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	<title>Ricette sul filo di lana</title>
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	<description>Ricette, lavori a maglia e favole</description>
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		<title>I riti di febbraio</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Feb 2012 15:38:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Felicita Luce</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Agli du la candelora Agli tre Santu Biasola Agli quattre la magnarella Agli cinque Sant’Agata bella! Ed ecco febbraio con i suoi riti. Il 2 la Candelora, ci si alzava presto, fuori era ancora buio, i vetri delle finestre delle camere da letto, dove i fiati caldi dei dormienti si condensavano, erano ricamati da trine [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ricettesulfilodilana.wordpress.com&amp;blog=28819190&amp;post=159&amp;subd=ricettesulfilodilana&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://ricettesulfilodilana.files.wordpress.com/2012/02/pizza-sfogliata-e-ghiaccioli-011.jpg"><img src="http://ricettesulfilodilana.files.wordpress.com/2012/02/pizza-sfogliata-e-ghiaccioli-011.jpg?w=183&#038;h=125" alt="" title="pizza sfogliata e ghiaccioli" width="183" height="125" class="alignleft size-thumbnail wp-image-160" /></a><a href="http://ricettesulfilodilana.files.wordpress.com/2012/02/pizza-sfogliata-e-ghiaccioli-013.jpg"><img src="http://ricettesulfilodilana.files.wordpress.com/2012/02/pizza-sfogliata-e-ghiaccioli-013.jpg?w=183&#038;h=125" alt="" title="pizza sfogliata e ghiaccioli" width="183" height="125" class="alignleft size-thumbnail wp-image-161" /></a><a href="http://ricettesulfilodilana.files.wordpress.com/2012/02/pizza-sfogliata-e-ghiaccioli-015.jpg"><img src="http://ricettesulfilodilana.files.wordpress.com/2012/02/pizza-sfogliata-e-ghiaccioli-015.jpg?w=183&#038;h=125" alt="" title="pizza sfogliata e ghiaccioli " width="183" height="125" class="alignleft size-thumbnail wp-image-162" /></a>“Agli du la candelora<br />
Agli tre Santu Biasola<br />
Agli quattre la magnarella<br />
Agli cinque Sant’Agata bella!</p>
<p>Ed ecco  febbraio con i suoi riti.<br />
Il 2 la Candelora, ci si alzava presto, fuori era ancora buio, i vetri delle finestre delle camere da letto, dove i fiati caldi dei dormienti si condensavano, erano ricamati da trine di ghiaccio geometricamente perfette e complicate.<br />
All&#8217;aperto, l’aria gelida, trasformava i respiri in nuvole leggere, ma noi tutti, grandi e piccoli, andavamo in chiesa a prendere le candeline lunghe e sottili, che poi conservavamo nei cassetti religiosamente, per mesi,  finche non si  spezzettavano a forza di toccarle e, poi, chissà che fine facevano.<br />
Il giorno dopo, il  3, era la ricorrenza di San Biagio e si replicava. Sveglia alle 6, di corsa in chiesa dove ci stringevamo gli uni agli altri ancora assonnati e congelati, le mani infilate nelle tasche dei cappotti e le teste avvolte in strati di lana che scostavamo solo per scoprire la gola che, Don Giovanni, ci ungeva con l’olio Santo, poiché San Biagio, come è noto, è il protettore di tutte le malattie della gola.<br />
Il 4 la “magnarella”. Era un rito, quest’ultimo, che in realtà non ho mai visto fare a casa mia, ma nelle case di qualche mia amichetta. Si prendevano tutti i cereali e tutti i legumi che si avevano in casa e si mettevano a bollire in una pignata di coccio vicino al fuoco, grano, orzo, granturco,ceci, cicerchie, lenticchie, fagioli, tutti insieme, si condivano e si mangiavano durante tutto il giorno. Una cosa simile si fa ancora oggi nella Marsica, la notte del 17 gennaio, Sant’Antonio, si fanno bollire pentoloni di questo miscuglio e le case rimangono aperte tutta la notte per tutti coloro che vogliono approfittare di tale leccornia.<br />
Il 5 era  ed è la ricorrenza di Santa Agata, in questo giorno non si faceva nulla di particolare, la citazione serviva solo per la rima, credo!<br />
Ma febbraio era ancora un mese completamente invernale. Le stagioni, allora, erano per così dire normali. Faceva freddo in inverno e caldo in estate. Le primavere erano bellissime e colorate, gli autunni tristi e malinconici. Queste erano le stagioni.<br />
I contadini potevano fare affidamento su tali certezze: si sarebbe falciato il fieno a maggio, si sarebbe mietuto alla fine di giugno, si sarebbe raccolto il mais ad agosto, le mandorle  e le noci a settembre ottobre e cosi via.<br />
Adesso capita che faccia caldo a gennaio e che il 1° di luglio ci siano 4 gradi centigradi, come è successo.<br />
Tutto è sconvolto. La neve di quest’anno, assolutamente incredibile! Soprattutto dopo anni in cui ci eravamo abituati alla sua quasi assenza.<br />
A memoria d’uomo, solo nel 1956 ci fu una nevicata simile, sempre in febbraio. Nella mia famiglia, sono diventati leggendari, i due bellissimi ciliegi che erano nel nostro orto e che dovettero essere  abbattuti per ricavarne legna da ardere. La neve, comunque, c’era sempre. Era neve consolidata, neve gelata e poi rigelata, neve che si scioglieva solo a marzo, neve sporca, contaminata da sterco di animali, rifiuti, fango. Le strade allora non erano asfaltate, lo sono a malapena adesso, per cui la neve che si scioglieva, creava pantani di acqua sporca e fango che la notte gelavano, creando lamine di ghiaccio spesse che erano il divertimento dei bambini, i quali  con i grossi scarponi, che avevamo tutti in dotazione, ci saltavano sopra finchè non si sfondavano e si sguazzava allegramente nelle pozzanghere.<br />
Dai tetti gocciolava la neve che di giorno si scioglieva e che al mattino, solidificata dalla bassa temperatura della notte, formava ghirlande di ghiaccioli acuminati, che pendevano dalla grondaie come spade pronte a trafiggere lo sventurato che ci capitava sotto.<br />
“ Attente! Non passà sotte alle runziane!” ci dicevano le nostre madri,  ma chi le ascoltava! Saltavamo o ci arrampicavamo per raggiungere uno di quei ghiaccioli che poi succhiavamo con gusto!<br />
Ma febbraio era il mese del carnevale ed in quelle sere, che si andavano allungando sempre più, potevi vedere orde di bambini e ragazzi, mascherati con cenci vecchi e con volti anneriti dal carbone, che brandivano un lungo spiedo di legno. Dietro di loro un codazzo di altri bambini  li seguivano con campanacci rubati nelle stalle. I&#8221;Mascari&#8221;  bussavano di porta in porta al grido di “Ciccia, ciccia!” mostrando lo spiedo.<br />
Le donne che aprivano la porta, ridevano cercando di riconoscere la persona mascherata e, dopo aver esclamato con buonumore  “ u sciccisu! chi si?!” davano ciò che avevano a disposizione: uova, farina, un pezzo di salsiccia, un pezzo di ventresca, che le maschere mettevano nelle bisacce, felici.<br />
Tornati a casa questi “mascari” davano alle loro madri ciò che avevano racimolato e, con quei semplici ingredienti, le brave donne facevano la cosa più buona e lussuriosa che io abbia mai mangiato in vita mia : la pizza sfogliata!<br />
Quella sfoglia sottile, fragrante, croccante, ripiena di salsiccia, ventresca  pepe, zucchero e cannella usciva da sotto il coppo ricoperto di brace, sfrigolando nel suo grasso e sprigionando un profumo che si spandeva per tutta la casa, attraversava la porta e profumava il circondario.<br />
Un capolavoro dorato, arrotolato su sé stesso, gonfio e lussurioso. Un piacere completo che soddisfaceva tutti e cinque i sensi e ti lasciava soddisfatto, sazio e felice!<br />
Si può dire che essa sia l’essenza stessa del Carnevale: grassa, sontuosa, ricca ed assolutamente al di fuori di qualsiasi regola di buon senso, vista la notevole quantità di calorie. Ma d’altronde dopo c’era il pentimento con le Sacre Ceneri e  la Quaresima con il digiuno, che rimetteva tutto a posto!<br />
Gli ingredienti sono quelli che ho citato:<br />
Per la sfoglia<br />
400 gr di farina – 4 uova<br />
Ripieno<br />
Io faccio ad occhio, non peso le quantità, il ripieno non deve essere misero in ogni caso<br />
Salsiccia, pancetta, mozzarella, olio sale, pepe, zucchero e cannella<br />
Procedimento<br />
Si tira una sfoglia sottilissima, si cosparge la sfoglia con un misto di pepe nero, poco zucchero, cannella macinata finissima (meglio pestata nel mortaio) olio e un po’ di sale, poi si distribuisce la salsiccia (meglio se precedentemente fatta cuocere velocemente in una padella per eliminare il grasso in eccesso) pancetta tagliata finissima a pezzetti e mozzarella sbriciolata.<br />
Si arrotola, poi,  la sfoglia su se stessa come un sigaro gigantesco e poi si riarrotola come un serpente dormiente.<br />
Si inforna a 180° finchè non è bella dorata e croccante.<br />
D&#8217;obbliogo un buon vino rosso corposo!<br />
Ad onore del vero devo però dire che questa è una versione moderna.<br />
Quella originale prevedeva salsiccia secca e pancetta stagionata (poiché il maiale si ammazzava due mesi prima circa, a febbraio sia le salsicce che la ventresca erano belle asciutte) non c’era la mozzarella perché all’epoca, dalle nostre parti, era sconosciuta.<br />
C’era invece la cannella che è l’ingrediente anche dei ravioli di ricotta giganti di Santa Anatolia, dei quali parlerò prossimamente.<br />
