rimorchi di trattori, le pannocchie tolte dai campi, venivano portate tutte sull’aia. Questo accadeva perchè le terre erano tutte o quasi della famiglia Placidi ed una parte del raccolto apparteneva a loro. Si facevano, dunque, grandi mucchi di “mazzocche” e la sera tutti partecipavano allo spannocchiamento. Alla luce della luna, si cantava, si rideva e si intrecciavano storie che spesso sfociavano nel matrimonio. Era una gran festa! Soprattutto quando dal mucchio delle pannocchie, qualcuno ne beccava una con i chicchi rossi, allora se era una ragazza, doveva baciare un ragazzo e se era un ragazzo una ragazza! Trepidazione ed attesa di tutta l’aia! Il bacio rivelava simpatie magari nascoste fino a quel momento e costituiva una dichiarazione d’amore. Non è detto, però, che il bacio, venisse accolto sempre con favore! Mia madre , durante questo periodo, ci spediva sempre a selezionare le foglie piu bianche e morbide delle pannocchie, perchè era uso, ancora in quel periodo, mettere sotto il materasso di lana, il pagliericcio di stoffa grezza rigata, riempito di foglie di granturco.Aveva, questo pagliericcio, quattro aperture nella parte superiore, dove si infilavano le mani per muovere le foglie,in modo da renderlo soffice e dare al letto una morbidezza che magari mancava al materasso di lana di pecora infeltrito dal tempo. Ricordo i tuffi tra i cartocci delle foglie, che divertimento! Poi, finito “de sfroscià”, arrivava il mitico Milio (Emilio Pozzi) con un trabiccolo scoppiettante, puzzolente di nafta e nel più assordante rumore di mitragliatrice arrugginita che storia ricordi, sgranava le pannocchie espellendo dal di dietro del trabiccolo trucioli bollenti come bossoli di proiettili. Noi bimbi pronti con le “cottorelle” li raccoglievamo ancora caldi e recuperavamo i chicchi rimasti attaccati agli “sturzi”. Dopo aver racimolato qualche chilo di chicchi li barattavamo alla bottega di Domenica con dociumi vari o con il fruttarolo “Gioventù”, che, a bordo della sua Apetta aveva la più bella frutta che io abbia mai visto: pesche gialle enormi, enormi grappoli d’uva, pere, fichi, tutto enorme (mi sorge il dubbio che se la vedessi adesso quella frutta forse non mi sembrerebbe così enorme!) Durante il giorno Il granturco sgranato veniva “spasu” su grandi teloni ad asciugare e la sera si “ammucchiava” e si copriva con il telone stesso, fermandolo con dei sassi. Si vedevano così tanti piccoli monticelli che pian piano durante i giorni seguenti, sparivano, fino a restituirci l’aia vuota e pulita. Era iniziata la fine dell’estate! Tutto questo sparì da un anno all’altro. Agli inizi degli anni ’70 queste belle serate svanirono nel nulla, L’anno prima c’erano l’anno dopo non c’erano più, Non ho mai capito come mai. L’unica cosa che so è che esse sono uno dei miei ricordi più cari e che io ancora le rimpiango. Ma ad agosto si raccoglievano anche le lenticchie. Le lenticchie si seminavano nelle zone più assolate e aride, dove altre colture non avrebbero avuto modo di crescere. Così si ottimizzavano le aree produttive a ciascun terreno il proprio seme. Non si forzava la natura, ma si assecondava. Le lenticchie si “roncavano” alla fine di agosto. Si doveva andare la mattina molto presto, in maniera che la rugiada bagnando il baccello non lo facese sbriciolare spargendo le lenticchie sul terreno dal quale sarebbe stato difficile recuperarle. Racconta Lena, che un giorno “Mariannona”, una vecchia avida e tirchia, la costrinse ad andare a roncare le lenticchie “ammonte alle Sode” con la promessa che le avrebbe regalato un negligé di seta proveniente dall’America, dove Mariannona aveva il marito emigrato. Lena, che era una ragazzina coccolata dal padre che la trattava come una principessina, aveva adocchiato il negligè già da tempo. Era bello, color avorio cangiante e pieno di pizzi e nastri, proprio come quello che aveva visto in un film con una diva di Hollywood. Così andò a roncare le lenticchie con Mariannona. Si alzarono molto presto e raggiunsero le Sode. Dopo aver finito di roncare, Mariannona si inginocchiò e, come era d’uso, recitò una preghiera di ringraziamento per il raccolto abbondante. La preghiera finiva così opera fenita che Dio la benedica, chi ci steva vanne ci sta pure statr’anne. Allora Lena, che fino a quel momento aveva abbozzato in virtù del negligé, saltò su e disse· “ sopra a mi non ci contà che io sono una signora!” Inutile dire che Lena non ebbe mai il negligè di seta Durante questo periodo, ma immagino anche dopo, era usanza a Santa Anatolia preparare una minestra a base di lenticchie che, avendola io provata, devo dire sia semplicemente deliziosa! Le quantità non sono importanti, poiché essendo una minestra molto ricca quello che ci metti ci ritrovi. Dunque gli ingredienti sono : guanciale, cipolla, aglio, patate, bieta e lenticchie e pomodoro. Si fa un battuto (quanti ricordi di mia madre che batteva il lardo sul tagliere di legno con un grosso coltello dalla lama larga che noi chiamavamo “cortella”) con guanciale, aglio e cipolla. Si prende poi una pentola capace e si mette tutto insieme: battuto, bietole tagliate a pezzetti, patate tagliate a pezzetti, lenticchie e pomodoro spellato e tagliato a piccoli pezzi. Si ricopre il tutto con abbondante acqua, si sala e si lascia cuocere finchè il tutto non diventa denso. Quando la minestra è ormai cotta, si abbrustolisce una bella fetta di pane per ciascun commensale, si unge con olio e sale e, per chi lo vuole, con aglio e si posiziona sul fondo di un piatto fondo. Si versa poi la minestra calda in ciascun piatto e si finisce con un filo d’olio extravergine d’oliva. Io ho aggiunto anche del peperoncino e fettine di zenzero, ma solo per vedere che effetto facesse! Vi giuro, io non amo le minestre, ma questa è già la quarta volta che la faccio! Devo dire che è consolatoria! Buon pro vi faccia!