Questo ingrediente, la cannella,  così particolare e  che io adoro, è presente in molte delle nostre ricette, dà perciò, ragione a chi, chiamandoci “ zingari”,  mette l’accento sulla nostra provenienza che si dice sia orientale.<br />
Adesso chiunque può sbizzarrirsi usando gli ingredienti più diversi, io ne faccio una versione con broccoli romani e salsiccia che è una vera bontà! (senza cannella ovvio!)<br />
Devo dire che la pizza sfogliata la fanno anche a Torano dove la chiamano “Pizza abbotata” a Corvaro ed in altri posti del Cicolano, nessuno di loro usa la cannella.<br />
Ma la vera, unica, insostituibile Pizza Sfogliata (oppure abburritata che dir si voglia) senza voler peccare di campanilismo, è la nostra!<br />
Nel corso degli anni, ogni volta che ho voluto risentire il calore di quei momenti, ho fatto una pizza sfogliata, ma non so perché, il gusto, lontano da casa, sebbene uguale, aveva sempre un fondo come d’amaro!</p>
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		<title>Gennaio</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 21:41:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Felicita Luce</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Poi, passato il mese di gennaio, triste, grigio, freddo e normalmente segnato dal silenzio ovattato delle neve che cadeva e dal crack crack dei passi della gente nella neve gelata, passate le notti gelide e cristalline, passate le giornate corte e quella sensazione di stallo dove il tempo sembrava immobile, gli animi cominciavano a riprendere [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ricettesulfilodilana.wordpress.com&amp;blog=28819190&amp;post=154&amp;subd=ricettesulfilodilana&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Poi,  passato il mese di gennaio, triste, grigio, freddo e normalmente segnato dal silenzio ovattato delle neve che cadeva e dal crack crack dei passi della gente nella neve gelata, passate le notti gelide e cristalline, passate le giornate corte e quella sensazione di stallo dove il tempo sembrava immobile, gli animi cominciavano a riprendere una certa fiducia nel futuro.<br />
Le giornate, verso la fine di gennaio iniziavano ad allungarsi e, con maggiori ore di luce a disposizione, anche le persone sembravano come risvegliarsi da un lungo sonno.<br />
Qua e la, dove il sole insisteva maggiormente, le colline cominciavano a scoprirsi e la tenera erba sottostante era manna per le povere bestie rimaste nelle stalle tutto il tempo. Allora si vedevano pastori con lunghe file di pecore e con i cani impazziti per la gioia del movimento, che andavano verso la Madonna Addolorata o verso altre colline, e, dietro le lunghe file di pecore belanti, che sporcavano la neve al loro passaggio di escrementi e di gialla urina,  i loro padroni, che con un lungo bastone le incitavano a non disperdersi nella neve ancora alta nei campi ai lati della strada.<br />
 I bimbi, approfittavano di ogni momento per scivolare sulla neve rimasta nei prati con sci improvvisati, fatti con pezzi di legno improbabile e, di solito, con qualsiasi cosa scivolasse lungo i pendii. Di tanto in tanto si sentiva qualcuno, di solito i più piccoli che intonavano filastrocche a tema:<br />
 “ piove e fiocca, gennaru occa schiorta, se passi n’anzi casa tella tire na palloccata!!&#8221;  E via a tirarsi palle di neve. Qualcuno ci metteva anche dei sassi all’interno, giusto per rendere la cosa più “divertente”<br />
Erano però le lunghe sere passate vicino al camino che rendevano questo periodo così particolare. Non si aveva paura della neve, anche mezzo metro o un metro non costituiva un problema. Si facevano le “viarelle” tra una casa e l’altra e si continuava a farsi visita tra vicini come sempre. Vicino al camino la sera, si recitava il rosario per prima cosa e, poi, si facevano giochi con la cenere, con la brace o con qualsiasi cosa si avesse a disposizione. Giocavamo con le molle del camino, “co gliu suffjttu”,si facevano tanti giochi, peccato che io non ne ricordi neanche uno! Mi ricordo solo che si facevano delle righe con le molle nella cenere e poi ognuno doveva indovinare qualcosa, ma è tutto quello che riesco a farmi venire in mente.<br />
Ma era in quei momenti che la tradizione del racconto orale veniva espressa nella maniera più peculiare.<br />
 Mentre si ricamava o si sferruzzava, i nonni o i genitori, ma anche i vicini che venivano a farci compagnia, raccontavano con dovizia di particolari storie antiche, tramandate da generazione in generazione. Quasi tutto perduto!  Ne rimangono brandelli nella mia mente che io cerco disperatamente di salvare in questi miei semplici racconti.<br />
Ricordo, per esempio questa storia che noi attribuivamo alla famiglia di mio padre, ma che invece mio padre attribuiva ad altri paesani. Non so quale sia la verità naturalmente, credo anche che i luoghi descritti non siano facilmente individuabili, ma questo è quello che io ricordo di aver sentito raccontare<br />
 &#8220;TA’*I TE&#8217; I FERRI J&#8217;URSU?”<br />
(*tata antico appellativo per papà usato fino al secolo scorso a Santa Anatolia, è curioso notare come anche nei paesi della ex Jugoslavia papà si dica appunto tata)</p>
<p>Mio padre si arrabbiava moltissimo ogni volta che raccontavo a qualcuno questa storia che io attribuisco ad un suo antenato.<br />
Solo poco prima di morire mi ha invece  detto il nome  della  famiglia a cui attribuire il fatto,“quissi de Zuccaretti” . Naturalmente non so se sia vero, poiché è una storia molto antica.<br />
Facendo collegamenti azzardati potrei anche capire chi sono, ma non è così importante ed io, preferisco dire che si trattava di un avo di mio padre.<br />
Mio padre, (come anche mia madre) era un narratore affascinante perché i suoi racconti venivano direttamente da quella abitudine di tramandare storie in maniera esclusivamente orale, per cui il racconto risulta  pieno di immagini suggestive e di  particolari che  lo  rendono  vivo.<br />
Ascoltando mio padre, le immagini scorrevano nella mente di chi ascoltava  come in un film e, forse, ancora meglio. Mio padre aveva anche uno spiccato senso dell’umorismo , cosicché i suoi racconti erano spesso divertenti, anche se l’argomento era tragico, non erano mai storie lacrimevoli o patetiche.<br />
Ma veniamo alla nostra storia…..<br />
Molti anni fa “quissi de Zuccaretti “avevano una  vigna , ammonte agliu Pacu, dalla quale ricavavano un vinello leggero ma molto buono che era il vanto della famiglia.<br />
Un bel giorno, o meglio, una bella notte, la  vigna fu presa di mira da un orso che apprezzando molto quell’uva  speciale  iniziò a frequentarla  assiduamente suscitando la rabbia della famiglia Zuccaretti. </p>
<p>Il capofamiglia stufo della situazione, dopo averle provate tutte per spaventare l’orso, decise di passare alle maniere forti e nottetempo si recò con il suo unico  figlio nella vigna.<br />
Il tragitto per raggiungere la vigna era abbastanza lungo ed in salita , presero così con loro il loro unico cavallo che all’epoca era più prezioso di una Ferrari,  e  padre, figlio e cavallo si avviarono verso la vigna.<br />
Arrivati che furono, lasciarono il cavallo impastoiato,  libero di pascolare e si appostarono  armati di schioppo, dietro un cespuglio.<br />
Era una notte di luna piena, (mia madre avrebbe detto ”c’era una luna chiara calcando sul quel “chiara” e tutto il paesaggio circostante ti sarebbe apparso nel suo chiarore,  rendendo visibili le montagne circostanti, le valli e persino le più piccole pietre. Sotto il  chiarore di quella luna piena, avresti  camminato in silenzio senza inciampare, la luna ti avrebbe illuminato  ed incantato esattamente come incantava me bambina ogni volta che  lei iniziava un racconto con “C’era una<br />
Luna chiara………………..”)<br />
Così il  padre ed il figlio si disposero, sotto il chiarore lunare, ad aspettare che l’orso arrivasse per poterlo accoppare.<br />
Aspetta, aspetta  il tempo  passava e l’orso non arrivava.<br />
Ad un certo punto al padre venne sonno. Chiamò il  figlio e gli disse   “te’.. ecche u fucile, sta attente appena vidi j’ ursu spara!”<br />
E se ne andò in un a grotta vicina chiamata “ la rotte de  Zuccaretti” e si addormentò.<br />
Il figlio si mise  ad aspettare con il  fucile spianato. Ma anche per lui il sonno era in agguato, ogni tanto si appisolava per subito risvegliarsi e puntare il fucile verso qualsiasi cosa si muovesse.<br />
Dopo un po’ vide un’ombra  caracollare  tra le viti e esclamando “ Ecche j’ursu finalmente!”<br />
senza perdere tempo prese la mira…  sparò. E che mira!!!<br />
Vide l’ombra cadere di botto,  Si avvicinò per controllare  ancora col fucile spianato e fumante ed, alla luce della luna, vide  l’animale a zampe all’aria e, sulle  zampe rivolte verso il cielo, dei ferri che brillavano sotto luce lunare.<br />
Si mise a correre ed arrivò dove il padre dormiva. Lo scosse, lo svegliò e gli disse “ eh Tà, i tè i ferri j’ursu?” (eh papà ce l’ha i ferri l’orso?)<br />
L’urlo del padre, che sebbene mezzo addormentato aveva capito la situazione, lo sentirono forse fino a Torano:<br />
“ CHE SCICCISU TI PARETU ME SICCISU U CAVAGLIU!!!!!</p>
<p>E sì aveva sparato al cavallo!!</p>
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		<title>Le allegre comari di Santa Anatolia o la torta raccapezzata</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 20:10:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Felicita Luce</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ricette]]></category>
		<category><![CDATA[abruzzi]]></category>
		<category><![CDATA[abruzzo]]></category>
		<category><![CDATA[cicolano]]></category>
		<category><![CDATA[italian recipe]]></category>
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		<description><![CDATA[Una storia inventata che potrebbe anche essere vera Come si dice &#8220;ogni riferimento a cose e persone realmente esistite è puramente casuale&#8221; Ipotetico dialogo tra alcune comari di Santa Anatolia “Ammonte” “Commare Marì, me so ravanzate poche nuci dalle pizzelle de Natale. Ci vorria fa quacchecosa, ma solo che le nuci che ci facce?” “U [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ricettesulfilodilana.wordpress.com&amp;blog=28819190&amp;post=144&amp;subd=ricettesulfilodilana&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
Una storia inventata che potrebbe anche essere vera<br />
Come si dice &#8220;ogni riferimento a cose e persone realmente esistite è puramente casuale&#8221;</p>
<p><a href="http://ricettesulfilodilana.files.wordpress.com/2012/01/8-gennaio-2011-tramonto-con-torta-001.jpg"><img src="http://ricettesulfilodilana.files.wordpress.com/2012/01/8-gennaio-2011-tramonto-con-torta-001.jpg?w=175&#038;h=125" alt="" title="8 gennaio 2011 tramonto con torta 001" width="175" height="125" class="alignleft size-thumbnail wp-image-147" /></a><a href="http://ricettesulfilodilana.files.wordpress.com/2012/01/8-gennaio-2011-tramonto-con-torta-002.jpg"><img src="http://ricettesulfilodilana.files.wordpress.com/2012/01/8-gennaio-2011-tramonto-con-torta-002.jpg?w=175&#038;h=125" alt="" title="8 gennaio 2011 tramonto con torta 002" width="175" height="125" class="alignleft size-thumbnail wp-image-148" /></a><a href="http://ricettesulfilodilana.files.wordpress.com/2012/01/8-gennaio-2011-tramonto-con-torta-003.jpg"><img src="http://ricettesulfilodilana.files.wordpress.com/2012/01/8-gennaio-2011-tramonto-con-torta-003.jpg?w=175&#038;h=125" alt="" title="8 gennaio 2011 tramonto con torta 003" width="175" height="125" class="alignleft size-thumbnail wp-image-149" /></a><br />
Ipotetico dialogo tra alcune comari di Santa Anatolia “Ammonte”<br />
“Commare Marì, me so ravanzate poche nuci dalle pizzelle de Natale. Ci vorria fa quacchecosa, ma solo che le nuci che ci facce?”<br />
“U commare Li, che ne sacce? A mi me so ravanzate poche fichera secche, mo va a fenì che me se fanu pure cattive, le vo?”<br />
“ e dammele, mo vede se la commare Francesca tè quacche atra cosa, magari le mette tutte nziemi e ci facce na spece de pizza”<br />
La comare Francesca nel frattempo si era avvicinata ed aveva sentito tutto il dialogo tra la comare Maria e la comare Lisa<br />
“commare Francè si capitu?”</p>
<p>“Scine commare Li, a mi m&#8217;è ravanzatu na cria de subibbu, se le vo le po&#8217; nfrasca che s&#8217;atra robba che té, ci mitti na cria de cacau, na cria de rummu e vatte a fa freca, quacchecosa c&#8217;esce!”<br />
“ e datemmelle va” dice la commare Lisa con fare sbrigativo<br />
“ mo&#8217; vaje a casa vede quacche atra cosa che ci pozze mette, po quanne so fattu vi chiame e ne la magneme n&#8217; santa pace, portate na cria de vinu che j no le tenghe, a casa me&#8217; no beve nisciunu!”<br />
“ U scià pe l&#8217;amor de Diu, vo che ne manca le vinu a nu?”<br />
“magari me facce mancà l&#8217;aria ma le vinu no” e la commare Maria la commare Francesca nel dire ciò si piegano in due dalle risate.</p>
<p> “ va, va, commare Li, che ne vedeme chiù tardi!<br />
Dovete sapere che in molte famiglie di Santa Anatolia la “bocaletta” del vino era sempre a disposizione di tutti, a qualsiasi ora del giorno o della notte, normalmente era collocata sulla mensola del camino, e, non erano solo gli uomini a bere, bevevano anche le donne.<br />
“ voleva chiamà pure la commare Sunta, la chiame?” disse Lisa con fare esitante<br />
“Uddiu, lassala perde quela sciuerca che ne ruvina la jornata!” disse la commare Maria e proseguì scimmiottando la commare Assunta detta Sunta, con una vocina lagnosa<br />
“ Queste me ma male agliu fegatu, quest’atru me fa male alla coccia………..u mammamè meglie perdela che trovalla!”<br />
Così le tre commari, presero ciò che avevano di avanzi e lo dettero alla commare Lisa, poi se ne torrnarono ognuna nella propria casa in attesa che quest&#8217;ultima facesse questa strana torta con tutti gli avanzi dei dolci di Natale.<br />
Lisa, arrivata a casa, ci pensò un po&#8217; su poi prese la bilancina che aveva in cucina e pesò<br />
3 etti di gherigli di noci, 3 etti di uva sultanina (subibbu) 3 etti di zucchero<br />
3 etti di fichi secchi, 3 etti di farina.<br />
Preparò poi 3 uova, 3 o 4 cucchiai di cacao, 1 bicchiere di rum, 1 bicchiere di latte, 1 bicchiere di olio e 1 bustina di lievito.<br />
Poi tritò le noci (non è dato sapere se con la bottiglia o con la macchinetta)<br />
tritò anche i fichi. Poi prese una ciotola dove sbattè le tre uova con i 3 etti di zucchero, unì poi il bicchiere di rum, il bicchiere di latte, il bicchiere di olio, i tre etti di noci tritate, i tre etti di fichi tritati, il cacao, l&#8217;uvetta e la bustina di lievito.<br />
Versò tutto in una teglia per torte imburrata ed infarinata e la mise nel forno (a gas) a 180° per 40 minuti circa<br />
poi la sfornò, la fece raffreddare, la assaggiò, vide che era buona e ne fu soddisfatta, perchè essendo una perfezionista non avrebbe accettato un risultato meno che buono, piuttosto l&#8217;avrebbe data da mangiare alle galline che presentare alle comari una cosa fatta male, ne andava del suo prestigio di cuoca eccellente che ricavava manicaretti anche dai sassi.<br />
Così orgogliosa del risultato chiamò le sue comari e allegramente tra “nu bicchierucciu e j&#8217;atru” passarono il pomeriggio in allegria.<br />
E la canzone era sempre la stessa<br />
“facemece nu bicchiere e fecemecigliu mo che mo ch&#8217;aveme tempe e addimà&#8230;”<br />
addimà, domani<br />
“del doman” come dice il poeta,  “non v&#8217;è certezza” perciò&#8230;.Cogli l’attimo!<br />
Beh questo è quello che io ho immaginato, ma vi giuro che conversazioni come questa possono essere avvenute centinaia di volte in ogni vicolo di Santa Anatolia.<br />
Per onestà intellettuale devo dire che questa ricetta non è santanatoliese  ma maglianese, avendola io avuta da una mia vicina di pianerottolo che è appunto di Magliano.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/ricettesulfilodilana.wordpress.com/144/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/ricettesulfilodilana.wordpress.com/144/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/ricettesulfilodilana.wordpress.com/144/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/ricettesulfilodilana.wordpress.com/144/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/ricettesulfilodilana.wordpress.com/144/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/ricettesulfilodilana.wordpress.com/144/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/ricettesulfilodilana.wordpress.com/144/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/ricettesulfilodilana.wordpress.com/144/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/ricettesulfilodilana.wordpress.com/144/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/ricettesulfilodilana.wordpress.com/144/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/ricettesulfilodilana.wordpress.com/144/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/ricettesulfilodilana.wordpress.com/144/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/ricettesulfilodilana.wordpress.com/144/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/ricettesulfilodilana.wordpress.com/144/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ricettesulfilodilana.wordpress.com&amp;blog=28819190&amp;post=144&amp;subd=ricettesulfilodilana&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Mio nonno e il fantasma  </title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 21:48:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Felicita Luce</dc:creator>
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		<category><![CDATA[abruzzo]]></category>
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		<category><![CDATA[santa anatolia]]></category>

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		<description><![CDATA[Mio nonno, Michele Luce, era ai suoi tempi, un bravissimo falegname molto ricercato in zona. Probabilmente era quasi l&#8217;unico e la  sua attività era richiesta anche in luoghi molto distanti da Santa  Anatolia.  Ancora oggi mi capita di trovare qualche persona avanti con  l&#8217;età che si ricorda di lui e dei lavori da lui eseguiti. [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ricettesulfilodilana.wordpress.com&amp;blog=28819190&amp;post=135&amp;subd=ricettesulfilodilana&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mio nonno, Michele Luce,  era ai suoi tempi, un bravissimo falegname molto ricercato in zona. Probabilmente era quasi l&#8217;unico e la  sua attività era richiesta anche in luoghi molto distanti da Santa  Anatolia.  Ancora oggi mi capita di trovare qualche persona avanti con  l&#8217;età che si ricorda di lui e dei lavori da lui eseguiti.<br />