Che caldo che fa!

La luna, il tiglio e la pizza di Lena

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Il tiglio mormora, il tiglio sussurra, suggerisce, racconta, muove leggero le foglie e lascia intravedere la luna piena alta nel cielo. Il tiglio mormora, sussurra, racconta, porta voci lontane, perdute, bisbigli appena percettibili, brezze che sfiorano il viso, sospiri, echi di risate e pianti, nenie cantate a bimbi insonni, bastocchie raccontate a bimbi attenti. Sussurra il tiglio, porta la voce di mia madre, la sua voce da affabulatrice “ c’era una luna chiara!” C’era quasi sempre una luna chiara nei racconti di mia madre, sia che parlasse di briganti o che raccontasse di vicine di casa che scambiavano la luce della luna per la luce dell’alba e si mettevano in cammino a notte fonda. Ugenia, credo si chiamasse. Si vestì e si mise in cammino verso Magliano, convinta che fosse quasi mattino. Prese per Macchialonga, la luna rischiarava il suo cammino nella salita impervia e lei camminava spedita, recitando il rosario per scacciare la paura, ma arrivata a Rosciolo, presa da dubbi, bussò alla prima casa che le capitò davanti e scoprì che erano solo le undici di sera.
C’era la luna nei racconti di mio padre, nelle sue ascese e discese dalla montagna della Duchessa. Aveva 11 anni, quella volta che salì con l’asino per fare la legna, non aspettò suo cugino Federico, pensando che fosse andato via senza di lui. Prese l’asino e salì sulla montagna. Mentre riscendeva, “dentre Fiuj”, incontrò suo cugino che invece saliva, il quale, essendo leggermente balbuziente, gli disse: “Cuggì, che che che che te ne si itu a jacè?” (jacè, giacere, si usava per dire “hai dormito all’addiaccio”) anche mio padre aveva scambiato la luce della luna piena per la luce del mattino!
C’era la luna nelle notti di mio padre, quando salendo ancora sulla Duchessa, i galli cedroni, ora scomparsi, facevano echeggiare i loro acuti versi tra le pareti scoscese della Val di Fua e della Val di Teve. Era tutto un eco di gutturali chicchirichì che si rincorrevano e si moltiplicavano sotto la luce chiara della luna, cozzando sulle rocce e tornando indietro ingigantiti, facendo rabbrividire chi si avventurava in quei paraggi.
Quelle notti di luna piena, con i campi di grano appena mietuto, le lunghe file delle manoppiare, le ombre nere, il canto dei grilli e le lucciole, quante lucciole a fare a gara con la luce della luna! E noi, bimbi crudeli, che le prendevamo e le strusciavamo sui vestiti per un breve, fugace, lampo fosforescente, condannandole a morte per un gioco che non sapevamo orribile.
E l’Ara de’ Placidi, con i mucchi di grano pronti per essere trebbiati. Nitide, enormi case di covoni, i manoppi, di grano e la trebbia (Trebbiatrice) silenziosa ancora, grande, enorme, minacciosa. Ogni cosa in attesa del mattino, quando un’intensa attività, fatta di asini carichi, di carretti, di uomini coi forconi, avrebbe riempito l’aria con rumori tanto assordanti, per via soprattutto del rumore della trebbia, da farti turare le orecchie.
La via dell’Ara! Quante corse, quanti giochi! Conduceva “abballe all’ara” l’ultima vera aia dove la vita lavorativa dei contadini santanatoliesi culminava con la trebbiatura o con la spannocchiamento del granturco. Bella, bianca di ciottoli lucidati dal grande uso, splendente sotto la luce della luna! Quanti amori, quanti matrimoni, quanti figli di Santanatoliesi devono la vita “all’Ara de Pracidi”!