Costruiva praticamente di tutto, dalle culle alle bare. Ricordo ancora la culla  dove io ed i miei fratelli abbiamo passato i nostri primi mesi di vita, mia madre ci cullava con un piede mentre le sue mani erano impegnate a  lavorare alacremente, golfini, cappellini e scarpine, ai ferri. Costruì, mio nonno, anche la bara per sua moglie e non oso immaginare i  suoi sentimenti mentre compiva questa triste ma inevitabile opera. Era l&#8217;ultima cosa che poteva fare per la sua adorata moglie e sono sicura che lo fece con tutto l&#8217;amore che poteva. Il suo laboratorio era una baracca di legno e calce, addossata alla nostra casa e che dopo la sua morte, avvenuta quando io avevo sei anni, diventò per noi bambini, il luogo delle meraviglie.<br />
C&#8217;erano casse di legno piene di libri scritti in caratteri gotici, interi rotoli di carta da parati purpurea,con ricami in oro, che, a toccarla macchiava le mani di un rosso vivo.<br />
Noi femminucce abbiamo passato interi, lunghi pomeriggi piovosi a pittarci le unghie ed il viso con quel colore cosi vivo, scimmiottando le signore di altri tempi con improbabili sciccosi vestiti recuperati dall&#8217;armadio di mia madre.<br />
Quei libri, chissà di cosa parlavano!<br />
Penso che mio nonno li avesse recuperati da sotto le macerie del palazzo Placidi, distrutto dal terremoto del 1915, che fece 100 morti a Santa Anatolia, tra i quali anche i suoi stessi figli e i miei bisnonni. Purtroppo, quei misteriosi libri, li abbiamo distrutti tutti, strappati nei nostri giochi infantili, non capendone l&#8217;importanza.<br />
Ricordo le copertine marezzate, le pagine ingiallite che si sbriciolavano al contatto e quell&#8217;odore di muffa che permeava tutto ciò che era contenuto in quella enorme cassa di legno con serramenti di ferro arrugginito nella quale giacevano da più di quarant&#8217;anni<br />
Mio nonno, era uomo di poche parole, determinato, con uno spiccato senso del dovere, calmo, ma, se perdeva la pazienza, meglio era, mettersi al riparo. Mio padre raccontava, non senza ilarità, di quella volta che stava costruendo una botte.<br />
Con pazienza aveva preparato le doghe, le aveva piallate, curvate, aveva  preparato i cerchi di ferro, l&#8217;aveva, poi, assemblata. Ma, una volta  finita non gli sembrava perfetta, così, la smontò e ricominciò, con  santa pazienza, da capo.<br />
 Una, due, tre volte, questa botte non veniva mai bene. Intanto, man mano che i tentativi si susseguivano, la pazienza andava scemando e l&#8217;irritazione invece, andava salendo, fino a raggiungere, all&#8217;ennesimo tentativo fallito, quello stato che si pùò definire “fuori  dalla grazie di Dio!” Quando, anche l&#8217;ultimo tentativò fallì, non ci vedeva, ormai, più dalla rabbia!<br />
Afferrò una mazza di ferro che stava li nei pressi e, bestemmiando tutto il calendario più qualche santo di sua invenzione, ridusse la botte a pezzi minutissimi! Poi, esaurita tutta la sua rabbia e finalmente calmo, si accese un sigaro e se lo fumò in santa pace. Di questi episodi, mio padre, ne raccontava tantissimi, ma il più divertente era quello dell&#8217;incontro di mio nonno con un fantasma.<br />
Era morta da poco una  persona della famiglia Panei, un non meglio precisato Don Alessandro. Le famiglie Panei e Placidi, erano le famiglie più facoltose del paese,  perciò, i loro componenti, in segno di deferenza, venivano chiamati con l&#8217;appellativo di Don davanti al nome e, al loro passaggio, di solito, gli uomini si toglievano il cappello. Capitò che, pochi giorni dopo questa dipartita, mio nonno, dovesse recarsi a Torano per un lavoro presso una famiglia del luogo. Così, eravamo nel mese di maggio, si alzò di buon&#8217;ora e tra il lusco ed il brusco si mise in cammino verso Torano. Ad oriente, la Val di Teve, lasciava presagire l&#8217;alba che sarebbe sorta, con una luminescenza dorata illuminando il cielo di una luce opalescente, che rendeva nitidi i contorni delle montagne circostanti.<br />
Il paesaggio, sebbene la mattinata si annunciasse soleggiata, era ancora avvolto in una nebbiolina leggera che dava al circondario un aura quasi magica,  sembrava che le cose galleggiassero a mezza&#8217;aria, come sospese. Mio nonno, non era particolarmente impressionabile, ma a quei tempi, stiamo parlando dei primi anni del secolo scorso, le leggende e le bastocchie  sui morti redivivi e sugli spiriti,erano le cose che più si raccontavano la sera, intorno al fuoco, dopo aver recitato il rosario. Così, il fatto di dover passate davanti al cimitero, in una atmosfera come quella descritta, metteva mio nonno in leggera agitazione. Ma, era  l&#8217;unica via e poi, da uomo, non voleva cedere alla paura.<br />
Così scese per le Stalli Scure, poi attraversò i Quadri, u Coremanu, u Pontone e di buon passo, continuò a camminare verso Torano. Dopo l&#8217;ultima curva, quando infine si scorge il cimitero, in mezzo alla  nebbiolina, sul ciglio della strada, proprio in  corrispondenza della porta del  cimitero, gli apparve un&#8217;ombra lunga lunga, con in cima una gran testa, che  dondolava leggermente di quà e di là, come a dire e ridire  no&#8230;no..no.. La prima cosa che venne in mente a mio nonno fu la buon&#8217;anima di Don Alessandro! “e mo che facce?” si domandava mio nonno interdetto. “Vabbè, mò passe, facce finta de gnente, u salute e  me ne vaje” si diceva il poverino tra sé, convinto che l&#8217;ombra fosse proprio lo spirito di Don Alessandro. Nel frattempo, però,  continuava a camminare non volendo cedere alla  paura. Camminado  e  rimuginando tra sé e sé, quello che avrebbe detto al momento dell&#8217;incontro e tenendo la testa bassa per non vedere l&#8217;ombra,  si avvicinava sempre di più al fantasma che, nel frattempo, continuava a  dondolare dolcemente la capoccia e dire di no. Al momento dell&#8217;incontro, mio nonno, in preda ormai al  panico, togliendosi il cappello con deferenza,  mormorò con un filo di voce “ “Buongiorno don Alessà!” alzando nel contempo gli occhi e fissandoli incredulo su…..un cardo mariano con una capoccia enorme che dondolava dolcemente nella brezza mattutina!!!  Quante risate ci siamo fatti con questo racconto!  Mio padre, che aveva uno spiccato senso dull&#8217;umorismo, ce lo raccontava con dovizia di particolari, aggiungendone sempre di nuovi per farci ridere. E noi ridevamo, eccome se ridevamo! </p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/ricettesulfilodilana.wordpress.com/135/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/ricettesulfilodilana.wordpress.com/135/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/ricettesulfilodilana.wordpress.com/135/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/ricettesulfilodilana.wordpress.com/135/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/ricettesulfilodilana.wordpress.com/135/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/ricettesulfilodilana.wordpress.com/135/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/ricettesulfilodilana.wordpress.com/135/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/ricettesulfilodilana.wordpress.com/135/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/ricettesulfilodilana.wordpress.com/135/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/ricettesulfilodilana.wordpress.com/135/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/ricettesulfilodilana.wordpress.com/135/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/ricettesulfilodilana.wordpress.com/135/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/ricettesulfilodilana.wordpress.com/135/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/ricettesulfilodilana.wordpress.com/135/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ricettesulfilodilana.wordpress.com&amp;blog=28819190&amp;post=135&amp;subd=ricettesulfilodilana&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Da Natale alla Befana</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 08:32:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Felicita Luce</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando penso a quegli anni, non posso non pensare ad una costante, una presenza senza la quale tutta l’atmosfera cambia, diventa grigia e senza gioia: la neve. La neve ricopriva con un candido manto immacolato, tutto il nostro mondo conosciuto, fatto di alberi spogli, prati di erba fradicia, rocce, tra le quali giocavamo, ricoperte di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ricettesulfilodilana.wordpress.com&amp;blog=28819190&amp;post=120&amp;subd=ricettesulfilodilana&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://ricettesulfilodilana.files.wordpress.com/2012/01/chiesa3.jpg"><img src="http://ricettesulfilodilana.files.wordpress.com/2012/01/chiesa3.jpg?w=112&#038;h=150" alt="" title="chiesa" width="112" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-131" /></a><a href="http://ricettesulfilodilana.files.wordpress.com/2012/01/fonte2.jpg"><img src="http://ricettesulfilodilana.files.wordpress.com/2012/01/fonte2.jpg?w=200&#038;h=132" alt="" title="fonte" width="200" height="132" class="alignleft size-thumbnail wp-image-132" /></a><a href="http://ricettesulfilodilana.files.wordpress.com/2012/01/velino1.jpg"><img src="http://ricettesulfilodilana.files.wordpress.com/2012/01/velino1.jpg?w=200&#038;h=132" alt="" title="velino" width="200" height="132" class="alignleft size-thumbnail wp-image-133" /></a></p>
<blockquote><p>
Quando penso a quegli anni, non posso non pensare ad una costante, una presenza senza la quale tutta l’atmosfera cambia, diventa grigia e senza gioia: la neve.<br />
La neve ricopriva con un candido manto immacolato,  tutto il nostro mondo conosciuto, fatto di alberi spogli, prati di erba fradicia, rocce, tra le quali giocavamo, ricoperte di muschio e licheni, strade fangose e pozzanghere ghiacciate.<br />
Improvvisamente, tutto cambiava!<br />
La guardavamo scendere col naso in su, ci scendeva sulla faccia, sugli occhi, nella bocca.<br />
La mangiavamo, ci dissetavamo, aprivamo le mani ad accoglierla, correvamo nella tormenta per acchiapparla.<br />
Certamente non ci tappavamo in casa a tremare dal freddo, noi correvamo nel vento insieme alla neve!<br />
Non ricordo affatto di aver avuto freddo, anzi le nostre facce arrossate bruciavano come braci!<br />
Se poi, la neve, fosse arrivata per Natale, il Natale sarebbe stato perfetto!<br />
Ed essa arrivava quasi sempre. I miei Natali di bambina sono, nel ricordo, tutti bianchi.<br />
Dopo il cenone della vigilia, fatto di cose semplici: spaghetti al tonno, baccalà fritto o in bianco, cavoli, zucchine e carciofi fritti, la pizzella colle nuci, amaretti e ferratelle, torrone ed altro ancora, si andava alla Messa  di Mezzanotte.<br />
Si lasciava il ciocco di Natale ad ardere nel camino surriscaldato, dove per l&#8217;intera serata, un gran fuoco aveva tenuto compagnia a tutta la famiglia e ci si avventurava nella notte gelida verso la Chiesa, dalla quale, già da qualche tempo, provenivano i richiami delle campane che suonavano a festa.<br />
Man mano che si procedeva , altra gente si veniva aggregando con grandi esclamazioni di auguri e commenti su quello che ciascuno aveva mangiato.<br />
Nella Chiesa regnava la confusione più completa, alla quale, non era estranea, una certa propensione al consumo di bevande alcoliche da parte degli uomini, ma anche delle donne, che, rendendo tutti più allegri, generava una gazzarra poco degna di una casa di culto.<br />
La messa cantata era in latino, ed io ricordo tutte le preghiere dal “Gloria in excelsis Deo “ al “Pater noster” cantati a squarciagola e con grande partecipazione, da donne, uomini e bambini.<br />
Naturalmente, il nostro latino, era alquanto maccheronico, ma, quando alle voci da contralto femminili, facevano eco le voci baritonali degli uomini, la suggestione era tale che la commozione diventava autentica e parecchi occhi si inumidivano con partecipazione sentita.<br />
L’armonium per l’accompagnamento musicale era suonato quasi sempre dal Maestro Amanzi.<br />
“Gloria in excelsis Deo” attaccava Don Giovanni con la sua voce stentorea in accordo con le campane che suonavano a festa “ et in terra pax hominibus” proseguiva tutta la congregazione all’unisono.  Questa era la giusta frase in latino,  io invece dicevo:<br />
“Gloria in eccelsi Deo e in terra passa omnibus” e vedevo questa carrozza trainata da cavalli (omnibus) che passava ogni volta e, mi chiedevo come potesse conciliarsi con una messa cantata, ma cantavo contenta anch’io, con tutto il fiato che avevo!<br />
Poi, alla fine, accompagnati da canti natalizi, si baciava Gesù Bambino, facendo una lunga fila fino all’altare, si ammirava il presepe e si usciva dalla parte della sagrestia, cercando di non cadere sui gradini perennemente sconnessi.<br />
La canzone natalizia più bella per me, era “In notte placida”, dove la voce di mia madre vibrava di accoramento partecipe ed a me regalava brividi lungo la spina dorsale.<br />
Fuori si salutavano parenti ed amici, rinnovando gli auguri e si tornava a casa dove un odore di legna ed un piacevole calore provenienti dal camino, ci accoglieva insieme al russare energico di  nostro padre che, in genere, rimaneva a casa!<br />
Poi, passata l’euforia dei giorni precedenti il Natale, man mano che le feste passavano, una dopo l’altra, e, le persone cominciavano a ripartire per i luoghi dove avevano la loro vita lavorativa, un velo di tristezza iniziava a ricoprire ogni cosa.<br />
Si facevano visite ai parenti in partenza, di solito la sera dopo cena, si portava una torta e una bottiglia di vino e si festeggiava la partenza augurando un buon viaggio.<br />
Ricordo un anno, ero tornata dal collegio dove studiavo e dove non ero affatto felice, una mia zia, zia Mariuccia, venne con una torta ed una bottiglia di spumante per augurare a me ed a mia sorella un buon ritorno a Rieti.<br />
Mangiammo la torta che aveva portato  e bevemmo la bottiglia di spumante.<br />
Anch’io, sebbene non avessi più di 15 anni, bevvi un po’ di spumante. Improvvisamente, senza nessun’altra avvisaglia, mentre ridevo, iniziai un pianto convulso dal quale nessuno riuscì a farmi smettere, piansi tutte le mie lacrime a grandi singhiozzi, con grande costernazione dei presenti che non sapevano cosa fare e mi lasciarono piangere!<br />
Solo mia zia Mariuccia, continuava a dire “U sci ‘mbesa, ecche a zia, bivite n’atra cria de spumante!”<br />
Ho sempre avuto la sbronza triste!<br />
Poi arrivava “la Bifania” che tutte le feste porta via.<br />
La mattina trovavamo nella cenere del camino una calza piena di mandarini e caramelle<br />
Era tutto! Ma la notte prima, con la faccia premuta contro il vetro ornato da trine di ghiaccio, avevamo cercato, con tutte le nostre forze, di individuare, tra un ghirigoro e l’altro il passaggio di una vecchina a cavallo di una scopa che ghignando si sarebbe infilata nel camino per lasciarci quei poveri, meravigliosi doni!<br />
Ho un ricordo vivido di quei tempi, dovevo essere molto, molto piccola,  ricordo mia madre che mi tiene in braccio e che mi porta sull’uscio di casa, poi mi dice indicandomi il cielo buio:<br />
“guarda, quella è la stella cometa!” ed io guardando il cielo ricordo una grande stella luminosa, esattamente come quella che mettevamo sull’albero di Natale: cinque punte ed una lunghissima coda.<br />
Per anni ho creduto che questo episodio fosse realmente accaduto, ma a ripensarci da adulta ho realizzato come dovesse, per forza,  trattarsi di un sogno.<br />
Un sogno bellissimo!<br />
Di Befane però ne ho viste tante!</p>
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		<title>Le ferratelle</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Dec 2011 13:04:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Felicita Luce</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[abruzzi]]></category>
		<category><![CDATA[christmas]]></category>
		<category><![CDATA[ferratelle]]></category>
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		<description><![CDATA[Già, chissà perché alla luce dei ricordi tutto brilla come cosparso di polvere magica. La magica polverina argentata delle nostra letterina di Natale, che immancabilmente, spargevamo dappertutto a forza di tirarla fuori dalla sua busta e mostrarla, segretamente, a tutti, prima di metterla sotto il piatto di nostro padre che, durante il pranzo della vigilia, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ricettesulfilodilana.wordpress.com&amp;blog=28819190&amp;post=95&amp;subd=ricettesulfilodilana&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
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<p>Già, chissà perché alla luce dei ricordi tutto brilla come cosparso di polvere magica.<br />
La magica polverina argentata delle nostra letterina di Natale, che immancabilmente, spargevamo dappertutto a forza di tirarla fuori dalla sua busta e mostrarla, segretamente, a tutti, prima di metterla sotto il piatto di nostro padre che, durante il pranzo della vigilia, avrebbe finto sorpresa ,scoprendo come per caso, quella busta sotto al piatto.<br />
Che trepida attesa!<br />
Le letterine le compravamo sempre alla bottega di Domenica.<br />
A Natale questa bottega assomigliava  alla fabbrica di cioccolato del famoso film di Tim Burton, almeno per noi bimbi.<br />
L’atmosfera era la stessa, sebbene, ripensandoci adesso non ci fosse poi questa grande varietà di cose.<br />
Cioccolate, torroncini avvolti nella carta argentata e colorata, grandi vasi di vetro pieni di caramelle, quelli che noi chiamavamo “robbis”, rossi e zuccherosi e che noi bambine usavamo per colorarci le labbra di rosso, qualche torrone, non ricordo panettoni neanche pandori, quelli sono venuti dopo, quando le cose erano già diverse.<br />
Poi c’erano stoccafissi legnosi appesi al soffitto e grandi scatole di latta di pescetti marinati che sarebbero serviti per la cena della vigilia e di cui mio padre era ghiottissimo!<br />
E, in un cassetto, c’erano le letterine, tante letterine, non ricordo quanto costassero se 10 o 15 lire, ricordo solo l’ansia e la gioia di correre a comprarle prima che altri scegliessero quella più bella.</p>