Come tutto è nitido nella memoria! La rossa trebbia con il rumore incessante e assordante,
la moltitudine delle persone indaffarate a caricare i covoni nella trebbia , la pula che usciva riempiendo il cielo di un pulviscolo denso e secco, depositandosi poi in mucchi dorati nei quali noi bambini ci tuffavamo felici, le mamme e gli adulti in genere, che dicevano “Attenti agli alestri che te se ficcanu dentre agli occhi!” Ricordi portati dalla brezza che le foglie raccolgono: il pianto di una bimba, la sorella di mio padre, piccola, ancora non compiva l’anno, curiosa del fischio acuto della sirena della trebbia e che portata da mio nonno sull’aia morì per lo spavento provocato proprio da quel suono acuto e prolungato. Tragedie accolte come fatalità, pianti silenziosi ed accorati, rassegnazione.
Io e mia sorella Patrizia che scendiamo mano nella mano lungo la strada, vicino al’Ara, mia sorella, treenne, che piange disperata e che di botto si ferma sgranando gli occhi e dice guardando il prato pieno di crochi lilla “ Fé, guarda quanti giglitti!” e poi riprende a piangere apparentemente inconsolabile, con grandi singhiozzi!
I ragli degli asini, l’imprecare degli uomini, le donne con i canestri in testa che portano il pranzo ai lavoratori, mia nonna Cleonice, che forno dopo forno, incessantemente sforna pagnotte di pane per i mietitori della famiglia Placidi, che erano tanti e ricevevano insieme al salario pattuito anche una pagnotta di pane al giorno. Povera nonna quanto sudore! Tutto nitido, tutto finito, perduto. Ma il tiglio parla, racconta a chi sa ascoltare, muove leggero le foglie e sussurra, lieve, devi tendere l’orecchio in questa notte di luna piena, piena anche di ricordi di lupi mannari, streghe che andavano nelle stalle e intrecciavano le code ei cavalli lasciandoli sudati e stremati, frati maledetti, gatti mammoni, e vecchiarelle che si facevano togliere la pelle per ringiovanire “te fa male vecchierella?” “ Si pe parì bella!” come sembrava terribile in quelle sere estive piene di suggestioni che facevano rabbrividire. Ti guardavi le spalle, sgranavi gli occhi in attesa di veder comparire il frate barbone, la strega scarmigliata e ghignante o l’uomo diventato lupo che ti avrebbe azzannato.
“Vai a dormire, vai a dormire!” dicono le foglie leggere muovendosi al soffio tiepido di questo venticello di fine luglio. “Vai a dormire, vai a dormire!” sembra dire la luna che mi guarda beffarda ed immobile nel cielo, dove le stelle lottano per avere la loro parte di splendore! Si, andrò a dormire, tra un po’, ma prima raccontatemi di quei pomeriggi estivi, lunghi, caldi e infiniti, di quella musica ascoltata da mia madre mentre era intenta a rammendare sul nostro grande tavolo di legno scuro, riportatemi la sua voce che cantava insieme alla radio, raccontatemi di me bambina e di come ero felice guardandola e di come spezzando il filo con i denti e lasciando il lavoro sul tavolo, si alzasse per preparami quelle merende a base di pane, olio e pomodoro, così succulente, così squisite, raccontatemi di quella vita che mi appariva serena, appagante e luminosa e poi ditemi che non tutto è perduto!
Una finestra si apre cigolando, sobbalzo! Una lama di luce taglia il buio dietro di me, una figura bianca dice con voce umana, nitida “che fai non vai a dormire?” è Lena, la mia vicina
Ora vado, ma prima vi dico la ricetta semplice semplice della pizza bianca di Lena, tipica della sua famiglia i Tupone, che facevano sempre quando facevano anche il pane.

Ingredienti:
Mezzo chilo di farina
1 oppure 2 patate
Acqua
Sale q.b.
3 cucchiai di strutto
Rosmarino
Lievito 25 gr se di birra, 200 gr se lievito madre (in quest’ultimo caso i tempi saranno più lunghi)

Far bollire le patate e schiacciarle con lo schiacciapatate
Fare la fontana con la farina, mettere nella fontana le patate schiacciate, il sale, il lievito ed impastare con acqua tiepida fino a formare un panetto non troppo sodo.
Lasciare lievitare per il tempo che occore
Prendere la pasta lievitata stenderla sulla spianatoia ed incorporare lentamente i tre cucchiai di strutto.
Lasciare lievitare di nuovo per il tempo necessario.
Stendere la pasta lievitata sulla teglia, non deve essere sottile, bucherellare la superficie con le dita, versare un filo d’olio sulla pizza e cospargere di rosmarino.
Infornare il tempo necessario a fuoco piuttosto alto.
Verrà una pizza leggera, sfogliata, saporita
Mangiare la pizza di Lena, ancora tiepida con accompagnamento di salumi vari