<p>Poi a scuola tra “ quela mè è più bella de quela tè” e “ ma che sta a dì questa è bellissima”<br />
scrivevamo le solite sdolcinatezze ad uso e consumo dei nostri genitori, coprendo ciò che scrivevamo con una mano per non far copiare gli altri:  “prometto, prometto, prometto………………..”<br />
Innocenti promesse mai mantenute, soprattutto là dove promettevamo di essere più buoni!<br />
Domenica, che grande donna! A volte, mentre noi eravamo nella sua bottega, scompariva, magari per girare il sugo che nel frattempo sobbolliva sulle braci del fornello, e, c’era sempre qualcuno che sgraffignava qualcosa, di solito i maschietti.<br />
I più colpiti erano i torroncini che poi però venivano distribuiti equamente e mangiati con grande gusto durante la novena in chiesa.<br />
Alla novena si andava per molti motivi, l’ultimo era quello per rendere grazie a Dio, almeno per noi bambini.<br />
All’epoca non si metteva in discussione, almeno a Santa Anatolia, il fatto di essere cattolici o meno.<br />
Eravamo tutti cattolici, oddio c’era un comunista “senza Dio”, Pippo Falcioni, che per ironia della sorte aveva sposato una donna che era stata suora e veniva chiamata ancora “la monica”. Ma questo comunista, secondo fonti attendibili (mio padre) nei momenti di pericolo invocava Dio!<br />
Per dire come fosse radicato in noi il sentimento di appartenenza a questa religione, anche se poi, alla luce di nuove conoscenze, avresti voluto in parte distaccartene.<br />
Così andavamo in chiesa con aspettative diverse, per dovere gli adulti, per divertimento i bambini.<br />
La chiesa era tutto uno scintillare di luci e candele. Piano piano si riempiva di gente.<br />
C’era sempre un gran cicaleccio, con gente che parlava a voce alta e che salutava quelli che erano tornati per le feste e che non si vedevano magari dall’anno prima, un gran sbirciare con:“chi è quela? Chi è quju?” “ Ma va? Ammazza e chi u reconosce più!”<br />
Baci, abbracci e: ”chiudete la porta che fa friddu!” e “non se po’ chiude sta a entrà la gente!”……….. poi, “zitti  è entratu u prete!”<br />
Don Giovanni, sguardo truce, circolare su tutta la navata, silenzio… Poi, dopo che lo sguardo di rimprovero preventivo era stato accuratamente recepito, dava il via alla novena.<br />
Raccontare l’atmosfera di questo rito natalizio intriso di sacro e profano, nello stesso tempo così innocentemente semplice, collocarlo in quell’arco di tempo del secolo scorso, in cui grandi cambiamenti premevano per venire alla luce, situarlo in un posto geograficamente così lontano dai grandi centri, con la televisione ancora relegata ad una condizione di solo sporadico divertimento, è compito quasi doveroso.<br />
Soprattutto ora, alla luce dei nuovi accadimenti in campo nazionale ed internazionale, a conseguenza dei quali, una nuova semplicità viene auspicata ed incoraggiata e, nella quale condizione, è arduo, se non quasi impossibile, tornare.<br />
Allora la semplicità era la norma. Non si faceva nessuno sforzo ad entrarci, già c’eri e non lo sapevi!<br />
Se posso dire di essere stata felice nella mia vita, posso dire di essere stata felice in queste occasioni dove avevo poco o nulla ma dove una scintillante letterina di Natale faceva la differenza, faceva la felicità!<br />
Certo se dopo la letterina arrivava anche qualche soldino eri doppiamente felice.<br />
Quei pezzi argentati da 500 lire, pesanti, con sopra incisa una caravella chi se li scorda? (oggi sarebbe poco meno della terza parte di un Euro)<br />
Erano il massimo a cui potevamo aspirare!<br />
Ricordo la poesia di Natale di mio fratello Michele, il quale essendo sempre stato un furbetto, un anno la cambiò a suo proprio tornaconto.</p>
<p>Così, avrà avuto circa 6 anni, assistito da mia sorella Agnese, che è furbetta anche lei, salendo su di una sedia, ci stupì con questa poesia<br />
“Buon Natale<br />
È nato Gesù Bambino<br />
Con il capo ricciolino<br />
Date i soldi a Michelino!”<br />
Non l’abbiamo mai più dimenticata!</p>
<p>Mia madre ci premiava invece con i dolci, tra i quali spiccavano le ferratelle che pur non essendo un dolce tipicamente natalizio, venivano fatte in grandi quantità in ogni occasione di festa.<br />
La ricorderò sempre (mi chiedo quale infinita capacità di resistenza avesse) china sulle braci del fornello, a legna prima, e su quello a gas, dopo, munita del ferro che era stato di mia nonna e forse anche della mia bisnonna (del quale io ho perso le tracce), intenta a cuocere le ferratelle, due per volta, le quali uscivano così perfette da stupire noi bambini, che, mentre lei  cuoceva, noi  mangiavamo, rischiando di prenderle ogni volta!</p>
<p>La sua ricetta, e non solo la sua, è la seguente:<br />
7 uova ( 4 intere e 3 solo tuorli)<br />
7 cucchiai di olio<br />
8 cucchiai di zucchero<br />
1 buccia di limone grattugiata<br />
Farina q.b.<br />
Si impasta tutto secondo la consistenza voluta, si fanno delle palline con le mani unte di olio e si cuociono con l’apposito ferro sul fuoco stando bene attenti a non bruciarle e a non bruciarsi.<br />
Poi si mangiano così o farcite con noci e miele, marmellata e adesso, anche con la nutella, oppure come volete.</p>
<p>Oggi esistono in commercio apparecchi elettrici che facilitano il compito, anche perché devo confessare che trovavo il ferro di mia madre complicatissimo, mi sfuggiva sempre dalle mani!</p>
<p>Quello che voglio ricordare di quei tempi è la sensazione di attesa. Eravamo sempre in attesa di qualcosa, che nevicasse, che venisse il Natale, che venisse la befana, il carnevale.<br />
L’aspettativa di qualcosa di inusuale, meraviglioso: un Avvento perenne!<br />
Ogni cosa a suo tempo ed ogni tempo con le sue cose, semplici succulente e terribilmente appaganti!<br />
Non riuscirò mai a rendere l’idea del gusto e della soddisfazione che si ricavava dal rubare dalla dispensa una ferratella o altro dolce, per poi andarsela a mangiare di nascosto con la paura di essere scoperti e credendo di essere la persona più furba dell’universo!</p>
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		<title>Tempo di Natale: gli amaretti</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 11:41:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Felicita Luce</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ricette]]></category>

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		<description><![CDATA[Mentre l’aria si faceva gelida e cristallina, per la neve e le gelate notturne, i tetti si adornavano di lunghi ghiaccioli acuminati che noi bimbi staccavamo e succhiavamo proprio come ghiaccioli. Le mani si arrossavano e dolevano, “ncennevano” come dicevamo infilandocele nelle tasche per scaldarle. Quasi mai portavamo cappotti, solo maglioni di lana sapientemente lavorati [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ricettesulfilodilana.wordpress.com&amp;blog=28819190&amp;post=72&amp;subd=ricettesulfilodilana&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://ricettesulfilodilana.files.wordpress.com/2011/12/11.jpg"><img src="http://ricettesulfilodilana.files.wordpress.com/2011/12/11.jpg?w=178&#038;h=122" alt="" title="1" width="178" height="122" class="alignleft size-thumbnail wp-image-79" /></a><a href="http://ricettesulfilodilana.files.wordpress.com/2011/12/31.jpg"><img src="http://ricettesulfilodilana.files.wordpress.com/2011/12/31.jpg?w=178&#038;h=122" alt="" title="3" width="178" height="122" class="alignleft size-thumbnail wp-image-77" /></a><a href="http://ricettesulfilodilana.files.wordpress.com/2011/12/4.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-76" title="amaretti" src="http://ricettesulfilodilana.files.wordpress.com/2011/12/4.jpg?w=178&#038;h=122" alt="" width="178" height="122" /></a><br />
</p>
<p>Mentre l’aria si faceva gelida e cristallina, per la neve e le gelate notturne, i tetti si adornavano di lunghi ghiaccioli acuminati che noi bimbi staccavamo e succhiavamo proprio come ghiaccioli. Le mani si arrossavano e dolevano, “ncennevano” come dicevamo infilandocele nelle tasche per scaldarle.<br />
Quasi mai portavamo cappotti, solo maglioni di lana sapientemente lavorati dalle nostre mamme e nonne e scarponi quasi sempre risuolati da ‘Ngelucciu’ o Sabbatinu’ i scarpari “degliu paese ammonte”, “agliu paese abballe” ci stava invece ‘Lisandru’. Ma per Natale tutti avremmo avuto qualcosa di nuovo, un paio di scarponi o un vestito, se andava benissimo, magari, un cappotto.<br />
Noi bimbi eravamo eccitati al pensiero, pensavamo alla Messa di Mezzanotte e come tutti ci saremmo scrutati per vedere chi avesse ricevuto la cosa più bella!<br />
Come ci saremmo pavoneggiati nei nostri nuovi vestimenti e come le nostre mamme ci avrebbero adornato i capelli con nastri e boccoli. Parlo naturalmente sempre dei mitici anni ’50 e ’60. I vestiti erano meravigliosi all’epoca, le bimbe sembravano tutte piccole principesse, con vestitini colorati e sottogonne inamidate, ma questo più durante l’estate, in inverno, per la domenica e le feste, mettevamo cappottini colorati sui quali spiccavano le nostre scure trecce, ben strette e legate con nastri rossi. E’ chiaro, come con il passare del tempo, i ricordi si facciano sempre più dolci, perdano per strada quelle asperità, quelle crudezze, che nel momento in cui si vivono le cose, per forza ci debbono essere.<br />
Così si dimenticano i pavimenti delle case sporchi di fango, la strada che va verso la fonte “ammonte” completamente ghiacciata e le “culate” dolorose per ogni caduta sul ghiaccio, o i geloni che piagavano i piedi e a volte anche le mani, o la mancanza cronica di legna per ardere che rendeva i dintorni di Santa Anatolia, brulli, poiché chiunque, per alimentare il fuoco nel camino, tagliava dove poteva. Chi se li scorda quegli asinelli carichi di frasche con il padrone dietro ad incitarli “ah, ah! e giù una frustata!<br />
Ma poi, finiti i giochi nella neve, ricoverati gli animali nelle stalle, arrivava la sera. Le campane iniziavano a suonare all’imbrunire, ci chiamavano per i vespri e, prima di Natale per le novene. Non ricordo quante volte suonassero ma ogni chiamata aveva un suono diverso, l’ultimo scampanio era per “accennare”. Allora si sentivano donne, sempre donne, dire: “Ha accennatu? Scine? U allora me tocca sbrigà, mo sona pure u campaneglie!”</p>
<p>E andavamo in chiesa per la novena.</p>
<p>Don Giovanni ti guardava con sguardo severo se arrivavi tardi. La chiesa si riempiva di gente, gli uomini da una parte e le donne rigorosamente dall’altra e si iniziava. Allora si pregava ancora in latino e al momento del “Tantum Ergo”, io e le mie amichette ci sbellicavamo dalle risate con tutte quelle parole che finivano per “ò” come “giubilaziò” (jubilatio) e benediziò (benedectio) o laudaziò (laudatio) urlate a squarciagola da tutte le donne e uomini del paese, non avevamo assolutamente idea di cosa stessimo dicendo!<br />
Ma mentre tutto ciò succedeva, alcune donne che avevano il loro turno nel forno continuavano a cuocere pane e dolci e, quando il vespro finiva, passando davanti al forno, capitava di trovarci donne intente a cuocere grandi “stagnatelle” di amaretti sapientemente preparati perché così doveva essere.</p>
<p>Ricetta degli amaretti così come si fanno a Santa Anatolia</p>
<p>Kg 1 di mandorle dolci<br />
Kg 0.200 di mandorle amare<br />
Kg 0,700 zucchero<br />
N° 7 bianchi d’uovo<br />
Scorza grattugiata di un limone</p>
<p>Si tritano le mandorle (oppure si frullano) si avrà cura di far asciugare bene le mandorle prima di tritarle o frullarle<br />
Si uniscono alle mandorle tritate lo zucchero, gli albumi e la scorza grattugiata del limone, si amalgama per bene, poi si formano gli amaretti della grandezza voluta e si cuociono nel forno a fuoco moderato finché non sono di un bel colore dorato.<br />
<em>Attenzione a non cuocerli troppo altrimenti diventano dei bei sassi color caramello!</em></p>
<p>Quello che porterò sempre con me come immagine indelebile è il vociare a volte allegro a volte stizzito o addirittura incavolato, delle solite donne, intente a cuocere cose, nella luce del giorno morente e che al lume di una candela aspettavano che gli ultimi dolci cuocessero per poi lasciare il posto ad altre donne che con identici, antichi gesti, avrebbero ripetuto il miracolo della creazione di delizie prelibate</p>
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		<title>Tempo di Natale: la pizzella co le nuci</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Dec 2011 14:05:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Felicita Luce</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ricette]]></category>
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		<category><![CDATA[pizzella]]></category>
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<p>Piu o meno nello stesso periodo di tempo in cui il maiale veniva sacrificato in nome della sussistenza o sopravvivenza di intere famiglie, l’aria iniziava a riempirsi di quella aspettativa gioiosa che preludeva al periodo più bello dell’anno, il Santo Natale.<br />
No, non c’erano le luminarie che oggi fanno scintillare le strade delle nostre città o dei nostri paesini.<br />
Non c’erano i supermercati affollati e stracolmi di ogni ben di Dio con folle vocianti e carrelli della spesa pieni fino all’orlo, cassiere stressate, avventori terrorizzati ad ogni battuta di cassa con sussulti finali allorché la cifra finale finalmente si palesa.<br />
Conoscete tutti questa degenerazione, questa ansia d’acquisto, come se dovessimo affrontare interi mesi di carestia, questo spreco immane che svuota le tasche e stravolge le giornate.<br />
Confesso che molto spesso dopo un visita al supermercato, in uno di questi giorni, ho anelato con tutta me stessa alla pace monastica ed la silenzio di un convento sulla cima di un monte!<br />
Il Natale della mia infanzia era sempre un Natale bianco, immacolato, ovattato, con solo il suono delle campane che ci chiamavano per le novene nei tramonti belanti di pecore e, se per caso, la neve tardava a venire, noi bimbi la cercavamo nel cielo buio, minaccioso ma anche in quello limpido e stellato.<br />
Con il naso in su cercavamo di capire quando sarebbe arrivata, scambiando per fiocchi di neve qualsiasi piccola cosa volasse nell’aria.<br />
L’annusavamo, la chiamavamo, e, che gioia quando cominciava a scendere leggera leggera, con fiocchi minuscoli e perfetti o a grandi falde bagnate, che si scioglievano sui nostri visini accaldati da corse nel freddo che ci facevano sentire vivi.<br />
Non avevamo niente, neanche i regali a volte. L’unica cosa che forse avremmo avuto era un paio di scarponi nuovi per la neve. Scarponi nei quali non dovesse “umare” l’acqua e che regolarmente nostro padre ci ungeva col sego.<br />
No, non erano belli quegli scarponi, erano utili.</p>
<p>Nevicava molto in quei tempi, anni ’50 e &#8217;60 del secolo scorso, le nevicate erano abbondanti, ma la vita non si fermava, continuava a scorrere intensa, anche se in maniera diversa.<br />
Gli animali rimanevano nelle stalle e bisognava stramarli, accudirli.<br />
Le Stalli Scure erano tutto un belare di pecore e un andirivieni di persone indaffarate che sporcavano la neve, di letame e fango compattandola al terreno e rendendolo liscio come vetro, ma tutto somigliava ad un presepe, molto di più di quelli che oggi si fanno ogni dove.<br />
Un presepe vero, con case, stalle e pagliai illuminati da fioche, calde luci, dove asini e buoi scaldavano ancora le persone con i loro fiati caldi.<br />
Il tempo di Natale a Santa Anatolia iniziava con la presa dei forni da parte delle donne<br />
Ho gia scritto del forno che serviva per tutti, ma per il periodo di natale si faceva “ u furnu e gli furnittu” cioè &#8220;u furnu&#8221; per il pane e<br />
&#8220;gli furnittu&#8221;per i dolci.<br />
Il calendario dei forni di Natale si stabiliva mesi prima. Un calendario preciso con scadenze precise dalle quali non si derogava. era a ciclo continuo per giorni e giorni, anche di notte.<br />
Il forno di Natale era un forno speciale si cuoceva il pane per tutte le feste ma, insieme al pane, si cuocevano tutti i dolci natalizi che dovevano essere abbondanti, poiché servivano per fare regali, per eventuali ospiti e anche per la famiglia, ma in maniera molto ridotta,<br />
I dolci venivano custoditi dalle mamme in maniera così stretta che rubarne qualcuno diventava un’impresa!<br />
Il principe dei dolci di Natale era “ La pizzella co le nuci”<br />
Era considerata una cosa così preziosa che nostra madre la nascondeva per non farcela trovare ed ogni tanto, durante il giorno, ce ne dava un pezzettino. Ma era una gratificazione al fatto che eri stata buona o avevi fatto una faccenda per bene, oppure i compiti.<br />
Anni dopo, quando ho provato a farla io, mio padre, dopo averla assaggiata, diceva immancabilmente “ Scine, è bona, ma quela de mammeta era più bona!”.<br />
Purtroppo mia madre ci aveva già lasciato per altre dimensioni.<br />
Per forza di cose, io qui devo essere concisa, ma tornerò a parlare del Natale ancora.<br />
Sono tali e tanti i ricordi che mi affollano la mente e che premono per uscire, che io devo disciplinarli prima di raccontarli, proprio come un gomitolo di lana aggrovigliato che va dipanato prima di essere lavorato.<br />
Una cosa posso descrivere ora ed è proprio la “<strong>Pizzella co le nuci</strong>”</p>
<p>Servono per una pizzella<br />
Farina 200 gr<br />
Uova 2<br />
Con questi due ingredienti si tira una sfoglia sottile, molto sottile che da Santa Anatolia si deve vedere Torano<br />
Nel frattempo si deve già preparare la farcia con:<br />
noci frullate, cioccolata fondente grattugiata, miele quanto basta per amalgamare, fichi secchi tagliati a piccolissimi pezzi e rum.<br />
Si amalgama il tutto e si stende per bene sulla sfoglia, poi si arrotola la sfoglia su se stessa ,come fosse un sigaro gigante e poi si avvolge come fosse un serpente.<br />
Si spennella con un po’ di uovo sbattuto e si inforna per almeno una mezz’oretta a 180°<br />
Ma ognuno puo regolarsi secondo il proprio forno, io faccio ad occhio.</p>
<p>Non scorderò mai mia madre intenta a rompere le noci con il martello, usando come base una forma per scarpe di ferro, con il fuoco scoppiettante alle sue spalle e noi figli che separavamo le bucce dai gherigli. Erano più quelli che finivano nelle nostre bocche che quelli che finivano nel recipiente che doveva raccoglierli, mia madre ci sgridava noi ridevamo!</p>
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		<title>L’Arrangiata</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Nov 2011 08:03:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Felicita Luce</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ricette]]></category>
		<category><![CDATA[abruzzo]]></category>
		<category><![CDATA[cibo]]></category>
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		<category><![CDATA[maiale]]></category>
		<category><![CDATA[santa anatolia di borgorose]]></category>
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		<category><![CDATA[tradizioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Ma perché le cose possano avere un certo ordine temporale bisogna iniziare dal principio o dalla fine, dipende. Tutte le ricette e le operazioni inerenti il cibo o l’approvvigionamento di esso, erano collocate in un preciso momento dell’anno. Tutto era legato alle stagioni e al tempo. Non si poteva prescindere da questo, poiché ogni stagione [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ricettesulfilodilana.wordpress.com&amp;blog=28819190&amp;post=39&amp;subd=ricettesulfilodilana&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ma perché le cose possano avere un certo ordine temporale bisogna iniziare dal principio o dalla fine, dipende.<br />
Tutte le ricette e le operazioni inerenti il cibo o l’approvvigionamento di esso, erano collocate in un preciso momento dell’anno. Tutto era legato alle stagioni e al tempo.<br />
Non si poteva prescindere da questo, poiché ogni stagione aveva le sue ricette e le sue peculiarità che erano legate al tipo di raccolto o di consumo del raccolto a seconda dei casi.<br />
Neanche l’allevamento degli animali da cortile, delle pecore e dei maiali, sfuggiva a questa regola.<br />
C’era un tempo per seminare ed un tempo per raccogliere, un tempo per immagazzinare ed un tempo per consumare, un tempo per allevare, un tempo per tosare e purtroppo un tempo per uccidere.<br />
Può sembrare crudele ma uccidere gli agnelli e i capretti a Pasqua, tirare il collo a una gallina per fare il brodo per una partoriente e macellare un maiale quando era bello grasso, beh erano cose che, lungi dal rattristare, rallegravano le famiglie, in vista dei lauti pranzi che ne sarebbero derivati.<br />
La vita in campagna era molto cruda. Non ci si rammaricava per una bestia se essa moriva per qualche malattia, ci si rammaricava per tutto il lavoro svolto per farla crescere e per il mancato guadagno.<br />
Ho visto mia madre piangere perchè il maiale aveva la broncopolmonite!!<br />
Serviva un pollo? Gli si tirava il collo senza tanti complimenti!<br />
Tutto ciò sembra crudele adesso, ma magari, in altri modi, oggi siamo ancora più crudeli  con tutto il nostro amore verso gli animali. Li teniamo chiusi in gabbie, canili, pigiati, costretti, forzati a mangiare perchè crescano in fretta oppure tenuti a morire di fame.<br />
Quando va bene li nutriamo  con mangimi di dubbia provenienza e composizione, con conseguenti malattie  che contagiano anche l’uomo.<br />
Qualche decennio fa, a Santa Anatolia, gli animali erano liberi, le galline scorrazzavano dovunque, avevano solo un segno sulle ali per segnalare a chi appartenessero, pecore, mucche, asini, muli tutti liberi, questi ultimi al massimo avevano le pastoie.<br />
Era il tempo in cui le vacche avevano un nome : Bianchina, Rosina ….<br />
Ma di tutte le crudeltà, la peggiore si verificava verso la fine ed inizio anno, quando l’aria era invasa dalle grida disperate dei maiali moribondi che venivano ammazzati in una maniera così crudele che il legislatore ha pensato bene di proibirla in favore di un metodo più rapido e misericordioso.<br />
Il metodo era crudele ma la morte del maiale era una festa, era cibo assicurato sotto forma di prosciutti, guanciali, spallette, lardo, salsicce , fegatelli, sanguinacci, strutto, ventresca, sfrizzoli, per buona parte dell’anno e, allora, non ci possiamo meravigliare se tutti erano felici e contenti!<br />
La parte più gioiosa si verificava  la sera, dopo che il maiale  era stato diviso a seconda delle varie utilizzazioni.<br />
Quello che restava, con altra carne rubata alle salsicce, andava a riempire una grande padella di ferro che veniva posta sul fuoco scoppiettante dove sfrigolava allegramente finchè non era ben arrostita.<br />
Condita con spezie varie, andava a riempire i capaci stomaci della famiglia, dei parenti e anche dei vicini, che avevano partecipato a tutta l’operazione e che inzuppavano interi filoni di pane nell’unto, il tutto, accompagnato da fiumi di vino che davano la stura a cori improvvisati e risate fino a tarda notte.<br />
“facemece nu bicchiere e facemecegliu mo’<br />
Che mo’ c’iaveme tempe e addimà magari no!” e via a brindare! Si mandava giù anche la “ciarrapicchia” che era un vino tra l’aceto e l’acqua fatto se non ricordo male, con gli scarti dell’uva.<br />
Questa era chiamata “L’arrangiata” presumo dal verbo arrangiarsi, cioè valersi di quello che si poteva racimolare per farsi una gran saporita mangiata! Questa era chiamata anche “Felicità” perché a me viene difficile immaginare un altro momento di condivisione, di unione, più felice di questo!<br />
Mai sentito uno dire “ No grazie ho il colesterolo alto!”</p>
<p>Segue……</p>
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		<title>Era buio pesto</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 11:50:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Felicita Luce</dc:creator>
				<category><![CDATA[Favole]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>

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		<description><![CDATA[di Maria Felicita Luce L’uomo, perfettamente vestito, girava da ore dentro casa. Era agitato, nervoso. Si sentiva braccato. Sarebbero venuti, lo sapeva! Sarebbero venuti a prenderlo ed a portarlo via. Di nuovo. Erano venuti altre volte. Gli avevano raccontato tutte quelle storie, quelle bugie. Gli avevavo sorriso, lo avevavo rassicurato con voci dolci, carezzevoli, e, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ricettesulfilodilana.wordpress.com&amp;blog=28819190&amp;post=35&amp;subd=ricettesulfilodilana&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Maria Felicita Luce</p>
<p>L’uomo, perfettamente vestito, girava da ore dentro casa. Era agitato, nervoso.<br />
Si sentiva braccato.<br />
Sarebbero venuti, lo sapeva!<br />
Sarebbero venuti a prenderlo ed a portarlo via. Di nuovo.<br />
Erano venuti altre volte. Gli avevano raccontato tutte quelle storie, quelle bugie.<br />
Gli avevavo sorriso, lo avevavo rassicurato con voci dolci, carezzevoli, e, quando lui senza più difendersi, aveva creduto alle loro parole, lo avevano preso, imprigionato, infilato di forza in quella camicia di tela grezza che, più si muoveva più diventava stretta, graffiandolo, soffocandolo.<br />
Aveva, allora, urlato, imprecato, minacciato, pianto… tutto inutile.<br />
Un ago nel braccio aveva posto fine, ogni volta, alla sua ribellione.<br />
No, non sarebbe successo di nuovo! Questa volta era pronto. Si sarebbe difeso!<br />
E mentre si raccontava queste cose, la mano infilata nella tasca accarezzava la fredda consistenza di un coltello a serramanico ed un gelido sorriso gli compariva sulla faccia senza, peraltro, raggiungere gli occhi che rimanevano sbarrati, allucinati.<br />
No, questa volta n0!<br />
Sentiva perfettamente che stava accadendo di nuovo. Lo indovinava dai sorrisi melliflui, dalla frasi rassicuranti, dallo scantonare repentino delle persone quando lui passava, dalle pupille che si facevano più grandi quando lo fissavano.<br />
Ma questa volta sarebbe stato diverso!<br />
E loro vennero. Vennero sorridenti, vennero rassicuranti, di nuovo e lui?<br />
Lui li colpì.<br />
Un fendente al primo che gli capitò più vicino e quando il sangue, vermiglio, a fiotti, iniziò a zampillare, fuggì!<br />
Fuggì lontano, veloce, sempre più veloce.<br />
Correva sempre più svelto, sempre più lontano nel bosco, dove di sicuro non l’avrebbero trovato.<br />
Sentiva i suoi inseguitori gridare dietro di lui, le loro urla sempre più vicine.<br />
Ma dove nascondersi? Dove?<br />
Ecco, una radura un tronco caduto! Doveva fermarsi, respirare e pensare, pensare……</p>
<p>Si sedette sul tronco. che pace! Chiuse gli occhi per un attimo e……… improvvisamente ecco la soluzione!<br />
Certo! Se lui non li vedeva, loro non avrebbero visto lui! Era così semplice!<br />
Sospirò di sollievo.<br />
Così, seduto sul tronco di un albero caduto, nel centro di una piccola radura nel bosco, chiuse gli occhi ermeticamente,  spasmodicamente.<br />
Era così buio non lo avrebbero visto di certo !<br />
Si sentiva al sicuro. Sorrise tra se contento.<br />
Poi, qualcosa di freddo, di metallico proprio in mezzo agli occhi  che si spalancano suo malgrado.<br />
Di fronte a lui, il poliziotto con un ghigno feroce e una pistola spianata  gli dice “ Amico, la tua corsa è finita!”</p>
<p>Ancora oggi, dopo molti anni di manicomio criminale, il pover’uomo non riesce a spiegarsi come l’abbiano trovato. Si era nascosto così bene! Era buio pesto!</p>
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